L’assalto israelo-americano alle università e ai centri di ricerca iraniani non conosce soste e nella notte tra il 5 e il 6 aprile i caccia e i bombardieri di Washington e Tel Aviv hanno colpito l’Università di Tecnologia Sharif (Sut), un’importante istituzione accademica pubblica della capitale Teheran, classificata stabilmente tra le prime 500 al mondo e con un’eccellenza nell’ingegneria petrolifera dove il portale Top Universities le assegna il 20esimo posto globale.
Gli attacchi, secondo quanto scrive il Wall Street Journal, mirerebbero a colpire centrali di ricerca che sarebbero legate a presunte cooperazioni tra la Sharif e il programma di ricerca militare dei Pasdaran. Questo è un vecchio cavallo di battaglia per i nemici dell’Iran: una ricerca del Washington Institute, con sede negli Stati Uniti indicava l’Università Sharif come un centro di ricerca sui droni e l’istituzione era sanzionata dall’Unione Europea. Ma, vale la pena ribadirlo, sdoganare il principio secondo cui qualora un’università abbia, tra i suoi programmi, istituzioni di ricerca finalizzate a applicazioni a uso duale questo deve automaticamente portare a includerla tra i bersagli legittimi di un bombardamento è quantomeno spericolato in termini di principi e regole d’ingaggio militari. Mettere nel mirino le università apre un capitolo critico sull’uso militare delle scuole e, in particolare, l’attacco all’Università Sharif sdogana un principio problematico per Usa e Israele che hanno messo deliberatamente nel mirino un centro dell’opposizione al regime iraniano.
Non più tardi di un mese e mezzo fa, il Guardian ha realizzato un reportage dialogando con molti studenti dell’Università Sharif, che oltre un mese dopo le proteste represse dalla Repubblica Islamica avevano reiterato le critiche al regime e alla repressione in occasione dell’apertura dell’anno accademico. La Sharif era stata un epicentro di proteste a gennaio così come lo era stata nel 2022-2023 per le proteste seguite alla morte di Masha Amini.
“Le nostre aule sono vuote perché i cimiteri sono pieni”, furono le agghiaccianti parole di uno studente di quella che si può definire a tutti gli effetti la Berkeley iraniana: come il centro universitario della California fu negli Anni Sessanta epicentro della contestazione giovanile che trainò la marea culturale e umana del Sessantotto, così la Sharif era emersa come un centro di pensiero anticonvenzionale e originale. In entrambi i casi, dei poli di ricerca scientifica di riferimento per le tecnologie più avanzate, animati da una base di studenti critici dell’andazzo politico nei rispettivi contesti e anticonformisti hanno fatto da propulsione a moti di contestazione che hanno cambiato profondamente i Paesi. Negli Usa degli Anni Sessanta, contribuendo a scelte come il definitivo ritiro dal Vietnam. Nell’Iran odierno, mostrando l’insostenibilità del sistema della Repubblica Islamica sul lungo periodo senza riforme.
I Basij hanno violentemente represso le proteste dell’Università Sharif, che era diventata dunque un simbolo della contestazione interna al regime in una rivolta che ha avuto molte cause, ma l’elemento scatenante nel combinato disposto tra una crisi economica mordente e l’insoddisfazione di una popolazione giovane, istruita e senza prospettive, a cui non bastava più la narrativa del Paese assediato dalle sanzioni per giustificare l’arrocamento cleptocratico del regime. La scelta di bombardarla, da parte di Usa e Israele, allontana ulteriormente la retorica della “liberazione” dell’Iran dalla realtà dei fatti. L’attacco si inserisce in una serie di colpi al tessuto industriale, tecnologico, energetico del Paese centroasiatico che paiono piuttosto rispondere al cupo avvertimento di Donald Trump di “riportare l’Iran all’età della pietra”. Tanto che mettere nel mirino i luoghi dove con maggior forza si è potuto contestare un regime ritenuto brutale e inefficace non è più considerato nemmeno contraddittorio.