Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Nella primavera 2020, mentre l’Italia veniva travolta dalla prima ondata di Covid, la Germania poteva dormire sogni relativamente tranquilli. Nel massimo periodo di pressione del virus, quando nessuno ancora conosceva ancora le sue caratteristiche, Berlino contava poche centinaia di decessi. Il conteggio sarebbe poi salito nei mesi estivi, ma senza mai raggiungere i livelli registrati nei Paesi limitrofi. Il giorno più nero dei tedeschi per quanto riguarda le vittime, ad esempio, risale all’8 aprile 2020, con 334 morti. In quelle settimane, al contrario, l’Italia non sapeva più dove mettere le bare, arrivando più volte a superare gli 800 decessi giornalieri (record il 27 marzo, con 921 vittime).

Tutti avevano sempre considerato la Germania un modello inarrivabile, sia dal punto di vista economico e finanziario, con conti sempre in ordine e debiti tutto sommato sotto controllo, che da quello politico, grazie alla leadership granitica incarnata da Angela Merkel. Adesso la solidità tedesca poteva rispecchiarsi anche in un’organizzazione sanitaria all’avanguardia, figlia di un sistema sanitario efficace ed efficiente, dotato del più elevato numero di posti letto disponibili negli ospedali pubblici ogni 100mila abitanti, terapie intensive comprese. Giusto per fare un confronto, nel 2017, due anni prima dell’avvento del Sars-CoV-2, la Germania poteva vantare 800,23 posti per 100mila abitanti contro i 314,05 dell’Italia rilevati nel 2018. Insomma, la prima ondata del Covid non aveva neppure scalfito la corazza di Berlino.

Modello in frantumi

Arginate con successo le due ondate successive (inverno e primavera 2021), nessuno poteva immaginare che la Germania potesse finire in ginocchio qualche mese più tardi. Tanto meno in concomitanza con la disponibilità a volontà di vaccini anti Covid. La quarta ondata ha invece fatto implodere il modello tedesco; un modello evidentemente molto diverso da quello che il governo tedesco ha sempre voluto far vedere all’esterno.

All’inizio di novembre stavano emergendo le prime avvisaglie di qualcosa che non stava andando nel verso giusto. I dati del Robert Koch Institute, la massima autorità sanitaria tedesca, erano emblematici. Il 9 novembre l’incidenza settimanale del coronavirus si attestava a 213,7 infezioni ogni 100.000 abitanti, il livello più alto dall’inizio della pandemia nonché il doppio della settimana precedente. Con cifre simili, la pressione sul sistema sanitario era improvvisamente tornata a essere un tema rilevante.

C’era attesa per capire quali sarebbero state le contromosse di Berlino, dove i tre partiti in trattativa per formare il governo di coalizione (Spd, Verdi e Fdp) concordavano di non estendere lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale e di attuare alcune misure preventive, tra cui l’obbligo di indossare le mascherine e il rispetto del distanziamento sociale negli spazi pubblici fino a marzo. Tra le misure introdotte, inoltre, si parlava di “misure che commisurate alla presente fase della lotta alla pandemia”, della regola del 3G al lavoro, della reintroduzione del tampone gratuito e dell’obbligo di test in strutture sensibili come per esempio le case di cura. La Germania ha insomma perso tempo prezioso, evitando di intervenire quando avrebbe potuto stroncare sul nascere il sempre più plausibile ritorno di fiamma del virus. Che è così tornato a correr, trasformando il Paese in un unico grande focolaio.

Berlino in ginocchio

Adesso la lo scenario epidemiologico di Germania e Italia è capovolto, e Berlino è diventata la nuova malata d’Europa. Sia chiaro, questo non significa che Roma è al riparo da possibili peggioramenti; vuol dire semplicemente che il governo tedesco ha sperperato ogni vantaggio acquisito. Il ministro della Salute del Baden-Wuerttemberg, Manne Lucha, ha spiegato che la situazione delle terapie intensive è “altamente drammatica”. Il Land è pronto a trasferire all’estero i suoi pazienti, e ha già ricevuto il semaforo verde da Italia, Francia e Svizzera. Proprio come da giorni stanno facendo altri laender, tra cui la Baviera, che ha inviato due pazienti a Bolzano e Merano.

Preoccupa la pressione che preme sugli ospedali, ma preoccupa anche il tasso di vaccinazione della popolazione adulta, ancora troppo basso e lontano dai traguardi desiderati. Solo il 68% dei tedeschi ha terminato il ciclo vaccinale, mentre il 2,80% è in attesa di ricevere la seconda dose; in Italia il 72,96% ha ricevuto due dosi mentre il 5,22% è ancora parzialmente vaccinato. Numeri che contano e che influiscono sul peggioramento dell’epidemia. Non a caso la Germania si prepara a mobilitare 12mila soldati entro Natale per supportare i servizi sanitari.

I compiti dei militari, ha scritto il settimanale Der Spiegel, sarebbero già stati assegnati: rifornire di terze dosi di vaccino e di test le case di riposo e sostenere gli ospedali sovraccarichi. Olaf Scholz, pronto a raccogliere l’eredità di Merkel, ha chiesto l’introduzione dell’obbligo vaccinale e l’attuazione della regola del 2G (accesso a vaccinati e guariti) anche nel commercio al dettaglio, con esclusione di supermercati. Scholz avrebbe spinto anche per la chiusura delle discoteche nelle zone dove l’incidenza del virus è alle stelle e per l’introduzione di un limite alla presenza degli spettatori nei grandi eventi.

Le cause della debacle

Ci sono varie ragioni che possono spiegare la debacle della Germania. Possiamo partire dalla situazione vaccinati, anche se sarebbe riduttivo puntare il dito soltanto su questo aspetto. L’epidemiologo tedesco Alexander Kekulé ha spiegato in un’intervista al Corsera che effettivamente c’è stata un’eccessiva sottovalutazione da parte della politica del ruolo giocato dai vaccinati. “Naturalmente la percentuale dei non vaccinati è ancora troppo alta e sappiamo che se questi si infettano diventano subito malati gravi. Ma il virus si sta diffondendo anche tra i vaccinati. Il vaccino ha efficacia su una percentuale di persone oscillante tra il 50% e il 70%, questo significa che su dieci vaccinati, da 3 a 5 potrebbero trasmettere il virus. E quando si consentono manifestazioni senza più misure di controllo, senza test e distanziamento, queste diventano focolai d’infezione”, ha spiegato Kekulé.

Bisogna poi considerare “l’ondata invisibile” provocata dalla riapertura delle scuole, dove la maggior parte degli studenti non è vaccinata. “Gli studenti esattamente come i vaccinati, hanno sintomi relativamente leggeri e non li prendono sul serio. Questa incidenza massiccia si trasmette poi sui non vaccinati, che purtroppo in Germania tra gli adulti sono circa 30 milioni, col risultato che i più anziani sono malati gravi e tornano ad affollare le terapie intensive, mettendo sotto stress il sistema sanitario”, ha aggiunto l’esperto.

C’è infine da toccare lo spinoso nodo politico. Innanzitutto i tre partiti citati non navigano completamente nella stessa direzione, visto che i liberali della Fdp non hanno alcuna intenzione di introdurre regole più pesanti e vedono come fumo negli occhi tanto il modello austriaco quanto quello italiano. Poi la “legge anti Covid” appena partorita ha dichiarato conclusa la fase d’emergenza e vieterà, da ora in avanti, molteplici forme di lockdown e chiusure. Eppure i casi continuano a salire, e ai governatori dei land non resta che appellarsi al blocco degli eventi sportivi, culturali e del tempo libero, o di chiudere locali notturni e discoteche. Resta l’extrema ratio: prolungare lo stato di emergenza fino al prossimo 15 gennaio, potendo così riaffidarsi ai lockdown. Ma nessuno – tranne la Sassonia e pochissimi altri – ha intenzione di spingere un tasto del genere. Da qualunque prospettiva la si guardi, la Germania rischia di ritrovarsi tra le mani una coperta troppo corta. Ma è impossibile arginare i contagi e, al tempo stesso, non prendere provvedimenti impopolari, come l’obbligo vaccinale o l’attuazione di nuove restrizioni.

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