Covid e contagi: perché in Italia potrebbe non succedere come nel Regno Unito

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Scienza /

Il Covid torna a spaventare il Regno Unito. Nelle ultime 24 ore i contagi sono schizzati alle stelle e, per il terzo giorno consecutivo, è stato registrato il record di casi: oltre 92mila, accompagnati da 111 decessi. Numeri allarmanti e inaspettati che hanno spinto Londra nell’occhio del ciclone, tra lo spettro di nuove chiusure e lo spauracchio di ricorrere a un lockdown nazionale. L’Europa guarda con apprensione a quanto sta accadendo oltre il Canale della Manica, temendo che uno scenario del genere possa non solo aggravarsi, ma verificarsi anche nel resto del continente. Ha senso, tuttavia, spaventarsi per i dati britannici?

Senza ombra di dubbio è fondamentale tenere alta la guardia ma, allo stesso tempo, è del tutto inutile fermarsi alla lettura dei numeri senza analizzare il contesto britannico. Già, perché se ci fermiamo alla semplice consultazione dei bollettini diramati dalle autorità del Regno Unito, notiamo come i valori contenuti nei documenti ufficiali riportano la popolazione inglese al dicembre 2020. Non un periodo qualsiasi, ma quando l’allora impennata di contagi aveva costretto il governo a varare un lockdown nazionale molto rigido, che sarebbe terminato solo l’estate successiva. Bisogna andare oltre perché oggi, a differenza di due anni fa, il Regno Unito può contare su una differenza sostanziale: 125 milioni di dosi di vaccino somministrate e milioni di persone che, una volta ammalate e poi guarite, hanno maturato adeguati anticorpi naturali.

Due anni fa, poi, c’erano oltre 25mila persone ricoverate in ospedale a causa del Covid, tra reparti ordinari e terapie intensive; oggi ne contiamo poco più di 7.500. Vero: è emersa la variante Omicron, più contagiosa della forma tradizionale del virus, ma non sappiamo ancora quali sono i suoi reali effetti. Anzi, dalle prime indiscrezioni provenienti dal Sudafrica, dove è stata rilevata per la prima volta la mutazione del Covid, sembrerebbe che Omicron generi nei contagiati sintomi più lievi e meno ospedalizzazioni.

Pressioni, paure e precauzioni

In attesa di capire meglio i suoi effetti, il Sage (Scientific Advisory Group for Emergencies), cioè il comitato di esperti che consiglia il governo britannico le mosse da attuare per combattere la pandemia, non vuole correre rischi. Nonostante lo scenario sia ben lontano da quello fotografato nel 2020, gli scienziati chiedono a Downing Street l’imposizione di un mini lockdown della durata di due settimane, da far scattare subito dopo le festività natalizie, in modo tale da vietare gli incontri in luoghi pubblici al chiuso. Il Times e altri quotidiani hanno parlato di un circuit breaker, un congelamento delle attività per bloccare la crescita dei casi.

Il primo ministro Boris Johnson sarebbe piuttosto titubante e per niente convinto di violare la promessa fatta ai cittadini di rompere la normalità ritrovata. La pressione degli esperti è tuttavia fortissima, mentre le previsioni (che, ricordiamolo, nel corso di questa pandemia non sono praticamente mai state indovinate) ipotizzano presto il superamento dei 3mila ricoveri ospedalieri al giorno, al punto da schiacciare le capacità della Nhs, la sanità pubblica nazionale. Neil Ferguson, rinomato epidemiologo dell’Imperial College di Londra e consigliere del governo, è stato chiaro

Ci troviamo di fronte a un’ondata di contagi di grandi proporzioni che può tradursi in un alto numero di ospedalizzazioni

Non è da meno l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), secondo cui “dato il numero di casi in rapido aumento, è possibile che molti sistemi sanitari vengano rapidamente sopraffatti”, compresi quelli di Paesi dotati di un alto livello di immunizzazione della popolazione. La sensazione è che gli scienziati britannici spingano per l’inasprimento di misure per prevenire eventuali crolli di sistema. Il mantra è lo stesso ascoltato e riascoltato: nel caso in cui i contagi dovessero continuare a crescere a questo ritmo, la pressione sugli ospedali diventerebbe insostenibile e non ci sarebbero sufficienti posti letto nelle terapie intensive. In un verbale Sage rivelato dalla Bbc si legge: “Se l’obiettivo è ridurre i livelli di infezione nella popolazione e impedire che i ricoveri raggiungano questi livelli, bisognerebbe attuare al più presto misure più stringenti”.

Il confronto con l’Italia

Anche l’Italia dovrà prepararsi ad affrontare le stesse sfide del Regno Unito? È questa la grande domanda che tiene con il fiato sospeso milioni di cittadini, spaventati di tornare ai tempi del lockdown. Partiamo con una premessa: Uk e Italia partono da due situazioni completamente differenti tra loro, e dunque non è detto che Roma segua a ruota lo stesso destino di Londra. Appurato ciò, è possibile fare una serie di considerazioni. Il governo britannico è stato tra i primi ad avviare la campagna vaccinale, in una prima fase tra le più efficienti al mondo; peccato però che oggi soltanto il 69,8% dei britannici abbia completato il ciclo vaccinale, e che per alcuni siano passati diversi mesi dall’ultima dose. L’Italia, pur partendo in ritardo, conta oggi il 73,61% di persone completamente vaccinate e quasi il 6% in attesa di ricevere la seconda dose, per un totale di poco meno dell’80% di cittadini coperti dal vaccino.

Altro tema da non sottovalutare: la quantità quotidiana di test effettuati dai due Paesi che intendiamo confrontare. Il Regno Unito effettua il doppio dei test dell’Italia e può contare su una capacità diagnostica più capillare. Per fare un esempio, lo scorso 15 dicembre le autorità inglesi hanno processato quasi 1.636.000 test a fronte dei quasi 635mila italiani; una bella differenza, che consente di rilevare quote ben distanti di eventuali positivi. Già, perché se una popolazione è particolarmente “testata”, le probabilità di scovare più contagiati (seppur asintomatici o paucisintomatici) sono altissime. In altre parole, i numeri italiani sono più bassi di quelli inglesi anche perché non prendono in considerazione i positivi “nascosti” che invece trovano spazio nelle statistiche di Londra.

Per capire meglio che cosa sta accadendo nel Regno Unito, abbiamo chiamato in causa Emanuele Montomoli, professore ordinario di igiene e sanità pubblica presso l’Università di Siena. “Londra è partita benissimo con la campagna vaccinale. Basti pensare che lo scorso giugno l’Italia aveva vaccinato la metà della popolazione rispetto all’Uk. Però ha commesso un errore ritardando la somministrazione delle terze dosi”, ha spiegato Montomoli a InsideOver. Detto altrimenti, nel Regno Unito l’immunità indotta dalle prime due vaccinazioni è calata prima di quanto avvenuto in altri Stati partiti in ritardo con le rispettive campagne vaccinali.

“Nell’immediato il governo inglese ha avuto meno casi: nei mesi estivi, almeno in termini numerici, Londra ha infatti gestito l’epidemia in modo migliore rispetto all’Italia. E questo perché il Regno Unito aveva una copertura vaccinale più alta. Ma a dicembre la maggior parte dei britannici era già scoperta. Al contrario, in Italia un’ingente fetta di vaccinazioni può essere collocata tra agosto e settembre. Dunque, la popolazione italiana ha ancora una buona immunità”, ha aggiunto il professore (immunità che deve comunque essere consolidata dalle terze dosi). E per quanto riguarda l’ipotesi di attuare provvedimenti più stringenti? “Non penso che alla fine il Regno Unito prenderà misure drastiche. Credo che stiano cercando di “tenere la popolazione sul pezzo”. Se con i numeri attuali dovessero arrivare chiusure stringenti, infatti, la popolazione la prenderebbe malissimo. Anche perché molti governi hanno illustrato le soglie critiche superate le quali dovrebbero scattare piani emergenziali. Chiudere prima di tali soglie, per paura o prevenzione, difficilmente sarebbe accettato dalla popolazione”.