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“The War Has Changed”, scriveva il New York Times in un articolo datato 31 luglio. La guerra, contro il Covid-19, sottinteso, è cambiata. Il Sars-CoV-2, proprio come ogni virus, è soggetto a continue mutazioni, più o meno repentine e più o meno pericolose ai fini della pandemia. La spiegazione più semplice che possiamo dare, senza utilizzare termini troppo tecnici, è la seguente: gli agenti patogeni hanno un obiettivo, e cioè quello di sopravvivere diffondendosi all’interno di una o più specie animali.

Un virus intelligente, se così possiamo definirlo, è un virus che infetta molti bersagli ma evita di uccidere l’organismo che lo ospita. Il motivo è semplice: qualora dovesse farlo, sancirebbe anche la sua stessa morte. Per adattarsi al nuovo ambiente, agli organismi attaccati, all’azione di cure e vaccini, il virus muta continuamente. La maggior parte di queste trasformazioni è trascurabile, ed è utile soltanto ai fini dell’archiviazione di esperti e scienziati.

Alcune mutazioni, tuttavia, cambiano il comportamento del virus, rendendolo, ad esempio, maggiormente contagioso o pericoloso. Nel caso del Sars-CoV-2, sono emerse diverse varianti. Abbiamo imparato a conoscere la variante inglese, la variante sudafricana e quella brasiliana. In un secondo momento ecco comparire la variante indiana, rinominata variante Delta.

La mutazione chiave

La variante Delta ha ridefinito le regole della battaglia contro il coronavirus. Essendo molto più contagiosa della forma tradizionale del virus, questa variante ha sostanzialmente reso vane misure quali lockdown e coprifuoco. Dopo mesi febbrili, in cui la comunità scientifica si interrogava, non senza preoccupazioni, sull’efficacia dei vaccini disponibili per stoppare la Delta, gli esperti hanno fatto una scoperta sensazionale.

Come riportato dalla prestigiosa rivista Nature, una serie di studi ha evidenziato un cambiamento di aminoacidi presente nella variante Delta che potrebbe contribuire alla sua rapida diffusione. Ricordiamo, infatti, che stiamo parlando di una mutazione almeno il 40% più trasmissibile rispetto alla variante Alpha identificata nel Regno Unito alla fine del 2020. Il team guidato da Pei-Yong Shi, virologo presso l’Università del Texas Medical Branch a Galveston si è concentrato su una mutazione che altera un singolo amminoacido nella proteina spike del SARS-CoV-2, ovvero la molecola virale responsabile del riconoscimento e dell’invasione delle cellule.

Il citato cambiamento, chiamato P681R, trasforma un residuo di prolina in un’arginina. Per penetrare nelle cellule, la proteina spike deve essere “tagliata” due volte dalle proteine ospiti. Ebbene, il team di Shi ha scoperto che la spike viene tagliata in modo molto più efficiente nelle particelle con variante Delta.

Le ultime scoperte

Bisogna considerare un’altra scoperta degna di nota. Un team guidato da Kei Sato, un virologo dell’Università di Tokyo, ha constatao che le proteine spike che portano il cambiamento P681R si fondono con le membrane plasmatiche delle cellule non infette – un passaggio chiave nell’infezione – quasi tre volte più velocemente rispetto alle proteine spike prive della mutazione.

Stando al parare degli scienziati, il Sars-CoV-2 è riuscito a diventare un virus molto più efficiente, in grado di attaccare le persone attraversando le cellule molto più velocemente di un anno fa. P681R è senza ombra di dubbio una caratteristica chiave di Delta, ma potrebbe non essere l’unica peculiarità responsabile della rapida diffusione della variante. Delta, infatti, porta con sé numerose altre mutazioni alla proteina spike, così come ad altre proteine meno studiate.

Sia chiaro, i vaccini sembrano essere efficaci contro gli esiti peggiori dell’infezione da Covid, varianti comprese, riducendo il rischio di morte. Ma, soprattutto in alcuni Paesi, pesa ancora tantissimo il ritardo nelle campagne vaccinali, con molte persone ancora soggette a infezione. In ogni caso, per dare un metro di paragone, la variante Delta è più trasmissibile rispetto a Ebola e vaiolo, e contagiosa tanto quanto la varicella. Non è da escludere che l’aumento della contagiosità del Sars-CoV-2 possa seguire una sua minore pericolosità. Ma nessuno, al momento, intende azzardare pronostici.