Erano già finiti nell’occhio del ciclone, scatenando un mezzo putiferio tanto in Europa quanto negli Stati Uniti. Se la vicenda AstraZeneca ha tenuto con il fiato sospeso i Paesi membri dell’Unione europea – e, come vedremo, continua tutt’ora a rappresentare un nodo spinoso -, quella relativa a Johnson & Johnson ha colpito il popolo americano soltanto di striscio. I vaccini anti Covid continuano a dividere la comunità scientifica e a non trovare d’accordo i vari governi del pianeta. O meglio: i criteri per la loro somministrazione restano differenti da Paese a Paese, generando diffidenza e apprensione nell’opinione pubblica.

Sia chiaro: non tutti i vaccini autorizzati sono finiti nel tritacarne mediatico della generale indignazione. Per quanto riguarda il fronte occidentale, come detto, segnaliamo i prodotti realizzati dall’anglosvedese AstraZeneca e i flaconcini monodose dell’americana J&J. Per quanto riguarda il resto del mondo, citiamo il russo Sputnik V e i famigerati vaccini cinesi.

Il braccio di ferro sui vaccini, già in atto da tempo, è dunque arrivato a una sorta di resa di conti finale. Qui si intrecciano tre ambiti che, almeno in teoria, dovrebbero restare ben separati: l’ambito sanitario, geopolitico e commerciale. La sensazione è che l’utilizzo di taluni vaccini a discapito di altri non segua tanto una necessità sanitaria – ovvero l’importanza di sopperire a un’emergenza globale immunizzando quante più persone possibili, anche con vaccini autorizzati per uso emergenziale – quanto piuttosto altre direttive. Quali? L’esigenza di conquistare fette di mercato e la volontà di limitare le ingerenze geopolitiche esterne incarnate dalla “diplomazia dei vaccini“.

Il contesto occidentale

La situazione più dinamica, se così vogliamo definirla, è in Europa. Mentre Pfizer-BioNTech e Moderna sembrano aver superato quasi indenni le critiche, così come J&J, il discorso cambia per AZ. Questo vaccino continua a essere sotto pressione, tanto che 15 Paesi europei, tra cui Spagna, Regno Unito, Francia e Germania, hanno fissato rigorosi limiti d’età per il suo utilizzo. Altri tre (Austria, Norvegia e Danimarca) lo hanno invece escluso proprio del tutto. D’altro canto l’Agenzia europea del farmaco (Ema) continua a sottolineare come gli studi siano ancora in corso, ma che i benefici del vaccino superino comunque i rischi per tutti gli adulti. In Italia si è tornati a parlare del vaccino AZ. In particolare, dopo il decesso di una giovane 18 enne a Chiavari.

Per quanto riguarda il contesto americano (dove, ricordiamo, non è stato autorizzato AZ), tutti i riflettori erano puntati su J&J. Lo scorso aprile le autorità hanno registrato sei casi di una rara patologia con coaguli nel sangue in tutto il territorio statunitense su circa 6.8 milioni di dosi Johnson & Johnson somministrate. Tanto è bastato per far scattare una sospensione momentanea del vaccino, poi rientrata in seguito a ulteriori accertamenti.

Sarà senza ombra di dubbio un caso, ma i due vaccini che hanno fatto discutere hanno due caratteristiche precise: AstraZeneca è il meno caro sul mercato mentre Johnson & Johnson è l’unico monodose. La sensazione è che il mercato americano possa essere dominato da Pfizer-BioNTech e Moderna, in attesa del Novovax. E in Europa? Oltre ai soliti Pfizer-BioNTech e Moderna, attenzione al tedesco Curevac, che presto potrebbe spartirsi interessanti quote di mercato assieme ai suoi “colleghi”. E AZ? Rischia di eclissarsi definitivamente.

Vaccini cinesi e russi

La resa dei conti sui vaccini non riguarda soltanto l’aspetto economico-commerciale delle dosi da piazzare sui mercati mondiali. C’entra – e tanto – pure l’aspetto geopolitico. Stati Uniti e Unione europea, ad esempio, non hanno ancora autorizzato o approvato alcun vaccino realizzato al di fuori del contesto occidentale. Che si tratti soltanto di una precauzione? Oppure, come sostengono i più maligni, dietro alla scelta di Washington e Bruxelles si nasconde una battaglia geopolitica? Prima di rispondere alle domande in questione, vale la pena fare due considerazioni.

La prima: tanta è la diffidenza nutrita dalle potenze occidentali nei confronti di Russia e Cina. Il rischio è che, aprendo i mercati a dosi cinesi e russe, assieme ai vaccini possa entrare anche un’ingente quantità di soft power “avverso” ai governi occidentali. Un potere morbido, questo, che rischia di modificare gli equilibri politici globali, creando nuove alleanze e infrangendone altre. C’è poi l’altra faccia della medaglia, se vogliamo quella più misteriosa e complottista. I vaccini russi e cinesi funzionano? Un quesito del genere, nella migliore delle ipotesi, rischia di essere fine a se stesso. Anche perché tanto i vaccini russi quanto quelli cinesi sono stati utilizzati nei rispettivi Paesi di origine e in tanti altri Stati.

Eppure, hanno fatto notare i media internazionali, lo scenario sanitario in Russia e Cina (tra loro non paragonabile) sta subendo scossoni inaspettati. A Mosca e dintorni, stando ai dati del centro operativo anticoronavirus, nelle ultime ore si sono registrati oltre 11 mila casi, la cifra più alta in un giorno dal 24 febbraio. Pechino, d’altro canto, deve fare i conti con una recrudescenza dell’epidemia – con numeri ufficiali tuttavia ben distanti dai migliaia e centinaia di contagi – nel sud del Paese, nella provincia del Guangdong. Tutta colpa, pare, della variante indiana. Anche se vaccinarsi non significa essere impermeabili al Covid, c’è chi continua a interrogarsi sull’efficienza dei vaccini russi e cinesi. Dimenticandosi, tuttavia, che anche negli Stati Uniti e in Europa, nonostante le vaccinazioni, i contagi non si sono comunque azzerati. E probabilmente non si azzereranno mai.

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