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Ricordava Dwight Eisenhower: “Il pessimismo non ha mai vinto nessuna battaglia”. E lui, che aveva sconfitto l’Asse in Europa e governato gli Usa nella Golden Age degli anni Cinquanta, meriterebbe di essere più conosciuto specie da chi fa informazione.

Sin dai primi mesi dell’emergenza Coronavirus in Italia, infatti, i media hanno letteralmente bombardato i cittadini di notizie tali da incrementare sfiducia e pessimismo delle persone sul presente e sul futuro del Paese. 

Prendendo in prestito un termine dal linguaggio militare, abbiamo assistito ad una sorta di “psyops”, cioè quell’attività di comunicazione finalizzata ad influenzare le percezioni della popolazione locale ed acquisire e mantenere il consenso verso la forza militare. 

Ma se nei teatri operativi (come in Afghanistan) le psyops sono state fondamentali per tessere un rapporto di fiducia con i locali, nel nostro Paese l’informazione non ha certo favorito un clima di positività.

“La regione rischia la zona rossa”; “Aumento vertiginoso di contagi”; “Allentare non vuol dire libera tutti”: sono solo alcuni dei titoli che hanno scandito la vita di milioni di italiani negli ultimi dodici mesi. 

Del rullo di un telegiornale, in media più della metà delle notizie è stata (ed è) incentrata sul Coronavirus, per tutte le edizioni della giornata. News martellanti, quindi, “ansiogene e confuse” come le definisce Francesco Frischia in un articolo sul Corriere, pubblicato in occasione del convegno Disinformazione e bufale durante la pandemia. Il ruolo delle agenzie di comunicazione:Per il 49,7% degli italiani la comunicazione sul Covid-19 è stata confusa, per il 39,5% ansiogena, per il 34,7% eccessiva e per il 13,9% equilibrata”, scrive il giornalista, riportando dati Censis. 

In fondo, nell’ultimo anno chiunque abbia seguito l’andamento della pandemia sui quotidiani e sui network si è accorto di come le informazioni fossero talvolta discordanti, altre volte eclatanti se non, in alcuni casi, fuorvianti. 

Ne è esempio emblematico il rapporto fra i tamponi effettuati ed il numero dei positivi, nonché il tasso di decessi a causa della malattia. 

Nel dicembre scorso, apprendendo che il Veneto veniva indicato quale regione con maggior numero di positivi, il Governatore Luca Zaia sottolineava come la sua fosse “la regione che trova più positivi” evidenziando il fatto che, se si effettua un maggior numero di controlli, è normale individuare più persone affette da Covid. 

Cosa analoga è accaduta per i ricoveri. Senza, forse, tenere conto che alcuni ospedali (soprattutto quelli in prossimità dei confini) ospitassero pazienti provenienti da regioni limitrofe, i dati forniti al pubblico sull’occupazione dei nosocomi regionali risultavano più alti di quanto lo fossero in realtà. 

Relativamente ai decessi – argomento estremamente delicato e doloroso – poi, si è spesso evitato di distinguere i casi in cui il virus ha effettivamente causato la morte da quelli in cui ha aggravato situazioni già critiche. Accortezza che non vuole generare odiose ed illogiche discriminazioni sulle tragedie che hanno colpito migliaia di famiglie (le vittime da inizio emergenza sono purtroppo 119 mila), ma per doverosa chiarezza nel riportare la notizia. Il virus è pericoloso, tuttavia è altresì necessario ricordare che un fisico debilitato da malattie pregresse può aumentare il rischio di decesso. 

Per quanto riguarda invece l’aumento/diminuzione delle restrizioni, quel “non è un liberi tutti” cui hanno ricorso esponenti del mondo sanitario, politico e, di riflesso, dell’informazione è assolutamente provocatorio ed irrispettoso per un popolo che ha pesantemente subito dall’emergenze Covid. 

Parole che, oltre a presentare ingiustamente gli italiani quali capricciosi ed in cerca di facili evasioni, hanno palesato un inaccettabile distacco con una realtà fatta di esercizi chiusi, partite Iva prive di sostentamento, aumento dei fenomeni delinquenziali che fanno leva sulla disperazione, come l’usura vero allarme criminale per il quale, però, nessuno ha ancora previsto un inasprimento delle pene.

Alla luce di quanto sopra, questo atteggiamento corrisponde dunque ad una precisa strategia?

Nel caso dei quotidiani online, specie di quelli più piccoli, più che di strategia si potrebbe parlare di sopravvivenza. In un contesto generale di grande concorrenza fra i siti d’informazione, alcuni dei quali vere e proprie gocce nel mare del web e con un sistema remunerativo basato sui click, attirare lettori vuol dire continuare a lavorare. 

E il “si torna in zona rossa”, anche al minimo aumento dei contagi, va a toccare il nervo scoperto della curiosità (e della esasperazione) dei lettori che subito vanno ad aprire l’articolo.

Ciò non è certo una giustificazione, ma può aiutare a farsi un’idea della situazione in cui versa parte del mondo dell’informazione nostrana. 

Per quanto riguarda i canali maggiori, invece, è difficile negare che l’emergenza abbia rappresentato una grande opportunità dal punto di vista dello share: la preoccupazione, la paura, il desiderio di essere costantemente aggiornati ha di fatto generato una richiesta cui i media hanno risposto. Resta però un nodo da sciogliere:

Perché ‘bombardare’ se manca una strategia?

Perché quella della diffusione delle notizie è una guerra vera e propria combattuta sul fronte interattivo, con tonnellate di news che ogni giorno invadono social e siti, provocando di conseguenza una perdita qualitativa della notizia, confusione ed un generale svilimento del lavoro del giornalista. Alle dinamiche interne della professione, si aggiunge l’atteggiamento invasivo della politica. È inutile, infatti, continuare a sostenere la tesi di una completa indipendenza dei media: il confronto politico si riflette, quasi in automatico, sui mezzi di informazione più permeabili ad una simile influenza.

Un caso recente (almeno stavolta estraneo all’emergenza!) riguarda la celebrazione appena trascorsa, la Festa della Liberazione. È sufficiente googolare il nome di Marco Ugo Filisetti (Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico delle Marche) per leggere, fra le prime notizie, “revisionismo” e “rimozione del fascismo”. In verità, nella lettera inviata dal Dirigente agli studenti marchigiani non vi è traccia di revisionismo né di malafede, anzi! Se emerge qualcosa quella è la preparazione di Filisetti coniugata ad un messaggio forte, chiaro ed ampiamente condivisibile.

Vero, il “fascismo” non c’è ma “vittoria delle Nazioni Alleate sulla Repubblica Sociale Italiana e sulla Germania nazista” dovrebbe essere sufficiente a fugare ogni dubbio sul contenuto della missiva. E invece no: sono bastati la levata di scudi di una parte politica e qualche titolo forte per trasformare quelle parole in apologia. La rapida diffusione sui social ha poi fatto il resto…