E se il Covid potesse essere sconfitto adottando qualche semplice stratagemma all’interno della nostra società? Sia chiaro: nessuno mette in dubbio l’efficacia di vaccini e farmaci, che hanno contribuito ad arginare un’emergenza che, nel corso dell’ultimo anno e mezzo, era ormai diventata insostenibile. Solo che, dando uno sguardo al passato, è possibile imbattersi in alcuni esempi molto interessanti di come gli esseri umani siano riusciti a eliminare malattie più o meno gravi nei modi apparentemente più impensabili.

Nel XIX secolo Londra sconfisse un nemico tremendo: il colera. In quel periodo, l’acqua potabile della città si mescolava ai rifiuti umani, e i batteri potevano diffondersi ovunque scatenando epidemie mortali a ripetizione. Non fu un vaccino o un farmaco ad arginare il pericoloso fenomeno, quanto piuttosto la creazione di una rete fognaria, obiettivo conseguito mediante la riorganizzazione dello spazio urbano.

Un discorso simile può essere fatto per gli Stati Uniti, riusciti a mettere una museruola a malaria e febbre gialla grazie all’utilizzo di pesticidi, all’applicazione di zanzariere alle finestre delle case dei cittadini e ad una differente gestione del paesaggio. Anche qui, senza vaccini o farmaci, le due piaghe sanitarie si sono ridimensionate notevolmente. Perché, dunque, qualcosa del genere non potrebbe valere anche per il Covid?

L’enigma della ventilazione

Questa è la domanda che tra le righe ha provato a farsi la rivista The Atlantic che, in un lungo articolo, ha sottolineato l’importanza del jolly che forse potrebbe fermare l’avanzata del Sars-CoV-2 e ogni altro virus respiratorio: la giusta ventilazione negli spazi pubblici e privati.

In passato, un numero enorme di malattie considerate inevitabili – dalla dissenteria al tifo – sono state estromesse dai Paesi in via di sviluppo. Oggi poco o niente è stato fatto per prevenire le malattie che attaccano il nostro sistema respiratorio. In altre parole, dopo aver prestato attenzione a virus provenienti da insetti o da acque inquinate, dovrebbe essere arrivato il momento di prendere in considerazione l’aria. Già, perché gli agenti patogeni come il Sars-CoV-2 – ma anche la banale influenza – si diffondono attraverso piccolissime particelle che restano sospese nell’aria (aerosol) e che possono creare problemi all’interno di ambienti chiusi e affollati.

In un primo momento, sembrava che per evitare di essere contagiati dal nuovo coronavirus bastasse lavarci le mani in continuazione e disinfettare ogni cosa che toccavamo. Adesso gli esperti hanno capito che il ruolo fondamentale è in realtà quello giocato da mascherine, nelle fasi più critiche, e ventilazione. Non a caso, il virus fatica a diffondersi negli spazi aperti e, sempre negli spazi aperti, è difficile che le persone si contagino tra loro. Al contrario, al chiuso una singola persona infetta può diffondere il virus a decine di altri soggetti, anche senza toccarli o parlare con loro. Stando così le cose, appare scontato farsi una domanda: se, come ripetono gli scienziati, dobbiamo imparare a convivere con il Sars-CoV-2, non sarebbe ora di reinventare la ventilazione degli edifici?

La possibile soluzione

In un articolo pubblicato su Science, decine di scienziati ed esperti di salute pubblica hanno chiesto un “Cambiamento di paradigma per combattere le infezioni respiratorie indoor” (questo il titolo del pezzo). Per quanto riguarda Sars-CoV-2, sì: i vaccini e le mascherine sono armi potentissime. Ma potrebbe comunque essere possibile dare una sferzata al Covid – e a malattie respiratorie analoghe – puntando su una migliore ventilazione all’interno delle strutture comunemente utilizzate dalle persone, dalle abitazioni ai luoghi di lavoro.

Dal momento che gli edifici consentono ai virus respiratori di diffondersi per via aerea, dovremmo riprogettare le stesse strutture per scongiurare che ciò accada. Del resto, la pandemia ha già richiesto soluzioni particolari in alcuni luoghi per ripulire l’aria interna: le semplici finestre aperte per arieggiare le stanze, le luci UV disinfettanti ma anche i filtri HEPA portatili. William Bahnfleth, ingegnere architettonico della Penn State University, ritiene tuttavia che queste siano soltanto soluzioni rapide, cerotti e non rimedi effettivi a ferite ben più profonde.

Alcuni esperti ritengono che in ciascuna stanza chiusa potrebbero essere necessari dai quattro ai sei cambi d’aria completi ogni ora per ottenere una ventilazione ottimale; molto, poi, dipende dalle dimensioni delle singole stanze e da quante persone le occupano. In ogni caso, e in attesa di capire quali sono le migliori di strategie di ventilazioni per ridurre la trasmissione di malattie respiratorie tra le persone, è importante non perdere di vista le due grandi sfide che attendono gli scienziati: studiare il modus operandi migliore per ottenere una ventilazione perfetta e abbattere i costi energetici ed economici per far convogliare più aria esterna in un edificio.