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Tre luoghi molto lontani fra loro: una nazione-isola, l’Islanda, uno Stato leader nella vaccinazione di massa, Israele, e la penisola a forma di uncino di Cape Cod, nel Massachusetts, tutti sorvegliati speciali nella lotta al Covid. Queste tre aree, infatti, stanno dando una risposta “anomala” alla lotta al virus che, lungi dal dichiarare l’inefficacia della vaccinazione, aiuterebbero a comprendere quali sono i fenomeni turbativi dell’immunizzazione massiccia.

Islanda

Qui l’86% della popolazione over 16 risulta vaccinata (al 16 novembre, l’89% di quelli di età pari o superiore a 12 anni), il che equivale a circa il 70% della popolazione immunizzata (l’Islanda ha quasi 370mila abitanti). Per questa ragione, agli inizi della scorsa estate, erano state eliminate tutte le restrizioni pandemiche, poi tornate a partire dal 25 luglio per via di un nuovo picco di contagi che ha inaugurato un nuovo trend in salita: ad allarmare le autorità sanitarie locali fu, infatti, una “crescita esponenziale delle infezioni” passate da 213 a 869 nell’ultima settimana tra luglio e agosto.

Lo scorso 15 novembre, invece, sono stati registrati 206 casi, il maggior numero di diagnosi di coronavirus in un solo giorno dall’inizio della pandemia: è bastato questo per far finire l’isola nella categoria di rischio più elevato, il livello 4, dei Cdc statunitensi, che addirittura arrivano a sconsigliare un viaggio in Islanda. Le infezioni sono state diagnosticate in quasi tutte le regioni del Paese: fra i pazienti circa il 50% era in quarantena al momento della diagnosi e circa il 50% era completamente vaccinato. Aumentano anche i tassi di ospedalizzazione: nelle ultime settimane e mesi, circa il 2% di quelli diagnosticati è stato ricoverato in ospedale, lo 0,4% è stato ricoverato in terapia intensiva e circa lo 0,2 % ha richiesto l’assistenza di un ventilatore.

Cosa sta accadendo in Islanda? Presumibilmente nulla di nuovo: per la prima volta si sta osservando un sistema che aveva eliminato ogni restrizione nel momento di massima dei flussi turistici. Sebbene la vaccinazione diffusa prevenga l’infezione, e soprattutto le malattie gravi, il caso islandese mostra che ciò non sembra essere sufficiente per fermare l’ondata in corso né per prevenire il ricovero in ospedale di coloro che sono gravemente malati. Del resto, fino a qualche mese fa, soprattutto i Paesi occidentali hanno sperimentato la vaccinazione massiccia in una confort zone fatta di regole ancora molto restrittive in fatto di distanziamento, spostamenti, uso delle mascherine, eventi pubblici. Il resto dell’inverno ci dirà di più e meglio.

Israele

Su poco più di 9 milioni di abitanti, 6.263.415 israeliani hanno ricevuto una prima dose di vaccino e 5.761.459 hanno ricevuto due dosi. Di questi, a 4.038.711 persone è stata somministrata una terza dose di richiamo, secondo i dati del Ministero della Salute. A breve, partiranno le vaccinazioni per la popolazione infantile tra i 5 e gli 11 anni.

Agli inizi di agosto anche Israele è rientrato fra i luoghi attenzionati per studiare il corso dell’epidemia in un contesto particolare: in quei giorni erano stati registrati 221 ricoveri in gravi condizioni, di cui il 42% non-vaccinati e 58% vaccinati (nella scorsa estate il 62% della popolazione aveva già ricevuto due dosi, mentre il 66% una dose). Poi, degli ulteriori picchi di contagi a metà settembre. Lo scorso venerdì i dati indicavano che il tasso di riproduzione del coronavirus è arrivato a quota 1, indicando che il virus si sta nuovamente diffondendo, anche se i casi gravi continuano a diminuire. Un mese fa c’erano più di 300 israeliani in gravi condizioni.

In Israele sta accadendo qualcosa di simile a ciò che si sta verificando in Islanda? A causa dell’aumento dei contagi, che si è iniziato a registrare a luglio, Israele è diventato il primo Paese al mondo a iniziare a somministrare la terza dose del vaccino, partendo dagli over 60 ed estendendo la campagna a tutti i cittadini dai 12 anni in su. C’è da dire che la scorsa estate l’innalzamento dei contagi ha riguardato soprattutto bambini e adolescenti non vaccinati, ma ci sono anche casi di persone contagiate nonostante il vaccino (le cosiddette infezioni rivoluzionarie). Il caso israeliano, perciò, sarebbe da imputare alla combinazione tra diminuzione dell’efficacia dei vaccini dopo sei mesi (essendo stato fra i primi Paesi al mondo a somministrarlo, i tempi sono maturi, dunque), fattore che ha giustificato l’avvio rapido della somministrazione delle terze dosi, e la virulenza alta dovuta alla variante Delta. Come l’Islanda, poi, rientra fra quei Paesi che la scorsa estate ha eliminato ogni tipo di restrizione, mantenendo solo l’obbligo di mascherina al chiuso. Ergo, ora, sarà una delle prime realtà a essere sotto osservazione per comprendere se e come il booster vaccinale agirà, abbattendo drasticamente i contagi o meno.

Cape Cod

Il caso Cape Cod, placida penisola nella Contea di Plymouth, era anch’esso esploso quest’estate a seguito di un boom di contagi. Agli inizi di agosto il picco inquietante: il 74% dei contagi riguardavano persone completamente vaccinate, con l’80% dei casi di tipo sintomatico. Ma facciamo un passo indietro. All’inizio dell’estate, in occasione della festa nazionale del 4 luglio, Cape Cod sembrava tornata alla gioiosa normalità pre-pandemia: ristoranti pieni, spiagge brulicanti, discoteche altrettanto, in virtù del fatto di essere la comunità più vaccinata dello Stato (il Massachusetts). I casi iniziano a diventare decine e decine e Provincetown, folkloristica comunità balneare sulla punta di Cape Cod, diventa un caso studio che fa riflettere per il Paese, riportando bruscamente gli americani alla cautela di un anno fa. La presenza di un dato in particolare ha reso questa comunità una cavia da laboratorio: le cariche virali tra le persone vaccinate sono risultate pari a quelle dei non vaccinati. Da qui, a cascata, la revisione di una serie di misure precauzionali.

Dal caso di Cape Cod gli scienziati hanno tratto importanti conclusioni sulla variante Delta del coronavirus, che ha contribuito a causare un aumento dei ricoveri in tutto il Paese, soprattutto tra i non vaccinati. La buona notizia è che le persone infette a Provincetown, circa tre quarti delle quali erano completamente vaccinate, erano, per la maggior parte, non gravemente malate; la cattiva notizia è che, essendo la variante Delta straordinariamente contagiosa, le infezioni “rivoluzionarie” diventano mezzo di diffusione del virus. Come altrove, durante l’apice della pandemia, Provincetown aveva seguito rigidi protocolli. Presto, però, a estate inoltrata i visitatori hanno iniziato ad arrivare a ondate, passando da decine a centinaia, con l’aggiunta del venire meno delle misure di contenimento. Una letale combinazione di un territorio piccolo, picco di presenze, variante Delta e restrizioni crollate.

Qui il fenomeno continua ad essere costante: il dipartimento statale di Sanità ha dichiarato nel suo rapporto settimanale di giovedì scorso che i casi di Covid-19 sono in aumento in tutto lo Stato e in particolare a Cape Cod e se il tasso di positività ai test nelle ultime due settimane è stato del 2,26% nel Massachusetts raggiunge quasi il 4% nella contea di Barnstable a Cape Cod.

Un nuovo studio, tuttavia, ha chiarito meglio le origini del super-focolaio estivo. Lo studio ha scoperto che la variante Delta che si è diffusa a Provincetown proveniva da più di 40 diverse fonti al di fuori della comunità di Cape Cod. E solo uno di queste, da un individuo o da un piccolo gruppo, ha seminato l’83% delle infezioni studiate. L’epidemia avrebbe potuto esplodere in un evento super-diffusore simile a quello scatenato alla conferenza Biogen di Boston del febbraio 2020. Nonostante questo, Cape Cod ha retto e sta reggendo bene all’aumento dei contagi: il team di ricercatori, guidato da scienziati del Broad Institute del MIT e di Harvard, ha concluso che l’alto tasso di vaccinazione di Cape Cod e le rapide misure di salute pubblica nel Massachusetts probabilmente hanno impedito all’epidemia di esplodere. Analisi genomiche hanno permesso di comprendere di più e meglio: i ricercatori, quest’estate, erano preoccupati che la rapida diffusione dell’epidemia di Provincetown segnalasse una possibile nuova versione turbo della variante Delta, ancora più trasmissibile. Ma il team ha scoperto che il 99% dei casi che hanno sequenziato era la stessa variante Delta che circolava altrove.