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Il Regno Unito immunizzerà i bambini di età compresa tra i 12 e i 15 anni, ma somministrerà loro soltanto una dose del vaccino Pfizer-BioNTech. La decisione, anticipata dai media britannici, e in attesa di essere formalizzata da Boris Johnson in persona, è stata presa dalle autorità sanitarie locali, e coinvolgerà circa 3 milioni di minori.

Londra ha così scelto di includere nella sua copertura vaccinale anche i bambini, dopo le preoccupazioni per una nuova ondata di contagi registrata al termine delle vacanze estive e in prossimità della riapertura delle scuole. Secondo il principale consigliere medico del governo britannico, Chris Whitty, questa mossa avrà effetti positivi sia sul numero dei contagi che sulla qualità dell’istruzione.

Attenzione però: i più piccoli riceveranno soltanto una singola dose Pfizer, e non due come gli adulti. E pensare che i consulenti del Joint Committee on Vaccination (Jcvi) si erano espressi in tutt’altra direzione, avversando l’allargamento dei vaccini anti Covid ai ragazzi. Il governo, ha spiegato la Bbc, è invece pronto a rovesciare il parere negativo della Commissione scientifica, a maggior ragione in seguito al responso consegnato all’esecutivo dai chief medical officer delle quattro nazioni britanniche.

La decisione di Londra

Il Jcvi aveva scelto di non raccomandare, almeno per il momento, l’allargamento della vaccinazione ai più piccoli, alludendo al rapporto rischi/benefici derivante dall’immunizzazione della fascia d’età 12-15 anni. Come detto, Londra dovrebbe invece optare per la vaccinazione con una dose Pfizer. E questo nonostante vari esperti, e varie ricerche – ancora da revisionare dalla comunità scientifica – evidenziassero perplessità a riguardo.

In SARS-CoV-2 mRNA Vaccination-Associated Myocarditis in Children Ages 12-17: A Stratified National Database Analysis, ad esempio, Tracy Beth Hoeg, dell’Università della California, e i suoi colleghi Allison Krug, Josh Stevenson e John Mandrola, spiegano che negli adolescenti di sesso maschile tra i 12 e i 15 anni, in buona salute, il rischio di venire ospedalizzati per gli effetti collaterali del vaccino sarebbe più alto rispetto a quel che gli stessi soggetti correrebbero nel caso di contrarre un’infezione da Covid-19.

In particolare, sempre secondo i risultati della ricerca, una delle poche fin qui uscite sul tema, la probabilità per i bambini di incorrere in una miocardite, nei quattro mesi successivi alla vaccinazione, sarebbe da quattro a sei volte superiore a fronte di essere ospedalizzati causa Covid. Non solo: la maggior parte delle miocarditi comparirebbe dopo la seconda dose, e per questo – si discuteva già nelle scorse settimane – le autorità sanitarie avrebbero consigliato una sola dose. Così da ridurre gli effetti collaterali, senza rinunciare alla protezione fornita dal vaccino.

Una o due dosi?

Il terreno è minato per una ragione: non ci sono ancora studi ad hoc sugli effetti delle vaccinazioni sui più piccoli. Bisogna tuttavia considerare che i ragazzi di età compresa tra i 12 e i 15 anni sono una categoria che ha un bassissimo rischio di maturare gravi effetti collaterali da Covid-19. Molti di loro si ammalano e risolvono l’infezione senza particolari complicazioni.

Il problema, come hanno constatato le autorità sanitarie del Regno Unito, si manifesta con la riapertura delle scuole. “Il rischio è che molti ragazzi possano contagiarsi e contagiare“, ha spiegato a InsideOver Emanuele Montomoli, professore ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena. “Il ragionamento che ha fatto Londra è semplice: anche se la percentuale di ragazzi che incorre in casi gravi di Covid è bassa, procediamo comunque con la vaccinazione. Poi, dal momento che non è così importante proteggere questa categoria in maniera consistente, come con gli adulti e gli anziani, per via del basso rischio che ha la stessa categoria di maturare gravi effetti collaterali per Covid, è stato ritenuto opportuno immunizzare i bambini con una sola dose”, ha aggiunto Montomoli.

Utilizzare una sola dose sui ragazzi di 12-15 anni, insomma, consentirebbe di abbassare il rischio dell’insorgenza dei rarissimi effetti collaterali dei vaccini, e, in più, di fornire loro una già rilevante protezione immunitaria dal virus. “La scuola sarà un importante focolaio di infezione. Secondo me, vaccinare almeno i ragazzi della fascia 12-15 anni è una strategia azzeccata”, ha puntualizzato, ancora, il professore. Per quanto riguarda la scelta di affidarsi – almeno per il momento – su una sola dose, la spiegazione è presto detta: “In questo modo, è possibile tenere sotto controllo gli eventuali effetti collaterali dei vaccini, considerando che studi specifici su questa classe d’età (ad eccezione degli studi preliminari) non ci sono. In più, è possibile ridurre la trasmissione del virus. Somministrare due vaccini, inoltre, richiederebbe una macchina organizzativa ben più complessa”, ha concluso Montomoli, ricordando che i ragazzi sono, in ogni caso, una sorgente naturale di trasmissione del virus.