Centinaia di grotte carsiche collegate l’una all’altra mediante un fitto reticolato di corridoi, in un complesso labirinto che si estende per circa 60 chilometri. La grotta più rinomata, famosa e maestosa di quest’area si chiama Tenglong, o Soaring Dragon Cave, un nome che in italiano suona come Grotta del drago volante. Lungo i cunicoli, visitati ogni giorno da un incessante traffico di turisti e abitanti del posto, i primi intenzionati a scattare selfie o foto di fronte alle grotte, i secondi indaffarati nel raccogliere acqua potabile da una delle fonti situate nelle caverne, vivono numerose specie di pipistrelli. Prima della pandemia di Covid-19, nei dintorni dell’attrazione naturale sorgevano piccole fattorie che, in possesso di regolari licenze di allevamento, ospitavano centinaia di migliaia di mammiferi selvatici, come tassi furetti, cani procioni e zibetti.

Benvenuti nella prefettura di Enshi, nel cuore della provincia dello Hubei, nel cuore della Cina. Già, proprio lo Hubei: la stessa provincia salita agli onori delle cronache internazionali per aver ospitato sul proprio territorio il primo focolaio noto di Sars-CoV-2. I primi casi conclamati del nuovo coronavirus apparso misteriosamente chissà come, chissà quando e chissà da dove, hanno colpito Wuhan a cavallo tra la fine del dicembre 2019 e l’inizio del gennaio 2020. Wuhan, il capoluogo provinciale da 11 milioni di abitanti, soprannominato anche “Detroit cinese” per il fatto di accogliere le sedi di moltissime grandi fabbriche legate all’industria automobilistica, ma anche “Città dei cento laghi” a causa del suo passato ricco di laghi, e “Città Azzurra” perché tagliata in due dalle acque del Fiume Azzurro e Fiume Han. Da qui le grotte di Enshi distano quasi sei ore di auto, e sono una delle mete più gettonate dei turisti cinesi, non solo degli wuhanesi.

Un mistero ancora irrisolto

A distanza di quasi due anni dallo scoppio dell’emergenza globale, nessuno è riuscito a svelare il mistero del Covid-19. Le origini dell’agente patogeno responsabile della malattia che ha causato milioni di morti e centinaia di milioni di contagi in tutto il mondo è sostanzialmente sono ancora ignote. La scienza ha imparato a conoscere i suoi comportamenti, come si diffonde da uomo a uomo, i sintomi che provoca sui pazienti infetti, e ha pure realizzato un vaccino adatto a mitigarne gli effetti più gravi, così da limitare al massimo la mortalità e la pressione sugli ospedali, finiti letteralmente in ginocchio dopo due ondate travolgenti. Ma non sa fornire altre risposte.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha inviato una prima task force in Cina all’inizio del 2021 con l’obiettivo di fare chiarezza su quanto accaduto a Wuhan. Il risultato dell’indagine a tappeto è stato piuttosto deludente, visto che il report prodotto dal team di ricerca ha semplicemente elencato le quattro possibili origini del Sars-CoV-2 (fuga dal laboratorio cittadino, zoonosi diretta, zoonosi indiretta mediante ospite intermedio, trasmissione mediante i prodotti alimentari della catena del freddo), limitandosi a descriverle come più o meno probabili.

Tante sono le domande ancora senza risposta, due delle quali fondamentali: 1) a quando risale il vero paziente zero della pandemia?; 2) qual è il luogo esatto in cui si è scatenato il contagio? Le prove fin qui raccolte dagli esperti possono fornire risposte piuttosto limitate. Per quanto riguarda il paziente zero, i documenti ufficiali sostengono che il primo paziente contagiato da Sars-CoV-2 sia di Wuhan e risalga al dicembre 2019, mentre altre fonti parlando invece di un 55enne della provincia dello Hubei contagiato nel novembre 2019. È però altamente probabile che il virus circolasse molti mesi prima, in autunno o, secondo alcuni, già alla fine dell’estate. Nebbia fitta anche sulle analisi geografiche della pandemia. Dalla pista che porta dritta al Wuhan Institute of Virology al possibile contagio avvenuto all’interno del mercato ittico di Huanan, le ipotesi più eclatanti indicherebbero in Wuhan il luogo di origine di tutto.

È difficile risalire al bandolo della matassa, non solo perché ricostruire la storia di una pandemia – a maggior ragione di una provocata da un coronavirus altamente contagioso come lo è Sars-CoV-2 – è complicato quanto cercare un ago in mezzo a un pagliaio, ma anche a causa delle propagande incrociate di Cina e Stati Uniti. Le accuse reciproche, quasi sempre funzionali soltanto a screditare il rivale agli occhi della comunità internazionale, etichettandolo come untore, non fanno altro che alimentare la confusione e intralciare le ricerche scientifiche.

Le grotte di Enshi

In attesa di nuovi indizi, che prima o poi emergeranno dal calderone dei misteri, il Washington Post ha focalizzato l’attenzione sull’estrema periferia della provincia dello Hubei. Lontano dal laboratorio cittadino si snodano le citate grotte di Enshi, habitat naturale di pipistrelli di ogni tipo. Nei dintorni, nell’era pre Covid, si estendevano allevamenti di animali particolari, teoricamente possibili ospiti intermedi di una zoonosi indiretta da pipistrello a uomo. L’ultimo punto sospetto riguarda l’intenso traffico umano che ere (ed è) solito colpire quest’area, con viaggiatori provenienti da ogni angolo della Cina (e non solo).

Unendo i tre aspetti citati emerge un puzzle altamente sospetto, una pista plausibile che potrebbe e dovrebbe essere battuta con estrema attenzione dagli esperti. I pipistrelli, abitanti delle grotte e serbatoi di virus, potrebbero aver trasmesso il patogeno a uno dei visitatori delle cave; magari proprio a un allevatore dell’area che, una volta tornato a casa, potrebbe a sua volta aver contagiato uno zibetto o un altro animaletto simile. Gli stessi animaletti, si badi bene, che vengono venduti nei wet market cinesi a prezzi più o meno abbordabili, a seconda della loro tipologia.

Dal momento che ci troviamo nello Hubei, non è da escludere che il nostro allevatore X infetto possa aver esposto un ospite intermedio, anche lui infetto, su uno dei banchi esposti nel mercato di Huanan, o possa averlo venduto a un commerciante di Wuhan. Al momento non ci sono prove scientifiche capaci di avvalorare o cestinare questa pista, ma lo scenario è più che verosimile. La stessa Oms ha chiesto invano alle autorità cinesi l’accesso alle aree di allevamento della fauna selvatica della Cina (aree proprio come quella di Enshi), definendo questa necessità un passaggio chiave nella ricerca delle origini di Sars-CoV-2.

Allevatori e ospiti intermedi

Focalizzando l’attenzione su Enshi, gli allevamenti faunistici dell’area si trovano a meno di un miglio dagli ingressi delle grotte. Il Wahisngton Post ha chiesto all’ambasciata cinese a Washington se i pipistrelli, gli animali allevati e i residenti della prefettura di Enshi fossero stati testati per il coronavirus. Un portavoce dell’ambasciata ha spiegato di non poter verificare la situazione, in quanto la Cina ha vietato il commercio e il consumo di animali nel febbraio 2020. Nessuna risposta anche dall’ufficio forestale di Enshi e dai funzionari locali.

Il governo cinese e l’Oms hanno più volte affermato che l’origine più probabile della pandemia è la trasmissione naturale attraverso la fauna. Eppure, dalla fine del 2019 a oggi, sono stati compiuti ben pochi progressi per stabilire un effettivo percorso naturale, coerente tanto temporalmente quanto geograficamente, e capace di ricostruire l’eventuale zoonosi indiretta da un pipistrello al mercato di Wuhan. Analizzare a fondo luoghi sensibili, come le grotte di Enshi, potrebbe essere il primo, importante passo per chiarire una volta per tutte le origini del virus che ha messo in ginocchio il mondo. Peccato che – almeno fino ad oggi – gli scienziati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità non avessero alcun accesso alle suddette località. Urge un rapido cambio di passo.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY