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Obiettivo spazio. La Cina è ormai pronta a superare i confini terresti per esplorare a pieno regime gli angoli più reconditi dell’universo. Pochi avrebbero potuto immaginare che Pechino, nel giro di qualche decennio, sarebbe stata in grado di dar vita a una politica spaziale capace di insediare, se non in parte eclissare, le capacità americane. Sembra di esser tornati nel bel mezzo della vera Guerra Fredda, quando Stati Uniti e Unione Sovietica si contendevano il dominio sui viaggi nello spazio e sul lancio dei satelliti in orbita. Per la cronaca, alla fine – e al netto di alcuni primi successi russi – quella battaglia fu mediaticamente vinta da Washington grazie alla storica missione Apollo 11 del 1969.

In silenzio, e quasi in sordina, la Cina ha sviluppato in maniera determinante le proprie capacità spaziali a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, dopo aver passato i decenni precedenti a realizzare programmi aerospaziali di vario tipo, in parte in collaborazione con gli alleati sovietici. La spina dorsale della politica spaziale cinese si chiama Shenzhou, un programma che, nel corso degli anni e dei suoi aggiornamenti, ha permesso al Dragone di far volare un astronauta cinese nello spazio (Yang Liwei) per la prima volta nel 2003.

Imprese simili hanno offerto a Pechino l’occasione giusta per creare una nuova narrazione volta a esaltare l’orgoglio nazionale, visto che lo spazio è sempre stato un ambito tradizionalmente occupato da grandi potenze. Nonostante la Cina ami definirsi ancora oggi un “Paese in via di sviluppo”, appare evidente come il gigante asiatico sia diventato – e stia diventando – a tutti gli effetti un player globale. Anche nella corsa allo spazio. E per di più in un settore considerato vitale dagli Stati Uniti.

La Cina nello spazio

Qualche giorno fa, per la prima volta dal 2016, la Cina ha lanciato in orbita una squadra di astronauti. Il loro fine: occupare la stazione spaziale Tiangong (o Palazzo Celeste) che Pechino sta ultimando. Tra le altre recenti attività cinesi citiamo: il ritorno sulla terra di campioni prelevati dal suolo lunare, l’atterraggio di un rover su Marte e il lancio dei primi due moduli della suddetta Tiangong. Quest’ultima dovrebbe essere completata nel 2022, diventando a tutti gli effetti un “rivale” della Stazione Spaziale Internazionale.

Ma il presidente cinese Xi Jinping ha altre frecce nell’arco per trasformare la Cina in una “grande potenza spaziale”. Nel gennaio 2019 la Cina è diventata il primo paese a far atterrare una sonda sul lato opposto della luna, mentre lo scorso maggio Pechino ha festeggiato l’arrivo su Marte. Già, perché in una volta sola la missione cinese (Tianwen) ha consentito al Dragone di realizzare una storica tripletta di imprese che la Nasa ha compiuto nell’arco di vari anni. Come ha evidenziato il New York Times, la Cina ha raggiunto l’orbita attorno al pianeta, ha messo in sicurezza la propria astronave in superficie e, in seguito, ha rilasciato un rover sulla superficie di Marte.

E non è finita qui, perché il Pcc avrebbe in agenda altre imprese da realizzare. Quali? Si va dalla possibilità di organizzare una futura missione con equipaggio su Marte alla pianificazione di una “trasferta” decennale per raccogliere un campione da un asteroide e passare accanto a una cometa. Fino a orbitare attorno a Venere e Giove e lanciare, nel 2024, un telescopio orbitante simile all’Hubble.

Gli obiettivi del programma spaziale cinese

Sviluppo dell’economia, rafforzamento della sicurezza nazionale e consolidamento del prestigio agli occhi del mondo. Dovessimo sintetizzare gli obiettivi strategici che intende perseguire la Cina grazie al suo programma spaziale, questi possono essere considerati i tre pilastri più importanti da menzionare. Come ha sottolineato The Diplomat, ogni volta che Pechino atterra su Marte, invia un essere umano nello spazio o effettua una scoperta rilevante, il Partito Comunista Cinese fa leva su una narrazione ben precisa: il governo cinese sta ripristinando la posizione internazionale della Cina. Detto altrimenti, i traguardi raggiunti dal Paese servono (anche) come carburante per dimenticare il “secolo di umiliazione” cinese e guardare con fiducia al nuovo “secolo cinese”.

Ovviamente i progetti spaziali del Dragone, oltre ad avere rilevanza scientifica e tecnologica, contribuiscono al perseguimento di altri obiettivi interni. Come detto, promuovere tra la popolazione una nuova narrazione, ma anche promuovere l’interesse per la scienza tra i giovani e offrire un assist all’economia. Il motivo è semplice: i progetti spaziali richiedono massicci investimenti, e quindi sono attraenti agli occhi delle imponenti aziende statali che dominano l’industria spaziale cinese.

C’è poi da considerare il tema del soft power. Le capacità spaziali cinesi forniscono alla Cina un po’ di “potere morbido” da spendere sul piano geopolitico. Giusto per fare un esempio, la famigerata stazione spaziale cinese consentirà a Pechino di fornire un aiuto concreto ai Paesi che vorranno condurre esperimenti in orbita senza sostenere i costi di costruzione e mantenimento di una struttura simile. La stessa stazione spaziale cinese consentirà inoltre alla Cina di presentarsi come alternativa più “inclusiva” rispetto agli Stati Uniti, visto che il Dragone farà partecipare alle proprie iniziative spaziali tanto le nazioni democratiche quanto le autocrazie.

Non manca l’altra faccia della medaglia. La tecnologia impiegata per effettuare ricerche scientifiche nello spazio, pur essendo presentata come civile, può avere anche applicazioni militari. È per questo che Washington inizia a essere preoccupata per le attività cinesi oltre i confini terrestri. Anche perché esistono stretti legami tra il programma spaziale cinese e le sue forze armate. Un tema, questo, che gli Stati Uniti possono sfruttare per colpire Pechino.