Le epidemie terminate e quella speranza per il Covid

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Scienza /

Potevamo fare meglio per bloccare il Covid-19 e i suoi effetti? La risposta è sì, e non solo dal punto di vista della prevenzione. I ritardi nelle decisioni cruciali da prendere, l’attuazione di misure bizzarre, quando troppo morbide quando eccessivamente dure, e il generale clima di sfiducia dei cittadini nei confronti della politica, tutto questo ha generato un blackout generale. Nel buio più totale, Sars-CoV-2 è stato in grado di abbattere i fragili argini issati in fretta e furia dalle autorità.

A distanza di due anni dallo scoppio dell’emergenza globale, con le campagne vaccinali in atto, una maggiore conoscenza dell’agente patogeno e un’allerta alle stelle, c’è chi continua a ipotizzare la non fine di questa pandemia. Tra lo spauracchio di nuove varianti e l’incognita rappresentata dalle loro capacità, l’assunto base è che non dobbiamo mai abbassare la guardia, quasi come se Sars-CoV2 fosse immortale. Molto più cautamente, altri esperti hanno effettuato un’altra previsione: questo virus potrebbe gradualmente diventare endemico, e forse sempre più contagioso ma molto meno pericoloso.

Al di là delle supposizioni, è importante sottolineare una certezza storica: tutte le pandemie/epidemie sono sempre iniziate e finite. In alcuni casi i virus sono scomparsi nel nulla dopo aver sferrato molteplici ondate; in altri, la mortalità dei patogeni si è ridotta fino ad essere irrisoria. Dunque, perché mai Sars-CoV-2 dovrebbe continuare a restare tra noi per il resto della vita? La speranza, supportata da numerosi esempi del passato, è che anche questo nemico invisibile possa, prima o poi, esaurire la propria spinta.

Capacità di reazione

Nel 10.000 a.C uno strano virus mortale emerse dall’Africa nordorientale causando una malattia che avremmo presto imparato a conoscere come vaiolo. Approdò in Cina nel IV secolo d.C e in Europa nel VII. Durante il suo percorso uccise milioni e milioni di persone. Con il passare del tempo, l’umanità riuscì effettivamente a contenere il virus, che per anni continuò tuttavia a provocare vittime in varie aree del pianeta. La fine definitiva dell’incubo arrivò soltanto nel 1977, quando, grazie a uno sforzo globale, il mondo riuscì a debellare la malattia.

Oggi la rapidità con cui gli agenti patogeni possono attraversare i continenti, uccidendo persone innocenti e devastando le economie, è aumentata a dismisura. Allo stesso tempo, gli umani hanno però migliorato la loro capacità di reazione, e questo è ben visibile in alcuni esempi di epidemie arginate e poi estinte. Nel 2014, l’Africa occidentale era travolta dall’epidemia di Ebola; Liberia, Sierra Leone e Guinea non avevano mai visto niente di simile. Eppure, come ha ricordato il sito preventepidemics.org, la Nigeria è stata in grado di sconfiggere l’epidemia di Ebola in circa tre mesi. Ecco come si sono svolti i fatti.

Nel luglio 2014 un uomo infetto da Ebola atterra a Lagos, metropoli di 21 milioni di abitanti. In breve, i contagi si diffondono a macchia d’olio. Alla fine del mese, il primo paziente non regge l’urto della malattia, mentre un altro paziente infetto vola in un’altra città, spargendo ulteriormente il virus nel Paese. Migliaia di contatti sono esposti al virus, e il rischio di scatenare un’ecatombe è dietro l’angolo. Contrariamente a quanto si potesse pensare, l’epidemia termina nell’arco di una novantina di giorni. Che cosa è successo? Semplice: la Nigeria ha impedito a Ebola di diffondersi a livello nazionale e regionale grazie a una comunicazione efficace e risposte coordinate.

Risultato: il governo nigeriano ha liberato il Paese entro l’inizio di ottobre, contando appena 20 casi e otto decessi. Casi di studio del genere dimostrano come sia effettivamente possibile ridurre l’impatto delle epidemie o, addirittura, sconfiggerle. In che modo? Grazie a un’attenta pianificazione a ad una rapida azione strategica. In altre parole, la traiettoria di un’emergenza sanitaria può essere modificata dall’uomo nel momento in cui un Paese investe e dà priorità a precisi meccanismi di prevenzione e di azione. L’assioma fondamentale è uno: i leader di tutto il mondo devono migliorare la governance per le emergenze di salute pubblica. Prepararsi a dovere contro minacce virali non solo non è una perdita di tempo. È anche maledettamente efficace.

Sconfiggere un’epidemia

Un’altra epidemia messa sotto controllo è quella di febbre gialla che ha minacciato di travolgere il Brasile nel 2016. Questa malattia si diffonde mediante la puntura di zanzare infette, le quali possono contagiare anche le scimmie. Negli esseri umani, la febbre gialla manifesta inizialmente sintomi quali febbre, brividi, mal di testa, nausea, affaticamento e debolezza. I casi più gravi attraversano una seconda “fase tossica” che provoca l’ittero, facendo apparire gli occhi e la pelle gialli, e pure l’insufficienza epatica e renale. Non esiste una cura per la febbre gialla, e il 30-60% dei pazienti colpiti da infezioni gravi muore. Il vaccino è stato sviluppato alla fine degli anni ’30; il 90% di chi lo riceve diventa immune nel giro di 10 giorni.

Negli ultimi anni, i cambiamenti ambientali, uniti al contatto sempre più stretto tra gli esseri umani, hanno consentito al virus di circolare in maniera consistente. Proprio nel 2016, il Brasile ha dovuto fare i conti con un maggiore numero di casi, anche nelle vicinanze di metropoli come Rio de Janeiro e San Paolo. Il Paese ha quindi ampliato le vaccinazioni contro la febbre gialla, distribuendo 45 milioni di dosi nel 2017 e altre 45 milioni nel 2018. Nel 2019 il virus era sotto controllo, e una malattia che aveva minacciato di espandersi in tutta l’America Latina era appena stata contenuta, complice una pianificazione vaccinale orchestrata alla perfezione.

È vero: Sars-CoV-2 risponde a meccanismi di riproduzione differenti ed è un virus molto più insidioso (in generale ogni virus è una storia a parte). Eppure, ci sono molte nazioni che, trovandosi in condizioni non ottimali, sono riuscite a limitare i danni (emblematici i casi di Vietnam, Cina, Corea del Sud e Mongolia, per analizzare l’Asia). E non è finita qui, perché tra il 1980 e il 2013 si sono verificati più di 12.000 focolai di malattie infettive umane in 219 paesi. Come dimostrano gli esempi riportati, molti di questi focolai sono stati spenti con successo ancor prima che si trasformassero in notizie. Ripetere queste esperienze non è del tutto impossibile. Per quanto riguarda il Covid, invece, è altamente probabile che possa davvero arrivare il giorno in cui tutto finirà. Anche perché non esistono epidemie infinite, indipendentemente dall’avvento di nuove varianti.