Da Wuhan all’India, da una megalopoli cinese di 11 milioni di abitanti a uno Stato di circa 1.4 miliardi di persone. L'”Apocalisse” causata dal Sars-CoV-2 si è spostata di oltre 3.500 chilometri a ovest. Se un anno fa il primo epicentro globale noto era situato in Cina, nella provincia dello Hubei, adesso i riflettori sono puntati sull’immensa nazione indiana, alle prese con una seconda ondata di Covid particolarmente violenta.

E così l’Apocalisse India è finita in prima pagina su tutti i giornali del mondo, accompagnata da foto e notizie raccapriccianti. Obitori stracolmi di cadaveri, ospedali a secco di ossigeno, posti in terapia intensiva saturi, pazienti stesi sui marciapiedi: il sistema sanitario dell’India, vessato da decenni di malagestione, ha mostrato la sua inadeguatezza al cospetto di un’emergenza troppo grande da affrontare in condizioni del genere.

È il paradosso dell’India, di quell’Elefante indiano che, agli albori del XXI secolo, avrebbe dovuto guidare il mondo a braccetto con la Cina (anzi: l’India avrebbe fatto addirittura meglio di Pechino grazie al suo sistema democratico). Nuova Delhi può contare su un programma spaziale fin dal 1969, ha organizzato missioni per esplorare la superficie lunare, possiede armi nucleari dal 1974 e vanta il secondo esercito più grande del pianeta. Eppure, deve fare i conti con un sistema sanitario che sta letteralmente implodendo su se stesso.

Le radici del disastro

Il Covid-19 ha messo in evidenza gli enormi limiti dell’India, la cui spesa sanitaria si avvicina all’1% del prodotto interno lordo. A livello pro capite, e considerando la priorità delle cure mediche in relazione al bilancio del governo, siamo allo stesso livello della Sierra Leone. È impossibile avere la certezza assoluta, ma la sensazione è che se la stessa ondata indiana avesse travolto la Cina – che pure, in assenza di varianti, ha dimostrato di saper assorbire l’urto della pandemia – o un altro Paese occidentale, probabilmente saremmo qui a parlare di “gravissima emergenza” e non di “Apocalisse”.

Se Nuova Delhi è con l’acqua alla gola, la colpa non può essere data soltanto alla variante indiana, pur più temibile (pare) della versione tradizionale del Sars-CoV-2. Semmai bisogna puntare il dito contro chi ha consentito lo svolgimento dei riti di massa che hanno portato in strada centinaia di migliaia di cittadini, senza mascherina e a contatto gli uni con gli altri, e contro le autorità che, pensando di essere a un passo dall’immunità di gregge, hanno preso decisioni a dir poco azzardate.

I numeri parlano

Lo scenario indiano è senza ombra di dubbio disastroso. Eppure, se analizziamo i numeri epidemiologici dell’India e li confrontiamo con quelli registrati in altri Paesi, otteniamo diverse sorprese. La Johns Hopkins University ha classificato i venti Paesi più colpiti dal Covid, classificandoli per numero di decessi per 100 casi confermati e per 100 mila abitanti. Data l'”Apocalisse indiana”, dovremmo aspettarci l’India ai primi posti della graduatoria. Non è così, visto che le prime cinque posizioni della classifica inerente al tasso di mortalità dei casi osservati (observed case-fatality ratio) sono occupate da Messico (9.2%), Ungheria (3.5%), Perù (3.4%), Italia (3.0%) e Iran (2.9%). L’India si trova al 19esimo posto con l‘1.1%.

Discorso simile se guardiamo la graduatoria del numero di morti ogni 100 mila abitanti: Ungheria (272.52), Italia (197.75), Brasile (185.17), Perù (183.71) e Stati Uniti (174.32) guidano la classifica. L’India, ancora una volta, è 19esima con appena 14.28 morti ogni 100 mila abitanti. Le considerazioni da fare sono almeno due. Intanto, al netto di numeri clamorosi riportati nei bollettini (figli di uno Stato dalle dimensioni ingenti), e in proporzione a tantissimi altri Paesi, l’India ha subito “meno perdite” di molti Stati insospettabili (è il caso dell’Italia). Poi, e questo è il secondo appunto, bisogna certo tener presente della probabile – e inevitabile – sottostima dei casi rilevati e registrati dalle autorità indiane. In ogni caso, al di là di un’ondata terribile, gli enormi numeri indiani devono essere pesati con la giusta bilancia.