La Russia è stata tra le prime Nazioni al mondo ad avere un vaccino contro il Covid. Nonostante ciò non ne sta facendo largo utilizzo. Perché? Le autorità locali sostengono che la popolazione sia protetta dai farmaci a base di interferone di cui si fa largo uso. Ma dal mondo scientifico arrivano delle perplessità.

L’arrivo del vaccino in Russia e l’annuncio trionfale

Era l’agosto del 2020 quando, durante l’allentamento della morsa del Covid, in Russia il presidente Vladimir Putin ha annunciato la registrazione del primo vaccino russo: lo Sputinik V. L’arrivo del siero in quel momento ha acceso le speranze in primis per la popolazione russa e poi per il resto del mondo nella lotta contro il coronavirus. Un nome non del tutto nuovo quello del vaccino, in grado di richiamare il primo satellite artificiale che nel 1957 è stato mandato in orbita intorno alla Terra. Un altro segnale che la Russia ha voluto lanciare a tutto il mondo. Per dare maggior credibilità all’efficacia del vaccino, dal Cremlino è stato fatto presente che tra le prime persone a sottoporsi a vaccinazione era stata proprio una delle figlie del presidente Putin. Insomma, i presupposti non sono mancati per l’avvio di una campagna vaccinale che, pochi mesi dopo, ha dimostrato però di non essere mai decollata.

Dati alla mano, si può dimostrare come la somministrazione del vaccino alla popolazione russa abbia numeri piuttosto bassi. Nella prima metà del mese di maggio a ricevere la prima dose del vaccino sono state poco più di 20 milioni e mezzo di persone, mentre in 8 milioni hanno ricevuto il richiamo. Sono numeri molto bassi dal momento che la Russia conta circa 144 milioni e mezzo di abitanti. Per rendere il concetto più chiaro si può fare un paragone con l’Italia la quale, secondo gli esperti del settore, è ancora indietro nella vaccinazione dei suoi circa 60 milioni di abitanti. La situazione è pressoché simile a quella russa. A ricevere infatti nel nostro Paese la prima dose di vaccino sono stati poco più di 20 milioni e mezzo di persone, mentre il richiamo è stato somministrato a poco più di 8 milioni di cittadini. Come mai così pochi vaccinati in Russia?

La situazione contagi in Russia

Vero è che se non si vive in un’emergenza è difficile convincere la popolazione a una vaccinazione di massa. E in Russia sta accadendo proprio questo: la curva dei contagi è in picchiata da mesi, non ci sono grandi misure di contenimento da giugno, la gente non ha l’impressione, a differenza che in Europa, di essere nel bel mezzo di una pandemia. A sottolineare questo aspetto su InsideOver è una fonte diplomatica italiana che lavora a Mosca: “Bar e ristoranti sono pieni – ha dichiarato – la gente qui vive come se non fosse accaduto nulla”. I numeri parlano chiaro: la media settimanale di contagi è di poco più di 8.000 nuovi casi al giorno, l’ultima volta che le autorità sanitarie russe hanno rilevato picchi nella curva è stato a dicembre, quando a ridosso di Natale si è sforata quota 20.000.

Le cifre però, ha voluto rimarcare la fonte italiana, potrebbero celare anche alcune incognite: “La situazione è costantemente ben monitorata a Mosca, ma la Russia è un Paese immenso e fuori dalla capitale è difficile valutare cosa stia realmente accadendo”. Non solo ma anche tra alcune fasce dell’opinione pubblica russa è diffuso il sospetto di un “ritocco” dato ai numeri ufficialmente dichiarati dal governo. A prescindere dal numero reale di contagiati e ricoverati, è un dato certo il fatto che a Mosca e nelle principali città tutto è sotto controllo. Se questo da un lato in qualche modo ha giustificato una campagna di vaccinazione a rilento, dall’altro lato ha posto alcune domande in ambito scientifico. Tra tutte: come mai in Russia l’emergenza epidemiologica è sempre stata più contenuta che altrove?

L’ipotesi interferone

“Le autorità sanitarie qui hanno avanzato una teoria – ha dichiarato ancora la fonte diplomatica italiana – secondo cui i russi sarebbero tutelati grazie all’interferone”. A parlarne è stato ad esempio Alexander Ginzburg, direttore del centro di ricerca Gamelaya, dai cui laboratori sono usciti i lavori che hanno portato alla produzione del vaccino Sputnik: “Ginzburg in diverse interviste, alcune delle quali anche rilasciate a giornalisti italiani – ha spiegato ancora su InsideOver la fonte – ha tirato lui stesso fuori l’argomento”. L’interferone è un principio attivo diffuso in molti farmaci comuni commercializzati in Russia. Dunque la popolazione, se gli studi attualmente in corso sull’incidenza di questa sostanza nel numero dei contagi dovessero dare esito positivo, potrebbe essersi immunizzata.

Solo un’ipotesi al momento e nulla più. Ma che indubbiamente ha aperto numerosi scenari in ambito scientifico. Il perché è presto detto: usare l’interferone come nuova arma anti Covid, darebbe nell’immediato risultati clamorosi nel contrasto della pandemia. Gli occhi della comunità scientifica internazionale, nonostante la politica non lo ammetta, sono rivolti sul Gamelaya e non soltanto per i vaccini. Qui gli studi sull’interferone stanno proseguendo a ritmi serrati. È ancora forse un po’ presto per giungere a conclusioni significative. In tempi però di crisi come quelli attuali, ogni nuova opportunità in più potrebbe rivelarsi utile.

Gli interferoni: possibili protettori dal Covid?

Prodotti dal sistema immunitario, gli interferoni sono delle proteine la cui funzione, tra le altre, è quella di inibire la replicazione dei virus all’interno delle cellule infette e impedire la diffusione virale verso altre cellule. Nel momento in cui il corpo viene colpito da un’infezione virale, questa proteina segnala la presenza del virus ordinando alle cellule immunitarie di intervenire evitando che la situazione possa degenerare. Proprio per questo motivo, nelle ultime settimane, è stata sollevata l’ipotesi che in Russia il numero così basso di contagi sarebbe dovuto ad un largo utilizzo di farmaci a base di interferone che la popolazione, a prescindere dal Covid, sia abituata ad assumere.

Ma la notizia ha destato comunque delle perplessità nel mondo scientifico. Secondo il direttore del reparto Malattie Infettive del San Martino di Genova, Matteo Bassetti, intervenuto su InsideOver sull’argomento “è da escludere  l’ipotesi che il basso numeri di contagi in Russia sia legato all’utilizzo dell’interferone. Semmai – ha spiegato il professore – credo che ci siano meno tamponi processati rispetto all’Italia, motivo per il quale la situazione appare più rosea”. Il dibattito è comunque ancora aperto. L’impressione è che ci vorrà del tempo per avere delle risposte.

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