I medici statunitensi sono ricchi ma infelici perché oppressi dalla burocrazia. E in Italia…

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Se si passeggia nel parcheggio di un grande ospedale di Dallas, in Texas, si ha l’impressione di trovarsi in una concessionaria di auto di lusso tedesche. Bmw, Mercedes, Audi: i frutti di anni di sacrifici e studi sono tutti lì. Inizia così un’inchiesta dell’Economist di qualche settimana fa sulla grande infelicità dei camici bianchi statunitensi. Sembra difficile da credere, ma dietro il benessere materiale, la classe medica d’Oltreoceano sta attraversando una crisi senza precedenti.

Secondo un recente sondaggio internazionale condotto dal Commonwealth Fund su un campione di 11.000 medici, il 43% dei professionisti statunitensi dichiara di soffrire di burnout (una condizione di esaurimento fisico e mentale legata al lavoro). È la percentuale più alta tra i dieci paesi industrializzati oggetto dello studio. Per fare un paragone, nel Regno Unito, dove il sistema sanitario nazionale (Nhs) attraversa una crisi cronica, la quota si ferma al 33%, nonostante i medici britannici guadagnino mediamente la metà dei colleghi statunitensi.

Il peso della carta

Il paradosso degli Stati Uniti, fatto di stipendi altissimi e grande frustrazione, secondo molti analisti, ha una causa assai meno nobile della medicina: la burocrazia. In pratica i medici di base negli Stati Uniti passerebbero ormai una parte minoritaria della loro giornata con i pazienti, facendosi assorbire per il resto del tempo da complicate cartelle cliniche elettroniche, estenuanti trattative con le assicurazioni per ottenere l’autorizzazione a esami o farmaci per i loro pazienti e gestione di e-mail e messaggi via smartphone, “esplosi” con la pandemia.

I medici statunitensi pensavano di aver studiato Medicina per curare le persone, e invece si ritrovano a compilare moduli o negoziare con le corporation. Uno studio del 2019 ha calcolato che questa frustrazione ha un costo economico enorme: circa 4,6 miliardi di dollari all’anno tra ore perse e costi di sostituzione dei medici che decidono di licenziarsi.

Non è solo un problema americano

Sebbene gli Stati Uniti rappresentino il caso limite, il fenomeno si ripresenta anche in Italia. Dove, ad esempio, la situazione non è dissimile per quanto riguarda il carico amministrativo, sebbene le cause siano diverse. Secondo le principali sigle sindacali (come Anaao-Assomed), un medico ospedaliero italiano passa fino al 60% del proprio tempo a redigere certificati e compilare moduli che non hanno fini clinici, ma puramente legali o amministrativi. La differenza sostanziale è che in Italia al burnout burocratico si aggiungono stipendi tra i più bassi d’Europa e una cronica carenza di personale.

In Francia, il fenomeno dei cosiddetti “deserti medici” (zone rurali prive di dottori) deriva anche dal fatto che molti giovani professionisti rinunciano alla libera professione per lavorare come dipendenti: preferiscono guadagnare meno pur di non dover gestire la contabilità e gli oneri burocratici di uno studio privato. Così il Ministero della Salute ha provato a introdurre una “missione di solidarietà obbligatoria” per i medici di base: su base volontaria, quelli delle aree meglio servite potranno prestare servizio fino a due giorni al mese nelle zone rosse con grave carenza di assistenza sanitaria.

Fino a pochi anni fa, la soluzione proposta dai vertici sanitari era spesso individuale: “fate più yoga” o “praticate la mindfulness“, aggirando così il fatto che il problema non è la fragilità mentale dei medici, ma un sistema che per venire incontro alla riduzione del rischio è diventato insostenibile. È un fenomeno del resto che riguarda non solo la sanità, ma qualunque anfratto del vivere civile..

Molti esperti allora guardano all’Australia, che ha recentemente centralizzato le piattaforme burocratiche sanitarie, riducendo drasticamente il numero di moduli che un medico deve compilare per ogni visita.

Negli Stati Uniti, invece, la speranza è riposta nell’intelligenza artificiale. Jen Brull, presidente dell’American Academy of Family Physicians, suggerisce all’Economist che l’intelligenza artificiale potrebbe presto occuparsi della trascrizione delle note cliniche e della codifica dei dati, liberando i medici dall’ossessione della tastiera.

Ma secondo alcuni ricercatori, l’Ia potrà davvero diffondersi solo se verrà presentata come uno strumento di supporto discreto, e non come un sostituto del giudizio umano. Il dubbio non sembra riguardare tanto se l’intelligenza artificiale possa funzionare, ma come verrà vista quando entrerà apertamente nel processo decisionale medico. Uno studio della Johns Hopkins Carey Business School suggerisce che, oggi, usare l’Ia in corsia può costare reputazione professionale: più un medico appare dipendente dagli algoritmi, meno viene considerato competente dai colleghi, anche quando l’obiettivo è migliorare la precisione delle cure.

In altre parole, mentre l’innovazione tecnologica corre e le istituzioni spingono per adottarla, le dinamiche sociali interne restano ancorate a un’idea tradizionale di competenza e autorità clinica.