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Il dottor Giuseppe De Donno era divenuto noto alle cronache per la terapia del plasma iperimmune. Mentre scriviamo, il suicidio del medico, che l’Italia aveva conosciuto durante la prima fase della pandemia, è ancora avvolto dal mistero.

Il Covid-19 aveva appena fatto la sua comparsa o quasi. Gli esperti erano al lavoro per comprendere almeno come tamponare il quadro epidemiologico. Si parlava di vaccino, ma non con le certezze odierne. Il SarsCov2 aveva sconvolto l’intero pianeta. La soluzione del problema appariva lontana. Avevamo appena preso confidenza con la figura del “virologo”, che ci avrebbe accompagnato per anni. Si avvicinava l’estate del 2020. Il primo lockdown del Belpaese era alle spalle. Il tempo e la situazione imponevano alla scienza di non cedere centimetri e di battere ogni strada percorribile.

Tra tanti virologi, epidemiologi e primari esposti in prima linea, sia sul piano mediatico-televisivo sia su quello della ricerca e dell’intervento medico-scientifico, era spuntato uno pneumologo. Il professor De Donno iniziava a raccontare di quanto e come funzionasse la sua “scoperta”. Il plasma iperimmune non era un’esclusiva per contrastare il Covid19: la tecnica era già utilizzata nei confronti di altre patologie, con una serie di applicazioni, sperimentali o meno.

Noi di InsideOver, all’epoca, intervistavamo De Donno per comprendere al meglio se e quali speranze potessimo nutrire. E il dottore, senza girarci troppo attorno, ci spiegava sia i meccanismi alla base della “cura” sia quello che stava accadendo dal punto di vista “politico”: il medico aveva appena tenuto un’audizione in Senato. Una diretta social con Matteo Salvini, peraltro, diffondeva la figura e le tesi dello pneumologo lombardo.

La questione del plasma iperimmune era insomma discussa. Circolava un pronunciato scetticismo sulla terapia che il professore, che era incaricato presso l’ospedale di Mantova, cercava di difendere. Era nato un fenomeno social: sulle piattaforme proliferavano i gruppi di sostegno al dottore ed alle sua ragioni: “Guardi – ci raccontava De Donno – , il plasma del convalescente lo abbiamo utilizzato per pazienti con una grave insufficienza respiratoria. Va da sé – aggiungeva – che possa essere utilizzato anche nel paziente meno grave. Ma può essere utilizzato anche in profilassi, come stanno facendo negli Stati Uniti, dove lo stanno proponendo in favore del personale sanitario. Lo scopo è evitare che quel personale si ammali”. Poi la storia di Pamela, cui il dottore sembrava tenere particolarmente: una paziente afflitta da Covid-19 ed in stato interessante, che De Donno definiva “restituita alla famiglia” dopo la somministrazione del plasma.

Dicevamo degli aspetti “politici”: l’ospedale di De Donno – come raccontava la Gazzetta di Mantova – era stata esclusa in prima battuta dallo studio Tsunami sul plasma iperimmune, la ricerca predisposta dall’ISS e dall’Aifa per verificare l’eventuale utilità di quella “terapia”. Poi l’ospedale Poma sarebbe stato inserito nella sperimentazione. Tra difficoltà varie e presunti boicottaggi, lo Tsunami avrebbe poi fornito esiti negativi: “Nel complesso TSUNAMI non ha quindi evidenziato un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni”, si legge ancora sul sito dell’ISS. Per quanto una piccola apertura venisse evidenziata: “Questo (una leggera positività statistica, ndr) potrebbe suggerire l’opportunità di studiare ulteriormente il potenziale ruolo terapeutico del plasma nei soggetti con COVID lieve-moderato e nelle primissime fasi della malattia”. Ma niente di più o quasi.

Per fortuna, la vaccinazione era divenuta realtà, per quanto fossimo al principio della diffusione a macchia d’olio tra tutta la popolazione. Il professor De Donno – lo aveva confermato pure nella nostra intervista – non era affatto contrario ai vaccini anti-Covid19, anzi li auspicava. Comunque, il dottore e le sue terapie, dopo un periodo di sovraesposizione, erano finite in secondo piano. Tanto che oggi si parla di “accantonamento”. Prima di togliersi la vita, De Donno aveva optato per le dimissioni dall’ospedale in cui aveva lottato contro la pandemia e per un incarico come medico di base.

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