Due colossi che in questo momento sono accomunati dall’emergenza coronavirus, due Paesi sconvolti da un terremoto epidemico. India e Brasile però hanno altri punti di convergenza: entrambi sono noti a tutti per le loro baraccopoli e l’alta disparità sociale. In Brasile le chiamano favelas, in India le chiamano slum: possibile che proprio l’esistenza di questi quartieri sovrappopolati abbia fornito l’assist alla corsa del virus?

L’emergenza che tiene in allerta

Nell’ultimo mese quando si parla di coronavirus non si può non puntare lo sguardo verso quello che sta accadendo in India e in Brasile. Due grandi Paesi messi completamente in ginocchio dalla pandemia che sta correndo velocemente, mietendo diverse migliaia di contagi e numerose vittime. Nello specifico, la popolatissima India ha una media settimanale di 371.041 casi. Il 30 aprile scorso è stato raggiunto il record con 401.993 nuovi contagi in un solo giorno. Una vera e propria catastrofe virale che non sta permettendo nemmeno di dare  soccorso a chi ne necessita. Gli ospedali sono al collasso e non hanno le bombole dell’ossigeno per alleviare le sofferenze dei ricoverati. È divenuto difficile trovare anche lo spazio per seppellire i cadaveri. Dopo aver tirato un sospiro di sollievo a inizio 2021, New Delhi si sta riscoprendo tragicamente vulnerabile. Una buona notizia, i cui effetti si vedranno però a lungo termine, è che l’India sta aprendo alla vaccinazione di tutti gli adulti. Nel frattempo, per far fronte alle difficoltà del sistema ospedaliero, il 2 maggio scorso è partito dal Piemonte un gruppo di esperti appartenenti all’Emergency team type 2 (EMT2),un team composto da personale specializzato che metterà a disposizione dell’Hospital Greater Noida, a sud della capitale indiana, tutto l’ossigeno di cui necessita.

Dall’altra parte la situazione non è nemmeno rosea in Brasile, dove si sta registrando una media di 60.386 casi a settimana. Il 28 aprile scorso il picco con 79.726 contagi in 24 ore. Adesso è corsa contro il tempo per cercare ripari col vaccino. Il ministro della Salute Marcelo Queiroga ha lanciato continui appelli affinché i Paesi con dosi in eccesso li possano inviare urgentemente in Brasile.

La porta dell’inferno di Dharavi

C’è un dato pre Covid che lascia perplessi. Non riguarda l’ambito sanitario, bensì turistico. I visitatori che fino al 2019 si sono recanti in India hanno avuto primario interesse non nel visitare il Taj Mahal, il tempio simbolo del Paese, bensì lo slum di Dharavi. Con la parola slum si identificano i bassifondi delle metropoli del terzo mondo, in particolare di quelle indiane. Il termine, secondo il Douglas Harper Etimology Dictionary, deriva dal gergo inglese con cui a Londra, una volta sopraggiunta la rivoluzione industriale, si indicavano in modo dispregiativo i quartieri dormitorio. Dharavi è molto più di un bassofondo, è una vera e proprio porta dell’inferno. Si trova nella parte centrale dell’isola su cui sorge la megalopoli di Mumbai, che con i suoi 21 milioni di abitanti è il nucleo urbano più grande dell’India.

Dharavi rappresenta il più tragico esempio di sovraffollamento urbano. In un’area di 1.7 km quadrati, abitano più di un milione di abitanti. Il quartiere è nato dalla necessità di migliaia di famiglie emigrate dalla campagna di trovare un alloggio in città o anche un singolo tetto dove poter ripararsi dalla notte. E così baracche e abitazioni fatiscenti si sono sovrapposte le une sulle altre, senza alcuna regola, creando un dedalo di vicoli bui e tetri. Impossibile in queste condizioni pensare di rispettare norme sul distanziamento sociale oppure dare la possibilità agli abitanti di usufruire di servizi igienici, anche i più basilari. E il guaio è che Dharavi è solo un esempio, forse il più famoso in quanto set del film “The Milionaire”, vincitore di diversi premi oscar nel 2009. In tutta l’India, come descritto da Mike Davis nel libro “Il pianeta degli slum”, sono diversi i quartieri del genere. Non esiste metropoli indiana senza slum. Epicentri di povertà e disparità e, adesso, anche di focolai Covid.

Le favelas che in Brasile si autogestiscono

Se i turisti hanno scoperto Dharavi da qualche anno, in Brasile già da più di un decennio le autorità dipingono le baracche dei quartieri più poveri per non spaventare i visitatori diretti nelle spiagge più famose del Paese. Qui gli slum sono noti con il nome di favelas, le quali caratterizzano i sobborghi di tutte le principali metropoli brasiliane. Anche questi quartieri sono figli del massiccio sovrappopolamento. Le prime favelas sono infatti sorte tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, quando in migliaia si sono spostati dalle campagne alle città. Marcelo, nato in una favela di Belo Horizonte ma adottato da bambino in Italia, da qualche anno ha deciso di tornare nel proprio Paese di origine e adesso fa il volontario a Vietna, non lontano da San Paolo: “Da un anno proviamo a far capire agli abitanti l’importanza del distanziamento – ha dichiarato su InsideOver – ma è difficile. In questa, come nelle altre favelas dentro una singola abitazione vivono anche due o tre famiglie”.

In alcune zone di Vietna manca anche l’acqua potabile, non tutti possono regolarmente lavarsi le mani. Marcelo ha però fatto alcuni esempi virtuosi di autogestione delle favelas: “Lì dove non arriva lo Stato, arriva la stessa popolazione”, ha dichiarato. Poco lontano da Vietna c’è una delle più grandi favela del Brasile. Si tratta di Paraisópolis: qui sono stati gli stessi abitanti a darsi delle regole. La storia della lotta di questo quartiere contro il Covid l’ha raccontata su Avvenire Lucia Capuzzi, la quale ha sottolineato come all’interno di Paraisópolis, dove  non entrano nemmeno le ambulanze, sono state create associazioni volte a controllare lo stato di salute delle famiglie del quartiere e a mobilitare i cittadini per il rispetto delle norme anti contagio. Una goccia nell’oceano che fa ben sperare ma che, nel contesto brasiliano, appare ancora isolata.

“Il virus trova terreno fertile in questi contesti”

Spazi piccoli, angusti dove vivono diverse persone: sono questi gli elementi che accomunano India e Brasile con, rispettivamente le slum e le favelas. Ambienti in cui è impossibile rispettare le norme igienico sanitarie favorendo la proliferazione del virus: “Il Brasile – ha spiegato su InsideOver il direttore del reparto Malattie Infettive del San Martino di Genova, Matteo Bassetti – è l’ambiente ideale per il coronavirus. In una favelas, dove in 10 metri quadrati vivono 10 persone, il virus corre veloce. In India dove si vive all’interno di tende o di strutture fatiscenti, è chiaro che il Sars-CoV-2 trovi il suo massimo terreno  fertile”. Da quando è esplosa la pandemia le raccomandazioni emesse dall’Oms come strumento di difesa personale contro il coronavirus sono quelle che prevedono, tra le altre cose, il rispetto della distanza di sicurezza di almeno un metro tra persone e il lavaggio continuo delle mani.

Elementi basilari che ormai si danno per scontati ovunque. Ma che tali non sono nelle baraccopoli di questi due Paesi e di quelli contrassegnati dall’esistenza di slum dove poter lavare le mani con l’acqua che scorre dal rubinetto è un’utopia. In tutto il mondo sono milioni le famiglie che non hanno nemmeno l’acqua potabile e un bagno in casa. Secondo stime delle Nazioni Unite, 1.2 miliardi di persone vivono in zone dove ci si può lavare soltanto in gabinetti pubblici frequentati da centinaia di cittadini o dove, nelle abitazioni in cui in pochi metri si concentrano numerose persone, non c’è nemmeno la possibilità di assicurare un adeguato ricambio dell’aria. Quanto sta accadendo in India e in Brasile dunque è emblematico: che si chiamino slum, favelas o bidonville, in questi contesti il virus trova un ambiente confortevole a discapito delle sue vittime. La sfida futura, anche post Covid, è sia sanitaria che sociale: occorre regolare meglio la crescita urbanistica, ridimensionando gli effetti del sovraffollamento.