“Oggi voglio parlare direttamente alle vittime e alle loro famiglie … Porgo le mie più sincere scuse per questa terribile ingiustizia.” Con queste parole semplici ma cariche di pathos, il primo ministro britannico Rishi Sunak si è rivolto a coloro che sono stati coinvolti, direttamente o indirettamente, nel più grande scandalo della sanità inglese rivelato in tutta la sua drammaticità e gravità lunedì 20 maggio: la questione del sangue infetto da HIV (virus che può portare allo sviluppo dell’AIDS) ed epatite (infiammazione del fegato).
La commissione presieduta da Brian Langstaff – giudice di lungo corso nelle corti di giustizia d’Oltremanica – ha pubblicato un rapporto di 2.500 pagine che fanno luce sulle oltre 30mila persone che, a cavallo degli anni Settanta e Novanta, sono state medicate con trasfusioni di sangue contaminato e più di 3mila sono poi morte, e ancor di più si sono ammalate, nel corso dei decenni a seguire. L’Infected Blood Inquiry – questo il nome dell’indagine portata avanti da Langstaff – si è conclusa con un j’accuse nei confronti del National Health Service (il servizio sanitario del Regno Unito), i ministri della Salute e gli esecutivi conservatori e laburisti che si sono succeduti a Westminster, data la mole di inadempienze, omissioni e errori, culminati nel dramma che ormai è impossibile ignorare.
Lo scandalo
All’inizio del decennio caratterizzato dalle contestazioni giovanili per l’abbattimento dei retaggi borghesi-clericali e conclusosi con il barocco consumistico degli anni Ottanta, le autorità sanitarie di Sua Maestà si sono trovate a dover fronteggiare una carenza di donatori di sangue, quest’ultimo necessario per pazienti sottoposti a determinati interventi chirurgici o affetti da malattie rare come l’emofilia (patologia congenita legata alla coagulazione del sangue). Per compensare a tale mancanza, il National Health Service, in accordo con il dipartimento della Salute, chiese l’importazione di sacche ematiche da oltreoceano, ovvero dagli Stati Uniti, dove erano in vigore dei programmi di donazione retribuita che coinvolgevano larghe fasce della popolazione. All’epoca nel novero dei donatori idonei rientravano anche i detenuti e i tossicodipendenti, oggi considerate categorie a rischio in merito allo sviluppo delle malattie ma non negli anni Settanta. Così facendo, i prodotti ematici sono giunti negli ospedali britannici senza che vi fosse controllo da parte delle autorità competenti e del personale medico sulla loro origine e sul profilo dei donatori.
È bene ricordare che, se l’HIV ha fatto la sua comparsa ufficiale nella letteratura scientifica solo nel 1981, l’epatite era una malattia nota fin dagli anni Cinquanta, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva già cristallizzato nelle sue linee guida che la produzione del plasma non doveva essere prodotto da un pool di più di 20 persone, a causa del rischio di infezione da epatite. Tuttavia, il plasma raggruppato per trattare i pazienti emofilici inglesi era stato estratto da svariate decine di donatori. Diversi sono i casi che, come riporta Politico, sottoponendosi ai lotti contaminati hanno poi ricevuto una diagnosi di AIDS o di epatite. Nigel Hamilton, ex manager di una ditta di trasporti di Belfast, è stato colpito dall’epatite durante un’operazione affrontata a 16 anni e ha raccontato come, dopo la diagnosi avvenuta dieci anni più tardi, era costretto a non poter usare le posate di famiglia e a tenere le sue su uno scaffale separato. Un altro caso è quello di Ronald Scott. Programmatore informatico con doppia diagnosi di HIV ed epatite, poi morto nel 1993, non ha mai raccontato del suo stato di salute per non sentirsi marchiato da uno stigma, come raccontato dalla figlia Katie.
Nei primi anni Novanta, andarono in scena le prime mobilitazioni di soggetti affetti da HIV per far luce su quanto accaduto a cui poi si aggiunsero i pazienti malati di epatite, ma i governi di Sua Maestà hanno sempre fatto spallucce dinanzi alle loro richieste. Quando nel 2017, 500 persone minacciarono di procedere per vie legali, l’allora premier Theresa May concesse l’istituzione dell’Infected Blood Inquiry.
Cosa aspettarsi adesso
A Westminster, il giudice Langstaff ha dichiarato davanti ai membri del parlamento che l’intera vicenda “non è stata un incidente” e che le infezioni sono avvenute perché “le autorità non hanno messo la sicurezza dei pazienti al primo posto”. Durante il suo discorso accorato, Langstaff non ha lesinato critiche all’intera classe dirigente, ma si è scagliato con particolare fervore contro Kenneth Clarke, politico conservatore di lungo corso e ministro della Salute dal 1988 al 1990 nel terzo governo di Margaret Thatcher che, dopo l’identificazione dell’HIV all’inizio degli anni Ottanta, ha sempre sostenuto che non esistessero prove evidenti della trasmissione del virus tramite sangue, nonostante il dipartimento della Salute avesse sostenuto che potesse esserci una correlazione.
Ad ascoltare il discorso di Langstaff, oltre ai deputati, c’erano anche le vittime e le loro famiglie ed è proprio a loro che il Governo guarda per sopire il coro di voci indignate. Nel rapporto finale della commissione d’inchiesta, c’è l’invito della stessa a risarcire chi ha subito danni collaterali o le famiglie nel caso in cui ci fosse stata la morte della persona infetta. Sunak ha comunicato sul suo profilo X che farà tutto il possibile per approvare un piano di risarcimento che, secondo alcune bozze circolate in questi ultimi giorni, potrebbe costare qualche miliardo di sterline. Dello stesso parere è il leader laburista Keir Starmer che si è detto disponibile a dare una mano a Downing Street, condividendo la colpa per quanto successo dato che anche il suo partito è stato al governo quando i fatti denunciati hanno avuto luogo. L’auspicio i tutti in Gran Bretagna è che si giunga presto all’approvazione delle somme di risarcimento dopo che già due volte, in passato, si era ventilata tale ipotesi senza che poi si traducesse in un aiuto concreto.

