Un continente enorme, abitato da oltre 1,2 miliardi di persone (circa il 17% della popolazione mondiale) e formato da 54 Stati indipendenti, molti dei quali poveri o poverissimi, e quindi impossibilitati ad affrontare la pandemia di Sars-CoV-2 in maniera adeguata. L’Africa è finita sotto la luce dei riflettori a causa dell’ultima variante di Covid-19, Omicron, rilevata per la prima volta nella sua parte meridionale. Il nuovo ceppo del virus che ha fatto scattare l’allarme rosso nel mondo intero è stato identificato in Sudafrica. Gli esperti lo hanno subito definito “preoccupante” in quanto dotato di ben 32 mutazioni, ovvero quanto basta per resistere potenzialmente a vaccini e anticorpi naturali. Serviranno ancora settimane di studi e ricerche per capire quanto è davvero temibile questa variante, anche se Omicron potrebbe non essere affatto l’ultima. E neppure la più pericolosa.
Già, perché il Sars-CoV-2 sembra essere un virus intelligente. Un virus capace di trasformarsi infezione dopo infezione, così da bypassare, almeno parzialmente, protezioni e schermi vaccinali. Se gran parte del mondo occidentale ha tutte le carte in regola per uscire dalla pandemia affidandosi all’arma dei vaccini, allo stesso tempo c’è chi si trova in alto mare. È il caso dell’Africa, dove soltanto il 7,1% della popolazione ha terminato il ciclo vaccinale, mentre il 3,6% è in attesa di ricevere la seconda dose. Totale: poco meno dell’11% degli abitanti è coperto contro virus. Una percentuale bassissima, nonché terreno fertile per la diffusione incontrollata del Sars-CoV-2 e delle sue varianti.
L’allarme che arriva dall’Africa
Omicron ha minato le certezze della comunità scientifica per almeno due ragioni. Innanzitutto perché proviene dall’Africa, un continente scarsamente monitorato, dove i vaccinati si contano sulle dita di una mano e dove le pessime situazioni socio-economiche pregresse di molti Stati non hanno fatto altro che offrire al Sars-CoV-2 la possibilità di correre in lungo e in largo, senza che nessuno potesse rintracciarlo. Ancora oggi, i dati che arrivano dal Continente Nero vengono presi con le pinze per via della loro incertezza strutturale.
Omicron ha poi fatto vedere cosa è in grado di fare in Sudafrica. Qui, nel giro di una settimana, i contagi sono aumentati del 258% in appena sette giorni, nonostante il governo locale possa vantare il tasso di vaccinazione migliore della regione, con il 23,8% di persone schermate da due dosi e il 4,5% in attesa di terminare il ciclo vaccinale. In base a questo, la domanda che si pone la comunità scientifica è emblematica: che cosa succederebbe nel caso in cui Omicron prendesse piede in altri Paesi africani, dove il numero di vaccinazioni è pressoché irrisorio e ben al di sotto del 10%? Si trasformerebbe ancora, diventando più resistente ai vaccini o più letale?