Il processo di riapertura delle attività commerciali e dei locali pubblici che sta avendo luogo in diverse nazioni europee, tra cui l’Italia, è influenzato dalle modalità di diffusione del virus SARS-CoV-2. Il contagio negli spazi aperti, come dimostrato da diversi studi pubblicati di recente, avviene raramente e le probabilità si abbassano ancora di più se vengono osservate le norme basiche in materia di distanziamento sociale. All’interno degli spazi chiusi, invece, il discorso cambia ed i rischi aumentano in quei luoghi dove ci si deve togliere la mascherina come bar, ristoranti e palestre. Proprio per questi motivi si è scelto di privilegiare, almeno in una prima fase, la riapertura dei luoghi di ristorazione e lo svolgimento delle attività sportive all’aperto. Non bisogna comunque demonizzare i luoghi chiusi che, con le adeguate precauzioni in materia di distanziamento e ventilazione dell’aria, possono riaprire e tornare ad essere produttivi.

Le conoscenze

Il coronavirus si diffonde per via area, in particolare modo nei luoghi chiusi. Un modello scientifico, pubblicato dal quotidiano spagnolo El Pais nell’ottobre del 2020, ha evidenziato come un incontro tra sei persone in una stanza non ventilata sia molto rischioso, in presenza di un inconsapevole positivo al Covid-19, se non vengono rispettate determinate condizioni. La prima è l’uso delle mascherine facciali, la seconda è la ventilazione della stanza e la terza è la riduzione del tempo passato insieme da quattro a due ore. Il rispetto di queste condizioni espone al rischio Covid appena un partecipante, il solo uso delle mascherine facciali (non sufficiente in caso di esposizione prolungata) pone a rischio quattro persone su cinque mentre la mancata osservazione di tutte le precauzioni mette tutti e cinque i partecipanti negativi a rischio. Il responsabile delle potenziali infezioni è l’aerosol, microgoccioline emesse quando parliamo e che, in assenza di ventilazione, tendono a saturare un ambiente diventando sempre più dense e comportandosi nello stesso modo del fumo. L’emissione delle goccioline è molto significativa se si urla o si canta ma sussiste anche se ci si limita a parlare. La simulazione fatta da El Pais ha preso in considerazione anche il caso di un focolaio in un bar del Vietnam, dove dodici clienti su quindici sono stati infettati ed ha dimostrato come l’uso delle mascherine facciali da parte di tutti i clienti e la ventilazione avrebbero potuto ridurre gli infetti da dodici ad appena uno.

Una minaccia significativa

Non è al momento chiaro, come segnalato da Nature, quanta ventilazione è necessaria per ridurre il rischio di infezione negli spazi chiusi ad un livello accettabile. Non possono infatti avere luogo, per motivi etici, esperimenti in grado di misurare il rapporto tra tasso di ventilazione e rischio di infezione. Bisogna inoltre capire qual’è l’esatta dose infettante del SARS-CoV-2 ed è necessario tenere conto del ruolo giocato dalle nuove mutazioni. La presenza di varianti più contagiose aumenta i rischi derivanti dal mangiare al ristorante, anche in quei locali che seguono le linee guida quali la limitazione del tasso di occupazione dei posti e l’uso di dispositivi filtranti per favorire la circolazione di aria fresca ed in grado di disperdere le particelle virali. La situazione che si è venuta a creare ha spinto il ministero della Salute italiano e l’Istituto Superiore di Sanità a rivedere le raccomandazioni sulla distanza da mantenere quando si è a tavola tra non conviventi o tra tavoli diversi. Non più un metro ma due. Si tratta di un parere consultivo che, se applicato alla lettera, rischia di complicare la gestione dei coperti, che andranno necessariamente ridotti in maniera significativa. I due metri sono suggeriti anche dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) come distanza minima da mantenere nei confronti dei non conviventi tanto all’aperto quanto al chiuso.

I rischi, come ricordato dalla dottoressa Anne Huang, ex vice-ufficiale medico della provincia canadese del Saskatchewan, sono significativi in alcuni contesti specifici. Tra questi ci sono le feste negli spazi chiusi. “Bisogna ricordare ai cittadini” aveva affermato la dottoressa Huang, come riportato da cbc.ca alla fine di dicembre, “che la prima cosa da evitare sono i contatti ravvicinati, la seconda cosa sono le folle e la terza gli spazi chiusi”. Tutti e tre i fattori di rischio sono, ovviamente, presenti nelle feste che si svolgono al chiuso.

Una possibile soluzione

Il ritorno alla consumazione dei pasti al chiuso potrebbe essere facilitato dalle vaccinazioni contro il Covid-19. “Mi sentirei a mio agio nel mangiare al chiuso con una persona od una famiglia con un basso rischio di sviluppare complicazioni” ha dichiarato Neal Goldstein, professore associato di epidemiologia e biostatistica alla Drexter University, al Philadelphia Inquirer. Goldstein ha poi aggiunto che “quanto dichiarato è basato sull’efficacia della vaccinazione e su un rischio minimo”. L’essere vaccinati comporta una notevole riduzione del rischio, anche se ci sono alcuni esperti che preferirebbero che si avvicinasse quanto più possibile all’immunità di gregge (tra il 70 ed il 90 per cento della popolazione vaccinata o guarita dal Covid-19) prima di tornare a mangiare al chiuso. Ne è certo Darren Mareiniss, medico del pronto soccorso dell’Einstein Medical Center ed anch’egli sentito dal Philadelphia Inquirer. “I vaccini” ha ricordato Mareiniss ” sono molto efficaci ma non lo sono al 100 per cento e ci sono delle varianti in circolazione su cui si sta indagando”.