Prima della pandemia di Covid-19, soltanto gli addetti ai lavori avevano familiarità con termini tecnici quali immunità di gregge, tasso di contagiosità e salto di specie. Oggi, invece, questi concetti sono entrati prepotentemente a far parte della quotidianità delle persone. Mediante opere e articoli, giornalisti e scrittori hanno contribuito a rendere popolare un tipo di conoscenza solitamente sfoggiata da specialisti o esperti. David Quammen, ad esempio, è autore di Spillover. L’evoluzione delle pandemie (Adelphi), un brillante saggio che affronta le modalità attraverso le quali gli agenti patogeni passano dagli animali agli esseri umani, creando epidemie più o meno gravi, più o meno localizzate.

Il titolo del testo indica proprio ciò che potrebbe essere accaduto nel caso del Sars-CoV-2: uno spillover, processo noto anche come zoonosi. In seguito a determinate situazioni, e in presenza di certe variabili, è possibile che alcune malattie animali possano infettare la razza umana a partire dal contatto tra gli uomini e le bestiole infette. Il passato è pieno di esempi simili, dall’Ebola alla Sars passando per il Nipah. Ma che cos’è uno spillover? Utilizziamo le parole di Quammen tratte dal suo volume: “Quando un patogeno fa il salto da un animale a un essere umano si radica nel nuovo organismo come agente infettivo, in grado talvolta di causare malattia o morte”.

La variabile animale

Le origini del Sars-CoV-2 sono ancora avvolte nel mistero. Non sappiamo se il virus sia stato trasmesso all’uomo in seguito a una zoonosi (ipotesi più probabile) o sia frutto di una casuale fuoriuscita da un laboratorio (ipotesi meno plausibile ma non ancora da escludere). Prendendo per buona la prima pista, ovvero quella della zoonosi, il patogeno potrebbe aver effettuato un salto di specie dai pipistrelli agli esseri umani. Il paziente zero, del quale conosciamo ben poco e sul quale esistono versioni discordanti, ha a sua volta diffuso il virus al resto della comunità.

Soltanto agli uomini? A quanto pare no, visto che anche molti animali sono stati trovati positivi al Sars-CoV-2. In altre parole, il patogeno comparso per la prima volta a Wuhan è in grado non solo di infettare gli uomini, ma pure una vasta gamma di animali, dai criceti ai gorilla passando per visoni, leoni e tigri. La maggior parte di questi animali, come sottolinea The Conversation, a differenza degli umani, non si ammala gravemente. Ma quale ruolo possono avere nell’ambito della pandemia?

Spillback e mutazioni

Al momento ci sono pochi casi documentati di animali contagiati dal Sars-CoV-2 che hanno trasmesso l’infezione all’uomo, ed è molto più probabile imbattersi in situazioni inverse. Ciò nonostante alcuni esperti hanno iniziato a farsi domande preoccupanti: che cosa potrebbe succedere se il virus riuscisse a replicarsi inosservato negli animali per poi mutare e riattaccare l’uomo in una forma potenziata? Una delle risposte è la seguente: potrebbero emergere nuove varianti in grado di reinfettare gli esseri umani (spillback) e creare ulteriori problemi sanitari.

Sappiamo che Sars-CoV-2 si è evoluto nell’organismo umano, determinando l’emergere di molte varianti. Più è elevato il numero di infezioni in tutto il mondo e più il suddetto virus ha la possibilità di mutare ogni volta che si riproduce. Non significa che ogni mutazione dovrà necessariamente essere più mortale, contagiosa o nociva; ma è plausibile che, in mezzo a chissà quante trasformazioni, possano emergere mutazioni da monitorare con estrema attenzione. Tutto questo può succedere anche negli animali?

Dipende dall’animale. Mentre è improbabile che gli animali domestici agiscano come serbatoio di infezioni, il visone è ad esempio la bestiola che ha destato più preoccupazioni. Anche se al momento non sembra essere necessario prendere in considerazione strategie di controllo globale su vasta scala, è bene iniziare a ragionare anche in merito allo scenario peggiore. Ulteriori studi contribuiranno a diradare la nebbia su un tema tanto spinoso quanto complesso.

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