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Alla fine di maggio, Joe Biden aveva incaricato l’intelligence americana di indagare a fondo sulle origini della pandemia di Covid-19. Il presidente democratico era stato chiaro: nell’arco di 90 giorni, le agenzie statunitensi avrebbero dovuto riferire quanto scoperto, mentre le altre strutture del Paese erano chiamate ad assistere alle indagini dei servizi segreti, magari preparando domande scottanti da rivolgere, in un secondo momento, al governo cinese.

Adesso che il limite temporale fissato da Biden è sempre più vicino, un discreto numero di alti funzionari dell’amministrazione in carica – gli stessi che stanno sovrintendendo alla revisione attuata dall’intelligence – ritiene che la Lab Leak Theory sia credibile almeno quanto la possibilità che il virus possa essersi sviluppato in natura. A rivelarlo è stata la Cnn, la quale non ha mancato di sottolineare il radicale cambiamento attuato dal Partito Democratico.

Già, perché un anno fa, quando Donald Trump e i Repubblicani insistevano sull’eventualità che il Sars-CoV-2 potesse essere fuoriuscito dal laboratorio di Wuhan, i Democratici sminuivano pubblicamente la teoria della “fuga dal laboratorio”. Per quale motivo, ora, gli uomini di Biden dovrebbero aver cambiato idea?

Cambio di passo

La comunità di intelligence americana è ancora divisa in merito alle origini del Sars-CoV-2: da una parte c’è chi ritiene che il virus sia del tutto naturale e figlio di una zoonosi; dall’altra chi dà credito all’eventuale fuoriuscita del patogeno dal Wuhan Institute of Virology (WIV). Dal momento in cui Biden ha ordinato indagini approfondite, sono emerse ben poche prove per far spostare l’ago della bilancia in una direzione piuttosto che nell’altra. Eppure la Lab Leak Theory è finalmente stata seriamente presa in considerazione dai massimi funzionari dell’amministrazione Biden.

Si tratta senza ombra di dubbio di un’apertura sensazionale, che arriva in un momento delicato e in un contesto scientifico entro il quale un elevato numero di esperti ritiene che vi siano prove a sostegno dell’origine naturale del virus. Sia chiaro: le attuali informazioni lasciano intendere che il Sars-CoV-2 abbia molto probabilmente avuto origine naturalmente, dal contatto uomo-animale. In ogni caso, non è più ufficialmente esclusa a priori la possibilità che il patogeno possa essersi diffuso in seguito a una fuga dal laboratorio di Wuhan, dove sono state condotte ricerche sul coronavirus direttamente sui pipistrelli.

Frizioni Oms-Cina

Se in America il Partito Democratico ha preso atto della concretezza della Lab Leak Theory, dall’altra parte del mondo si segnalano frizioni tra l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e la Cina. Il direttore dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha rinnovato l’appello a Pechino affinché il gigante asiatico cooperi nell’indagine sulle origini del Covid. “Chiediamo alla Cina di essere aperta e trasparente e di cooperare. Sapere quello che è successo è qualcosa che dobbiamo ai milioni di persone che hanno sofferto e ai milioni di persone che sono morte”, ha detto in conferenza Ghebreyesus.

Dal canto suo, la Cina ha sempre sostenuto di aver cooperato con l’Oms – che, ricordiamolo, nei mesi scorsi ha mandato a Wuhan un team di esperti a indagare, ma a cui sarebbe stato impedito l’accesso a informazioni e siti fondamentali – e ha contestato i tentativi di “politicizzare” le indagini. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian, ha fornito una risposta emblematica: la Cina respinge le accuse dell’Oms di non aver condiviso i dati.

Gli esperti internazionali, al contrario, avrebbero avuto un adeguato accesso ai documenti, mentre il governo cinese “ha permesso agli scienziati di vedere i dati originali che richiedevano un’attenzione speciale”, sebbene “alcune informazioni fossero vincolate al rispetto della privacy personale e non potessero essere portate fuori dal Paese”. Il braccio di ferro continua.