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A Chernobyl stanno ripartendo processi di fissione nucleare? Questo è quanto la comunità scientifica si chiede dopo che i macchinari e i sensori che monitorano il Reattore 4 dell’impianto ucraino, teatro 35 anni fa del più celebre e drammatico disastro nucleare della storia insieme a quello di Fukushima, hanno rilevato anomalie sospette nelle emissioni e nelle attività del sito.

Anatoliy Doroshenko, membro dell’Institute for Safety Problems of Nuclear Power Plant di Kiev, ha recentemente evidenziato a un convegno dedicato al tema dello smantellamento della centrale nucleare che sotto il “sarcofago” di cemento armato che lo avvolge da oltre tre decenni, in una stanza inaccessibile del Reattore 4, è ripresa con forza l’emissione di neutroni, segno inequivocabile di fissione dei nuclei.

Dall’1 e 23 minuti di quel fatale 26 aprile 1986 – giorno dell’incidente al Reattore 4 dell’impianto “Vladimir Lenin” che provocò l’emissione di una quantità di radiazioni 500 volte superiore a quelle dell’atomica di Hiroshima – Chernobyl è cristallizzata fuori dal tempo e dalla storia. Una località abbandonata, vittima del disastro più grave del senescente impero sovietico e delle negligenze nella gestione dell’impianto e della risposta al disastro, gradualmente riconquistata dalla natura, visitata da pochi turisti alla ricerca di avventura e abitata dai pochi samoseli (gli “auto-coloni), residenti abusivi nella zona di alienazione di 30 chilometri che circonda le aree più contaminate vicino alla centrale nucleare. Scienziati, studiosi e giornalisti hanno documentato l’evoluzione di una località iconica dei rischi dell’era presente, esplorando e analizzando l’evoluzione delle aree circostante al freddo e muto sarcofago di cemento armato, costruito nelle settimane successive al disastro, per la cui edificazione furono mobilitati decine di migliaia di “liquidatori“, operai improvvisati dotati di rudimentali mezzi di protezione, chiamati a edificare l’opera d’emergenza e cercare di ripulire le aree contaminate, almeno 4mila dei quali pare siano morti per l’esposizione alle radiazioni.

Il frutto di questo lavoro fu il sarcofago poi ristrutturato nel 2016, sotto cui sono racchiuse 30 tonnellate di polvere altamente contaminata e 16 tonnellate di uranio e plutonio, oltre a circa 200 tonnellate del materiale generato dalla fusione del nocciolo.

Tale materiale, denominato corium è, come ricorda Wired“simile alla lava” e ” consiste in un mix di ossido di uranio, lega di zirconio, calcestruzzo e serpentinite”. Il corium “scivolò sotto il contenitore del reattore (in particolare nella camera 305/2) per poi solidificare in strutture, come la famosa formazione chiamata Piede d’elefante, che si trova sotto il fondo del reattore”. Proprio dalla camera 305/2 è stato rilevato l’aumento improvviso di radiazioni che gli scienziati tengono sott’occhio e che secondo diversi studiosi ucraini potrebbe essere il prologo di una reazione in grado di produrre un nuovo incidente e un rilascio incontrollato di energia nucleare. Ad accelerare il processo potrebbe esser stata la disidratazione del combustibile nucleare rimasto sepolto dopo la catastrofe e via via essiccatosi negli ultimi trentacinque anni.

Neil Hyatt, chimico specializzato in materiali nucleari e docente all’Università di Sheffield, ha voluto ridimensionare gli allarmi parlando con Science e sottolineando che il processo appare simile a quello che vede gli ultimi tizzoni di carbonella ardere alla fine di un barbecue. E per quanto Hyatt noti che non si debba “abbassare la guardia” dato che “non è chiara che reazione ci potrà essere” all’interno del Reattore 4, è chiaro che la minaccia di una ripetizione del disastro di trentacinque anni fa, che segnò la diffusione di un’enorme nuvola radioattiva sul continente europeo, è da ritenere fuori luogo. Più probabilmente il processo si originerà e si completerà all’interno del cuore dell’impianto oggi avvolto dal sarcofago di cemento armato. La minaccia principale che gli studiosi e le autorità ucraine devono valutare, insomma, è quella di un possibile danneggiamento strutturale del nuovo sarcofago completato nel 2016. E di una possibile, conseguente fuoriuscita di materiali contaminati che complicherebbe i piani di Kiev di bonificare il sito trovando un deposito geologico in cui conservarli al sicuro da possibili rischi.

Un progetto in tal senso vedrebbe l’Ucraina sostenuta dall’Unione europea e dalla Banca europea di ricostruzione e sviluppo se – e quando – Kiev presenterà un piano dettagliato e funzionante, fattispecie per cui si è impegnata a operare entro settembre. Nel frattempo l’Ispnpp di Kiev progetta contromosse e tra le possibili soluzioni prospetta l’idea di usare dei robot che possano sopportare le radiazioni abbastanza a lungo per perforare i detriti e il combustibile nucleare e fissare all’interno della struttura contaminata una serie di cilindri composti di boro, materiale capace di assorbire i neutroni e depotenziare l’effetto della reazione. Chernobyl continua in ogni caso ad essere un epicentro di preoccupazione da tenere d’occhio con attenzione. A un anno di distanza dagli incendi boschivi che hanno minacciato il reattore l’ex sito nucleare continua a far parlare di sé. Muto e minaccioso testimone di un passato doloroso, che evoca ricordi difficilmente cancellabili per tutta Europa, il Reattore 4 sepolto sotto la coltre di cemento armato non sembra esser destinato a offrire un bis della tragedia del 1986. Questo però non riduce la problematica ambientale di rilevanza globale legato al più grave disastro dell’era atomica e alle sue conseguenze.