I nuovi contagi possono essere concentrati in una sola area o spalmati su un’intera provincia, essere decine o appena una manciata, importati dall’estero o causati da cluster interni. Nessuna variabile è in grado di cambiare o alleggerire il modello della Cina di contrasto al Sars-CoV-2. Le autorità cinesi hanno sposato fin dallo scoppio dell’emergenza sanitaria la politica “zero Covid”, e questo significa che l’obiettivo di Pechino deve obbligatoriamente coincidere con l’assenza totale di contagi sull’intero territorio nazionale.

Numeri che a noi sembrano irrisori, per il Partito Comunista Cinese rappresentano un preoccupante campanello d’allarme. Per capirsi, nelle ultime 24 ore sono stati rilevati 89 casi in una popolazione che conta circa 1,4 miliardi di persone. Il trend è in salita da qualche settimana, ma i dati sono ben lontani dalle migliaia di contagi registrati quotidianamente in gran parte dell’Occidente. Che, nonostante questo, ha allentato da tempo le restrizioni anti Covid.

In Cina, Xi Jinping non ha alcuna intenzione di rompere le righe come se la minaccia fosse soltanto un lontano ricordo. Non lo ha fatto prima dell’insorgere della variante Delta, quando la curva epidemiologica delle infezioni era più piatta di un lenzuolo sopra al letto, figuriamoci se intende farlo adesso che il virus ha “ripreso quota”.

Un modello particolare

Ogni modello di lotta al Covid ha dei pro e dei contro, porta con sé vantaggi tangibili ma anche dei prezzi più o meno alti da pagare. Nel caso della Cina, in molti si sono interrogati sulla tenuta nel lungo periodo della politica “zero Covid” o “contagi zero”. In un primo momento tutti erano concordi nell’esaltare il modus operandi di Pechino, intuendo però che quel modo di combattere il virus sarebbe stato appannaggio di pochissimi Paesi (se non solo della Cina).

Scegliere di sradicare completamente il Sars-CoV-2 da un Paese, infatti, implica un rigido meccanismo di controllo, enormi risorse (sia di strutture che di strumenti medici come kit e tamponi, senza considerare, appunto, il personale incaricato di monitorare la situazione) e la presenza di un sistema politico che consenta di prendere decisioni immediate scelte dall’alto, senza talk show, dibattiti o dubbi di alcun tipo. Così è, e così va fatto.

Per un anno abbondante la Cina ha saputo contenere alla grande il coronavirus. Il discorso è cambiato con la comparsa di varianti più contagiose del nostro Sars-CoV-2. È in quel momento che il modello cinese, imitato da Singapore, Australia e Nuova Zelanda, è apparso traballante. Eppure, mentre gli imitatori abbandonavano la politica zero Covid, in parte a causa della complessità del modello, e in parte per l’arrivo dei vaccini, la Cina non ha cambiato strada.

L’incognita del lungo periodo

Il vantaggio del modello cinese è che, almeno nell’immediato, la popolazione può sentirsi tranquilla. Con i controlli imposti dalle autorità a ogni singola persona che intende entrare nel Paese – sia per motivi di viaggio che per altre ragioni – il virus non circola in Cina come avviene nella maggior parte delle altre nazioni. C’è però l’altra faccia della medaglia, formato da centri di quarantena nei quali deve transitare obbligatoriamente chiunque decida di varcare la Grande Muraglia (pare che Xi Jinping abbia rinunciato sia al G20 che alla Cop26 proprio per evitare l’impasse della quarantena) e decisioni drastiche in caso di minaccia percepita.

Non a caso il governo ha consigliato ai cittadini di fare scorta di cibo, non sia mai che qualche lockdown improvviso possa creare disagi. Un esempio dell’approccio adottato da Pechino lo si è visto a Shanghai: nel parco di divertimenti Disneyland locale, complice la rilevazione di un solo caso, sono finite in osservazione 30mila persone. Un altro esempio? La città di Heihe, nella Cina nord-orientale, intende sospendere gli acquisti di beni provenienti da Paesi d’oltremare, nel tentativo di spezzare la catena di trasmissione del Covid attraverso le merci. I residenti, insomma, potranno effettuare ordini dall’estero solo se “strettamente necessario”.

La strategia di Pechino

In ogni caso, il fulcro del modello cinese è facile da capire: lockdown mirati ogni volta che emerge un focolaio, sia esso composto da pochi casi che da centinaia, e ricostruzione di ogni singolo contatto interpersonale mediante tamponi continui. Piccolo particolare: lockdown del genere possono paralizzare milioni di persone e, con loro, le attività produttive del Paese.

Perché la Cina continua ad adottare questo modello nonostante i vaccini? È importante considerare alcuni aspetti:

1) Per raggiungere l’immunità di gregge, in virtù di una popolazione immensa combinata con la comparsa di varianti più contagiose, la Cina deve vaccinare almeno l’85/90% della popolazione (ad oggi è coperto meno dell’80%).

2) Considerando il sistema politico ed economico cinese, e considerando la volontà di Pechino di puntare in prima battuta sulle potenzialità del mercato interno, l’approccio lockdown più tamponi comporta costi sopportabilissimi per il governo (meno per la popolazione, soprattutto dal punto di vista psicologico)

3) Non è da escludere che la Cina stia adottando questo approccio nel tentativo di guadagnare tempo, in attesa che sopraggiungano vaccini più efficaci, e senza che i nuovi focolai possano mettere sotto pressione il sistema sanitario nazionale.

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