Abbiamo imparato a conoscere, almeno in parte, il Sars-CoV-2: come si diffonde negli spazi chiusi, le modalità attraverso le quali si trasmette da una persona all’altra, quanto può sopravvivere sulle superfici e, aspetto più importante, come limitare il più possibile i contagi di questo virus ancora, in gran parte, misterioso. Restano tuttavia numerose zone d’ombra da approfondire, a cominciare dal nodo delle varianti. Proprio come tutti gli agenti patogeni esistenti, anche il Sars-CoV-2 va incontro a continue mutazioni di pari passo con la sua diffusione.

Gli scienziati hanno individuato migliaia di trasformazioni nella sequenza genetica del virus, anche se quasi tutte sono risultate trascurabili ai fini sanitari. Detto in altre parole, la maggior parte delle mutazioni alle quali è andato incontro il nuovo coronavirus per adattarsi all’ambiente circostante non ha comportato sostanziali modifiche nel comportamento del patogeno. La maggior parte non significa tutte. E, infatti, gli esperti hanno imparato a catalogare almeno cinque varianti potenzialmente più pericolose rispetto alla forma tradizionale del Sars-CoV-2.

Per quale motivo? Perché più contagiose, forse più mortali o, addirittura, più resistenti ai vaccini fin qui sviluppati. L’ultimo studio realizzato in Israele dall’università di Tel Aviv e dall’Istituto Clalit ha messo in apprensione la comunità scientifica. La cosiddetta variante sudafricana apparirebbe quella più in grado di bucare il vaccino realizzato da Pfizer-BioNTech. Ecco, di seguito, 5 domande per spiegare tutto ciò che c’è da sapere in merito al rapporto tra varianti e vaccini.

Quali sono le varianti più pericolose?

Escludendo la gran parte delle varianti, come detto trascurabile ai fini del comportamento del virus, le mutazioni rilevate al momento da tenere sotto controllo sono cinque. La D614G è stata una delle prime ad essere registrate, nel gennaio 2020, ed è emersa a Wuhan. Questa mutazione consentirebbe al Sars-CoV-2 di legarsi in maniera più efficiente al recettore ACE2 degli esseri umani.

Abbiamo poi la variante brasiliana, associata ad alcuni casi rilevati a Manaus, in Brasile; a detta degli esperti sarebbe in grado di infettare in maniera più rapida oltre che fuggire dagli anticorpi generati da contagi precedenti e vaccini. La variante inglese, registrata a settembre, presenta 17 cambiamenti nel genoma, alcuni dei quali consentirebbero al virus di eludere l’intervento degli anticorpi. Discorso simile può esser fatto per la variante indiana e per quella sudafricana.

Cosa dice l’ultimo studio sulla variante africana?

Nella sua campagna vaccinale, Israele ha usato quasi esclusivamente il vaccino Pfizer-BioNTech. Lo studio in questione, non ancora sottoposto a peer review, ha preso in esame i campioni di 150 soggetti risultati positivi al Covid nonostante la vaccinazione. Come ha sottolineato l’Adnkronos, la prevalenza della variante sudafricana nelle persone vaccinate e positive, stando alle analisi, era otto volte superiore a quella riscontrata nella popolazione non vaccinata. “Ci aspettavamo solo un caso di variante sudafricana, ne abbiamo trovati 8”, ha spiegato la professoressa Adi Stern, che ha guidato la ricerca, al quotidiano The Times of Israel.

Le varianti del Covid resistono ai vaccini?

Difficile, al momento, dare una risposta certa. Sono in corso approfondimenti per capire quali sono i vaccini più efficaci contro le varianti. In merito a quella suadafricana, è interessante leggere, ancora, le parole della professoressa Stern. La variante, paragonata al ceppo originale e a quella inglese, “è in grado di violare la protezione del vaccino” anche se servono ulteriori studi per un quadro più preciso. Lo studio effettuato in Israele è tuttavia il primo al mondo, basato su dati reali, che mostra come il vaccino sia meno efficace contro la variante sudafricana in confronto all’efficacia di fronte alla forma tradizionale del virus e di quella britannica.

Quali sono le varianti più resistenti?

In Italia, l’Istituto Superiore di Sanità spiega sul proprio sito che i vaccini sembrerebbero essere “pienamente efficaci” sulla variante inglese, mentre per quella sudafricana e quella brasiliana “potrebbe esserci una diminuzione nell’efficacia”. Per quanto riguarda, invece, i farmaci in uso e in sperimentazione “non ci sono ancora evidenze definitive in un senso o nell’altro”, anche se, stando a una serie di articoli preliminari, “alcuni anticorpi monoclonali attualmente in sviluppo potrebbero perdere efficacia”.

C’è un modo per tenere a bada le varianti?

Le case farmaceutiche stanno studiando richiami vaccinali ad hoc per migliorare la protezione contro le varianti rilevate e quelle future. Da questo punto di vista, la grande sfida sanitaria si articolerà su due livelli: monitorare con estrema attenzione l’evoluzione del Sars-CoV-2, così da individuare ogni mutazione pericolosa, e adattare i vaccini alle trasformazioni del virus.