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Risalire al paziente zero della pandemia di Covid-19 per chiarire meglio l’origine temporale della diffusione del virus. Da oltre un anno gli scienziati lavorano in questa direzione, anche se rintracciare l’identikit della prima persona infettata dal Sars-CoV-2 è un’operazione complessa, ai limiti dell’impossibile. E lo sarà sempre di più con il passare dei mesi, quando le prove saranno via via meno nitide. La caccia al paziente zero, insomma, può essere paragonata alla ricerca di un ago all’interno di un pagliaio.

A complicare ulteriormente la situazione, come se non bastassero le condizioni di fondo, c’è un altro aspetto non da poco. Il primo epicentro noto della pandemia è situato in Cina, precisamente nella città di Wuhan. Pechino considera quanto accaduto nella provincia dello Hubei soltanto il primo focolaio ufficiale registrato al mondo, sottintendendo che il virus potrebbe essersi diffuso chissà dove, chissà come.

La scorsa primavera, intanto, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha spedito un team di esperti direttamente a Wuhan. Il loro obiettivo: raccogliere dati e informazioni, così da fare luce sulle origini del Sars-CoV-2. Le autorità cinesi hanno fornito il supporto richiesto, anche se quanto emerso non è fin qui stato sufficiente per trovare risposte autorevoli.

L’analisi sui campioni di sangue

La Cina e l’Oms ritengono che il primo contagio risalga al dicembre 2019. Già qui sorge la prima discrepanza, dato che il South China Morning Post ha scritto che il paziente zero sarebbe in realtà un 55enne della provincia dello Hubei che avrebbe mostrato i primi sintomi a partire dalla metà del novembre 2019. È subito emerso il dubbio che, forse senza che nessuno ne fosse a conoscenza, il virus circolasse in Cina addirittura dall’autunno.

È qui che spuntano i campioni del sangue. Di chi? Dei cittadini cinesi ricoverati in ospedale o ammalatisi nel periodo precedente allo scoppio dell’emergenza. Analizzando i loro campioni di sangue, potrebbero emergere interessanti sorprese. Qualcuno, ad esempio, potrebbe essersi infettato ancora prima del dicembre 2019.

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, la Cina si starebbe preparando a testare i campioni di sangue raccolti proprio nel periodo precedente all’epidemia. L’obiettivo, in questo caso, è trovare tracce o prove di infezione. La ricerca, che sarà condotta a Wuhan, non era ancora stata realizzata perché un procedimento del genere, stando a quanto riferito dallo scienziato cinese Liang Wannian, può avvenire solo una volta trascorso un periodo di conservazione del sangue di due anni.

Alla ricerca di prove

Non è chiaro il numero di campioni di sangue conservato, né se verranno sottoposti a screening campioni provenienti da altre parti del Paese. Non sappiamo neppure quando scadrà il periodo di due anni, anche se le autorità cinesi si sono messe in moto per dare il via alle operazioni. Liang ha spiegato che il test dei campioni di sangue conservati potrebbe aiutare a identificare le infezioni da Covid-19 eventualmente presenti prima del primo paziente zero ufficiale.

Pechino, come detto, sta formulando in anticipo il piano di attuazione necessario per svolgere il lavoro di indagine. “Quando i campioni di sangue potranno essere testati dopo il periodo di conservazione, effettueremo i test pertinenti e condivideremo gli eventuali risultati con esperti cinesi e stranieri”, ha aggiunto Liang. A quanto pare, prima della fine del suddetto periodo, i campioni di sangue potevano essere maneggiati soltanto per risolvere controversie mediche o legali, come ad esempio contaminazioni del sangue in seguito a trasfusioni.

Una domanda sorge spontanea: perché aspettare così tanto tempo quando in gioco c’è la possibile risoluzione dell’enigma Covid? Va da sé che i riflettori sono adesso puntati sul Wuhan Blood Center, dove dovrebbero essere conservati i campioni. Nonostante la proposta cinese, c’è tuttavia chi teme che tali campioni possano essere alterati, o peggio distrutti, per nascondere indizi rilevanti. Tra sospetti e paranoie, le ricerche sulle origini del Covid non si fermano.

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