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La diffusione del coronavirus, la condanna per il mancato rispetto dei diritti umani, la minaccia economica, il mistero sull’origine del virus, le sfide sul clima: per una ragione o per l’altra il Dragone oggi è un imponente Leviatano con il quale flirtare economicamente ma da mettere nell’angolo, politicamente, in una schizofrenica spirale cerchiobottista. Tuttavia, al netto delle prese di posizione politiche, isolare la Cina sembra ormai controproducente tanto quanto accoglierla nel sistema internazionale.

La chiusura scientifica

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica è stata uno di quei settori che ha maggiormente sofferto dell’idiosincrasia verso Pechino: alla lunga, le tensioni geopolitiche hanno ridotto la collaborazione scientifica globale, proprio nel momento in cui è divenuta più necessaria. La pandemia da Covid-19 ha fornito dimostrazioni sorprendenti del valore della cooperazione nella ricerca scientifica e ha dimostrato che trattasi di un gioco esclusivamente a somma positiva: problemi come il cambiamento climatico, il degrado ambientale e le malattie infettive, infatti, non possono essere affrontati completamente senza un approccio globale.

A lanciare l’allarme sulla chiusura alla Cina è la rivista Nature, che riporta una ricerca che ha analizzato le tendenze della collaborazione scientifica negli ultimi venti anni. Un’analisi di oltre 10 milioni di articoli monitorati da Web of Science ha rilevato che il numero di articoli di coautori internazionali è passato dal 10,7% al 21,3% tra il 2000 e il 2015: in quell’anno, circa 200 paesi erano rappresentati nella letteratura collaborativa. Il complicarsi dei rapporti di molte potenze occidentali con la Cina e, infine, lo scoppio della pandemia hanno segnato una battuta d’arresto per questa tendenza.

Nel 2018, ad esempio, l’FBI accusò la Cina di sfruttare il mondo della ricerca e sviluppo negli Stati Uniti con fini illeciti. Ne seguì un fiume di indagini da parte del National Institutes of Health e di altre agenzie federali che identificò centinaia di scienziati finanziati dal governo federale sospettati di infrangere le regole sulla divulgazione dei legami con l’estero. Una vera caccia alle streghe che poi cedette il passo a una serie di clamorose scarcerazioni ma anche a una sequela di accuse di colpevolezza. La sinofobia scientifica non ha colpito solo gli Stati Uniti: anche Giappone, Australia, Regno Unito, Germania e India hanno aumentato il loro controllo sui rapporti di ricerca internazionali nell’interesse della protezione della sicurezza nazionale, con la Cina ampiamente considerata come il public enemy n.1. Queste battute d’arresto non riguarderebbero solo la cooperazione tra scienziati: anche il flusso di studenti da un Paese all’altro, il sale della post-modernità, sembra infatti rallentare: le politiche dei visti e gli oneri amministrativi nell’ospitare scienziati cinesi si complicano per questioni politiche, scoraggiando i team misti a ricercare collaborazioni in Asia.

Cina e Stati Uniti

Ma veniamo ai due grandi contendenti. Un’ulteriore analisi mostra una crescita zero tra il 2019 e il 2020 nelle pubblicazioni di coautori USA-Cina nel Nature Index, che tiene traccia delle affiliazioni degli autori in 82 riviste di scienze naturali selezionate per reputazione. Al contrario, nei quattro anni precedenti la crescita è stata superiore al 10% annuo. Nello stesso periodo sono aumentate, singolarmente, le pubblicazioni di ricercatori in Cina e Germania, Regno Unito, Australia e Giappone. Un’analisi degli articoli scientifici e ingegneristici nel database Scopus mostra, poi, che, se la collaborazione internazionale sulla ricerca relativa al Covid-19 nei primi cinque mesi dello scorso anno è stata superiore alla media dei cinque anni precedenti, sulla ricerca non Covid-19, la proporzione delle collaborazioni della Cina con gli Stati Uniti è stata inferiore rispetto ai cinque anni precedenti. Uno studio successivo mostra, inoltre, che le collaborazioni tra Cina e Stati Uniti nella ricerca sul Sars-CoV2 sono diminuite con il procedere della pandemia: la mancanza di fiducia di Washington, da un lato, e la reticenza di Pechino, dall’altro, contribuiscono a spiegare il dato.

Dopo lo choc iniziale dei primi mesi della pandemia globale, la collaborazione internazionale nella ricerca continua a mostrare modelli singolari rispetto alla ricerca sul coronavirus in epoca pre-COVID. Le nazioni più colpite tendono a produrre il maggior numero di articoli sul coronavirus, con una produzione strettamente collegata al tasso di infezione. La ricerca Covid-19 ha meno nazioni e team più piccoli rispetto alla ricerca pre-Covid, una tendenza che si è intensificata durante la pandemia. Gli Stati Uniti rimangono il singolo maggior contributore alla produzione di pubblicazioni globali, ma contrariamente ai primi mesi della pandemia, il contributo della Cina diminuisce con il calo dei casi.

La collaborazione scientifica è presumibilmente l’insegnamento più grande della pandemia. In appena un anno e mezzo, un tempo storicamente infinitesimo, grazie alla comunità di ricerca internazionale, sappiamo cosa causa la malattia, abbiamo sviluppato e distribuito vaccini in tempi record e abbiamo una migliore comprensione di come gestire la malattia, con molte terapie in arrivo. La pandemia non è l’unica crisi globale complessa; l’emergenza climatica, la perdita di biodiversità, la sicurezza alimentare, le future crisi sanitarie globali richiederanno approcci interdisciplinari e intersettoriali. La cooperazione scientifica, in questi campi, deve restare il più grande corridoio umanitario possibile per il benessere globale assieme al data sharing: i dati condivisi sono preziosi, nonostante resti l’esigenza di prestare attenzione affinché non vengano sfruttati né a scopo di lucro né per altri scopi non etici.

Cooperare con un Paese dalle mille contraddizioni come la Cina è rischioso e può rivelarsi un’arma a doppio taglio per la “libertà” come la intendiamo oggi. Tuttavia, come sosteneva Noberto Bobbio nel 1988 in Tolleranza e verità, “meglio una libertà in pericolo ma che si espande che una libertà protetta che si chiude in se stessa”.

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