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Mentre l’Italia segna un altro record in negativo nella lotta contro il Sars-CoV-2, con l’ultimo bollettino che racchiude 434 decessi e oltre 282mila contagi, c’è chi, contro ogni pronostico favorevole, sta correndo verso la fine della pandemia. La situazione Covid nel Regno Unito, che per mesi interi è stato denigrato per l’effettiva volontà di provare a convivere con il virus, “ci dà motivi di speranza”. Lo ha dichiarato alla Bbc David Nabarro, massimo esperto e inviato speciale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), che è stato ancora più chiaro parlando addirittura di “luce in fondo al tunnel” dell’emergenza coronavirus.

Insomma, a sentire gli esperti dell’agenzia Onu ci vorrà ancora un po’ di pazienza, ma nell’Uk la fine della pandemia sembrerebbe essere davvero a portata di mano. Londra potrebbe così essere il primo Paese d’Europa a uscire dalla pandemia per entrare in una fase endemica più gestibile dell’infezione, dopo l’apparente superamento del picco di casi alimentati dalla variante Omicron. Sia chiaro: il funzionario dell’Oms ha manifestato cautela sull’ipotizzata revoca delle residue restrizioni da parte del governo di Boris Johnson a partire dal 26 gennaio. Ma, intanto, gli ultimi dati provenienti da oltre Manica “ci offrono basi per sperare” che il trend dei contagi possa essere in calo.

La rivincita del Regno Unito

Per capire se il Regno Unito sarà riuscito veramente a voltare pagina dovremo attendere ancora qualche settimana, così da capire l’andamento dei contagi in relazione al numero di vaccinazioni realizzate. Nel frattempo Johnson, che non sta certo attraversando un momento politico semplice, si gode l’applauso dell’Oms. Immaginiamo che la soddisfazione del premier britannico sia enorme, viste e considerate le innumerevoli critiche mosse dagli esperti di tutto il mondo – italiani compresi – nei confronti del suo modello.

Nell’ottobre 2021, ad esempio, Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dichiarava che l’Inghilterra stava pagando delle scelte politiche, perché “nonostante un elevato tasso di vaccinazione, ma con un tasso molto più bassa del nostro nella fascia 12-19, c’è stato un liberi tutti con l’addio alle mascherine, al distanziamento sociale, assembramenti nei locali chiusi e un ritardo nella terza dose”.

Ancor più critico, qualche mese prima, lo era stato Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di Microbiologia dell’Università di Padova. Quando, nel giugno 2021, si stava diffondendo la variante Delta nel Regno Unito, Crisanti non perse l’occasione di tirare le orecchie a Londra, le cui misure di contenimento “evidentemente non hanno dato i risultati attesi, perché gli oltre 20mila casi in Inghilterra con una dinamica di crescita sono numeri importanti”. Nonostante gli indici puntati, Johnson ha tirato dritto anche di fronte alla comparsa di Omicron; ha avuto il coraggio di prendere dei rischi calcolati e, a quanto pare, ha dimostrato di avere ragione da vendere.

I segreti del successo

I segnali incoraggianti non sono visibili soltanto nelle parole dell’Oms, ma anche nel numero dei contagi, in discesa come quello di ricoveri e presenze in ospedale; basti pensare che in una settimana le nuove infezioni sono crollate di oltre il 40%, passando dai 190mila casi di Capodanno ai 94mila delle ultime 24 ore. Risultato: nei prossimi giorni Johnson potrebbe annunciare la fine delle restrizioni introdotte per mitigare Omicron. Altro che piano B e chiusure; Londra potrebbe salutare il Green Pass per i grandi eventi e le discoteche e la raccomandazione di affidarsi allo smart working. Resterebbe il nodo mascherine, per le quali al momento vige l’obbligo sui mezzi pubblici e nei negozi, ma non è detto che il provvedimento possa essere rivisto in virtù di una normalità totale.

In ogni caso, come ha fatto l’Uk a vedere la luce in fondo al tunnel? Due sono i fattori chiave che hanno consentito a Londra di evitare tsunami sanitari: l’accelerazione sulle terze dosi e il contributo, silenzioso ma decisivo, dei guariti. Per quanto riguarda il primo punto, la campagna vaccinale ha “coperto” oltre il 60% degli over 12 con la terza dose, garantendo a quante più persone possibili di rinnovare la protezione contro il virus; la scelta di far circolare il Sars-CoV-2, invece, ha contribuito a creare una sorta di immunità di gregge dato che, a detta di alcune stime, il 95% dei britannici sarebbe in possesso di anticorpi contro il Covid. E chi dice che la strategia di Johnson ha comunque avuto un costo più caro rispetto alle decisioni prese da altri Paesi, è fuori strada. Già, perché dall’inizio dell’emergenza a oggi, giusto per fare un esempio, in rapporto alla popolazione la Gran Bretagna ha contato meno morti dell’Italia.

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