Israele è da tempo in prima linea tra le nazioni che prendono decisioni rapide per prevenire la diffusione del Covid-19 nelle sue varie forme. Sia l’ex premier Benjamin Netanyahu che il suo successore Naftali Bennett hanno seguito un modus operandi molto conforme alla natura della gestione delle emergenze tipiche dello Stato ebraico: forte decisionismo, ma anche elevata elasticità. La scelta di Tel Aviv di tirare il freno sulla quarta dose nella campagna di immunizzazione di massa lo conferma. E a suo modo potrebbe segnalare una buona notizia: la minore virulenza della variante Omicron consente di compiere esami più approfonditi, di far fare alla ricerca il proprio corso e di creare fiducia collettiva sull’efficacia delle prime tre tornate di campagna.

A metà dicembre Tel Aviv aveva infatti annunciato di essere pronta a dare il via a una campagna di massa per la quarta dose di vaccino dopo che Omicron si era dimostrata in grado di contagiare anche coloro che avevano completato il ciclo vaccinale. Nell’ultima settimana il 30% dei contagiati da Covid aveva già ricevuto il terzo vaccino. Il premier Bennett (lui stesso in isolamento per il contagio della figlia) ha dichiarato che “nessuno, specialmente chi ha figli che frequentano le scuole, scamperà a questa ondata, in un modo o nell’altro”.

Martedì 21 dicembre Bennett ha annunciato una replica con la quarta dose di quanto avvenuto a inizio luglio, quando Israele era stato il primo Paese al mondo a dichiarare di essere pronta a inoculare una terza dose del vaccino contro il coronavirus di Pfizer-BioNTech (unico utilizzato nello Stato ebraico) avviando la campagna con le persone malate e soggette a fragilità o immunodepressione, e poche settimane dopo aveva annunciato l’avvio della campagna di somministrazione della terza dose di vaccino per gli over 60 che avevano ricevuto la seconda dose da almeno cinque mesi e gli operatori sanitari.

Pazienti immunodepressi, personale sanitario e over 60 avrebbero dovuto essere il target di questa campagna, stoppata però e ridimensionata come test di studio dopo i dati pubblicati attorno al giorno di Natale sull’effettivo impatto di Omicron. Che è si più contagiosa, ma decisamente meno letale di Delta e di altre varianti in circolazione. Secondo quanto riportato dal The Times of Israel, infatti, il dietrofront del governo Bennet è connesso alla pubblicazione dati preliminari provenienti dall’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito, secondo i quali i contagiati con la variante Omicron hanno tra il 50 e il 70% di probabilità in meno di essere soggette a ricovero ospedaliero rispetto a quelle con la variante Delta. Inoltre, i dati sui contagi nello Stato ebraico parlano di un 86% di ricoverati tuttora non soggetto a alcuna immunizzazione. Il direttore generale del ministero della Salute Nachman Ash ha pertanto chiesto un ulteriore studio, anche per capire l’effettiva capacità di Omicron di “bucare” il vaccino in termini di protezione dalla malattia sintomatica.

Su istruzione di Ash, il Ministero della Sanità occupato nel governo di larga coalizione da Nitzan Horowitz del partito di sinistra Meretz ha messo in piedi un nuovo studio sull’efficacia di un’eventuale quarta dose coinvolgendo l’ospedale Sheba di Tel Aviv. Da campagna di massa a test scientifico, la partita per la quarta dose si sostanzierà per ora in uno studio coinvolgente 6.000 volontari, tra cui 150 operatori sanitari della struttura ospedaliera nel cui team sono stati scelti i primi a essere inoculati nella giornata del 27 dicembre.

Lo studio, scrive L’Indipendente, “testerà l’effetto della quarta dose di vaccino sul livello degli anticorpi, sulla prevenzione della malattia e verificherà anche la sua sicurezza. In tal modo, dunque, si cercherà di fare luce sull’ipotetico vantaggio derivante dalla sottoposizione a questa ulteriore dose, il che permetterà di comprendere se ed a chi sia necessario somministrarla”, così da capire quanto, dopo Omicron, il Covid potrà essere trattato avviando una graduale fuoriuscita dalla dura e complessa situazione emergenziale oggi vigente. Ed è sintomatico il fatto che in parallelo al rallentamento sulla quarta dose si stia verificando una spinta di Tel Aviv verso il superamento delle chiusure precauzionali contro Omicron: Israele si appresta nei primi giorni del 2022 a rivedere le sue restrizioni, in particolare per quanto riguarda l’ingresso e l’uscita dal Paese.

La campagna di studio è nel complesso da salutare come un fatto positivo. Si dà spazio e fiato alla ricerca scientifica per fare il suo corso con i propri tempi consentendo di avere dati migliori e più consolidati alla mano; si mostra l’efficacia delle prime tre campagne vaccinali segnando un punto a favore della tesi del vaccino come arma migliore per contenere la pandemia; si dà spazio per capire come separare gestione preventiva e cura del Covid, come testimoniato dal fatto che Israele sta facendo passi avanti anche sulle cure del virus approvando per uso d’emergenza la pillola anti Covid di Pfizer, Paxlovid. Infine, si traccia una linea che il resto del mondo, spesso attento alle mosse d’anticipo della Vaccination Nation, è sempre attento a seguire. E dunque l’esito dello studio israeliano sull’efficacia della quarta dose in termini di creazione di anticorpi aggiuntivi e copertura anti-virale sarà un perno per qualsiasi decisione futura degli altri governanti del mondo.

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