Sorvegliare attentamente il commercio illegale di animali selvatici è la condizione essenziale per scongiurare possibili, nuove pandemie. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), al termine di uno studio sulle origini del Sars-CoV-2, ha sottolineato come un gran numero di Paesi, a maggior ragione quelli situati in aree abitate da specie particolari, dovrebbe intensificare il controllo su uno dei più grandi business al mondo.

Non c’è solo la compravendita da tenere d’occhio, ma anche una serie di scappatoie legali che, in certi Stati, rende ancora possibile l’allevamento di animali potenzialmente capaci di diffondere malattie. Nel paper intitolato WHO-convened Global Study of Origins of SARS-CoV-2, gli esperti dell’Oms hanno invitato la Cina e i suoi vicini di intensificare il controllo sul business della fauna selvatica. Pechino ha vietato ormai da un anno questo commercio per il consumo umano, ma in un Paese enorme, abitato da 1.4 miliardi di persone, è inevitabile che possano resistere ancora alcune zone d’ombra.

Come ha sottolineato la Reuters, esistono inoltre allevamenti di animali selvatici, autorizzati a operare legalmente al servizio dell’industria della medicina tradizionale cinese e del commercio di pellicce. In condizioni del genere troviamo “un ampio pool di animali che sono più o meno geneticamente omogenei” dove un virus “può facilmente evolversi”, ha spiegato Christian Walzer, capo veterinario della Wildlife Preservation Society di New York.

Zone d’ombra

Le autorità cinesi hanno testato migliaia e migliaia di campioni di animali per cercare di scoprire le origini del Sars-CoV-2, ancora avvolte nel mistero. L’ipotesi più probabile, come scritto dagli esperti dell’Oms, è che il virus possa esser stato trasmesso da un pipistrello all’essere umano secondo la più classica delle zoonosi. Resta da capire se il salto di specie è avvenuto direttamente o mediante l’azione di un ospite intermedio, ossia di un animale terzo che ha svolto il ruolo di “tramite”. Nelle prossime settimane, in Cina i controlli saranno estesi anche presso gli allevamenti di visone e procione.

A complicare la situazione troviamo importanti lacune normative, unite a un’applicazione spesso lassista delle leggi e all’azione insistente di bande di trafficanti internazionali. Il commercio di animali selvatici ha quindi continuato ad esistere, coinvolgendo specie a rischio estinzione, come ad esempio il pangolino, uno dei sospettati principali per aver svolto il ruolo di ospite intermedio pipistrello-uomo nell’attuale pandemia. Nonostante la Cina abbia represso la vendita illegale delle sue scaglie, alcuni attivisti si lamentano per pene troppo disomogenee.

“In molti luoghi, il commercio di animali selvatici non è visto come una priorità o addirittura come qualcosa di necessariamente sbagliato, e per questo stiamo subendo una pandemia“, ha spiegato Chris Shepherd, direttore esecutivo della Monitor Conservation Research Society, riferendosi non soltanto alla Cina. Il South China Morning Post ha riportato un dato emblematico. Dall’inizio dell’epidemia di coronavirus in poi, la National Forestry and Grassland Administration cinese ha confiscato 39.000 animali selvatici e “ripulito” più di 350.000 siti – tra cui ristoranti e mercati – dove gli animali venivano commerciati senza precauzione e nonostante le leggi lo impedissero.

Un business ricco ma rischioso

L’industria cinese che gira attorno alla compravendita di animali selvatici ha un valore enorme, nel 2016 stimato in 76 miliardi di dollari. Stando ai dati della Chinese Academy of Engineering, soltanto il settore alimentare esotico aveva un valore di circa 19 miliardi di dollari, da aggiungere alle specie trattate negli allevamenti – più o meno abusivi – per ottenere pellicce, fare medicinali, vendute come animali domestici e studiate nei laboratori di ricerca .

Come ha sottolineato Deutsche Welle, lo scorso 24 febbraio, due mesi dopo lo scoppio della pandemia, il Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo cinese ha ampliato le leggi sulla protezione della fauna selvatica, vietando totalmente commercio e consumo degli animali selvatici per fini alimentari. In quei giorni, le autorità avevano annunciato un piano di eliminazione graduale del fenomeno che avrebbe dovuto terminare lo scorso settembre, con la chiusura definitiva di tutte le fattorie alimentari esotiche. La transizione, se così può essere definitiva, avrebbe dovuto essere gestita dai governi locali. Non tutto è filato liscio, visto il peso del settore toccato e e i centinaia di migliaia di lavoratori coinvolti.