Il Lowy Institute è un think tank di Sydney e da qualche mese è impegnato a monitorare la situazione relativa alla pandemia. Gli australiani del resto sono stati tra i primi ad uscire a testa alta dall’emergenza coronavirus e si sono potuti permettere di impegnare più risorse nel valutare cosa è nel frattempo accaduto all’estero. Da questo studio emerge come l’Italia non sia messa proprio bene: nel ranking stilato dagli australiani, il nostro Paese è dietro anche ad alcune nazioni africane.

I movimenti del virus tra i Paesi

Dalla Cina all’Europa, fino all’America: il coronavirus ha preso alla sprovvista le Nazioni più all’avanguardia mettendole in ginocchio per diversi mesi. Un evento, quello della pandemia, che ha cancellato le disparità fra i Paesi più ricchi e quelli più poveri mettendoli sullo stesso piano. Già perché quando in passato si è parlato di virus catastrofici, il riferimento è stato rivolto ai Paesi poveri e spesso è stato visto come la normale conseguenza della  mancanza di un’adeguata situazione igienico sanitaria. Un esempio fra i tanti l’ebola in Africa. Non è stato così nel caso del coronavirus il cui percorso, come evidenziato dall’Istituto di Sydney, è stato completamente diverso.

Dopo la sua diffusione nel continente asiatico, il virus è approdato in Italia per poi diffondersi negli altri Paesi europei. Il Sars-CoV-2 si è comportato in modo del tutto opposto dagli altri virus perché ha fatto tappa innanzitutto nelle Nazioni più sviluppate. Qui le attività commerciali ed imprenditoriali, hanno sottolineato gli analisti australiani, si basano sui rapporti con le città estere e quindi voli e mezzi terrestri internazionali hanno permesso anche al virus di viaggiare da uno Stato all’altro, diffondendosi rapidamente. I Paesi in via di sviluppo, al contrario, non avendo molte relazioni economiche internazionali, hanno osservato quanto stesse accadendo altrove riuscendo a giocare d’anticipo attraverso l’applicazione di misure idonee a mitigare gli effetti della pandemia. I grafici del Lowy Institute lo dimostrano ampiamente: le regioni Asia – Pacifico e Africa – Medio Oriente inaspettatamente sono apparse in cima rispetto ad Europa ed America sulla gestione dell’emergenza.

La situazione potrebbe capovolgersi adesso ma soltanto per via della campagna vaccinale. In Europa e negli altri Paesi sviluppati la somministrazione dei vaccini procede spedita, mentre i Paesi in via di sviluppo hanno difficoltà a reperire le dosi  con conseguenze abbastanza gravi.

Gli effetti della densità di popolazione

Altro elemento evidenziato dagli studiosi australiani riguarda la densità della popolazione. Il coronavirus per replicarsi ha bisogno di un terreno fertile. Il terreno è più fertile laddove la concentrazione della popolazione risulti alta e, ancora meglio, appaia concentrata in piccoli territori. Per rendere chiaro il concetto basta concentrarsi sul caso delle favelas in Brasile e delle slum in India. In questi due contesti la situazione è pressoché simile: più famiglie vivono concentrate in spazi ristretti. È chiaro che, a prescindere da quelle che sono le condizioni igienico sanitarie, il coronavirus in questi contesti ha la possibilità di propagarsi da un soggetto all’altro con rapida velocità trovando il suo ambiente ideale per restare in vita.

Un altro esempio che rappresenta l’esatto opposto è quello dato dal caso Australia. Su quasi 8 milioni di chilometri quadrati di territorio, vi risiedono circa 25 milioni di abitanti. È vero che lo Stato australiano per tutelarsi dal coronavirus ha blindato i propri confini rinunciando anche ad eventi di prestigio economico e sociale, ma la sua fortuna è stata anche dovuta ad un territorio molto più vasto rispetto a quella che è la densità della popolazione. In un contesto di questo tipo è chiaro che il Sars-CoV-2 non ha trovato le condizioni per veicolare facilmente. Il risultato è che nei grafici dell’istituto australiano, i Paesi meno densamente abitati hanno presentato livelli prestazionali migliori nel fronteggiare la pandemia. Al contrario, quelli più popolosi sono risultati meno efficienti.

Le curiosità della classifica

L’analisi degli australiani, oltre a concentrarsi su specifici fattori, ha prodotto poi una vera e propria classifica, con tanto di punteggi utili a valutare il complessivo lavoro di ciascun Paese contro l’emergenza sanitaria. Così come spiegato dagli stessi analisti del think tank di Sydney, sono stati sei i fattori presi in considerazione per elaborare il ranking: il numero di casi confermati, quello delle morti confermate, il coefficiente dei casi confermati per ogni milione di abitanti, il coefficiente delle morti confermate anche in questo caso per ogni milione di abitante, l’incidenza del tasso di positività in relazione ai tamponi effettuati e infine i risultati dei tamponi per ogni mille abitanti.

In base a questi dati è stato fatto poi il calcolo per stabilire il ranking: “Una media ugualmente ponderata delle classifiche dei sei indicatori – hanno evidenziato gli analisti australiani – è stata normalizzata per ciascun Paese per produrre un punteggio compreso tra 0 (prestazioni peggiori) e 100 (prestazioni migliori) in un dato giorno nelle 43 settimane successive al centesimo caso confermato di COVID-19”.

La classifica saltata fuori vede in testa a pari punti, con un ranking di 93 su 100, Nuova Zelanda e Bhutan. Il primo Paese in questi mesi di pandemia è stato preso a modello per aver chiuso subito le frontiere consentendo tassi di contagio molto bassi, l’altra nazione invece è saltata agli onori delle cronache di recente grazie al record di vaccini somministrati al 60% della popolazione adulta in appena 16 giorni. A completare il podio è Taiwan con un punteggio di 84.8.

Nella top ten sono soltanto tre i Paesi dell’Ue e sono tutti tra i più piccoli e meno popolosi: Cipro figura infatti al quinto posto, la Lettonia al settimo, l’Estonia al decimo. I “padroni di casa” australiani sono al nono posto con un ranking di 76.8. Nella parte alta di questa speciale graduatoria anche Paesi “insospettabili”, come ad esempio il Ruanda e il Togo piazzatisi rispettivamente al settimo e sedicesimo posto. Con un punteggio di 75.5 e 74.6 invece, anche Sri Lanka e Cuba sono state inserite nella top 15.

L’Italia molto indietro

Per trovare il nostro Paese occorre scorrere la classifica verso il basso. L’Italia infatti, con un punteggio complessivo di 37.5, si trova al sessantottesimo posto, tra la Bulgaria e il Pakistan. L’unica vera consolazione sta nel fatto che Roma si è piazzata comunque davanti a molti altri Paesi dell’Ue, quali Belgio, Francia, Polonia e Paesi Bassi. Complessivamente però l’immagine uscita fuori, tanto dell’Italia quanto dell’Europa, è apparsa decisamente deleteria. E non è soltanto una questione di numeri e ranking. L’istituto australiano ha analizzato dati e cifre in modo asettico, ma ha anche fotografato il livello di conduzione della gestione dell’emergenza coronavirus. In questo contesto l’Italia ne esce malconcia.

Il presunto “modello italiano” altro non è stato che una lunga sequela di errori su ogni campo. Il nostro Paese è arrivato in ritardo su tutto: sul numero dei tamponi giornalieri, accresciuto soltanto a seconda ondata già arrivata, sul livello di sequenziamento del virus e poi ci sono i dati tragici sulla mortalità. Non è ancora ben chiaro sotto il profilo scientifico come mai è proprio l’Italia ad avere in Europa il più alto numero di vittime da Covid in rapporto alla popolazione. È proprio quest’ultimo dato, anche in base alla classifica del Lowy Institute, ad inquietare maggiormente e a dare all’Italia un ranking complessivo molto basso. Nelle prossime classifiche del think tank di Sydney, forse qualcosa potrebbe cambiare in positivo in caso di successo della campagna vaccinale.