Che l’India sia alle prese con una pesantissima ondata di coronavirus è un fatto incontrovertibile. I bollettini sanitari parlano chiaro: i record di nuovi casi e di decessi quotidiani che vengono aggiornati giorno dopo giorno hanno ormai sfondato rispettivamente il tetto 340 mila e 2.600 unità. Più che un’ondata, potremmo parlare di tsunami. L’onda d’urto del Covid si è così abbattuta su un Paese già afflitto da altre problematiche strutturali e sistemiche, soprattutto inerenti al sistema sanitario. Nuova Delhi ha tutte le carte in regola per trasformarsi, nel giro di qualche decennio, in una superpotenza a livello globale. Ma al momento, nonostante le indubbie capacità, stiamo parlando di un gigante dai piedi d’argilla.

Da questo punto di vista, l’attuale ritorno di fiamma del Sars-CoV-2 è un’ottima cartina al tornasole che fa emergere i limiti (e le problematiche) della nazione indiana: un gap economico ancora troppo grande tra grandi centri urbani e campagne, o perfino tra diversi quartieri di una stessa città, molti ospedali carenti e parte del personale non preparato a dovere per affrontare una simile minaccia. Attenzione però, perché se è vero che l’India è diventata un epicentro mondiale di Covid, è altrettanto vero che moltissime notizie riportate dai media internazionali sono alquanto esagerate.

La storia dei cadaveri bruciati in strada

Uno degli aspetti più toccanti dell’emergenza sanitaria indiana riguarda il numero di vittime. Numeri alti, altissimi. Al punto che i forni crematori delle città, anche le più importanti e ricche del Paese, sono sommerse da una quantità esorbitante di cadaveri da smaltire. Vista la situazione, molte persone avrebbero deciso di portare i corpi dei loro cari in strada per bruciarli all’aria aperta. In effetti, circolano diverse foto che ritraggono immensi spazi ritratti dall’alto e riempiti da piccoli falò. Ma attenzione a non confondere l’emergenza Covid con un’antica usanza praticata ancora oggi di fedeli hindu. Questi ultimi, infatti, indipendentemente dal coronavirus, sono soliti bruciare i cadaveri in un rito che per loro risulta normalissimo.

Costoro pensano infatti che bruciare il corpo entro le 24 ore dalla morte possa aiutare quella persona a raggiungere il paradiso. In ogni grande comune, in India, troviamo almeno un paio di forni elettrici ma anche crematori “tradizionali” per coloro che preferiscono la legna. Il motivo è presto detto: esistono dei rituali post mortem da realizzare, e gli hindu più ortodossi sono ben lieti di compierli. A Nuova Delhi, uno dei centri più colpiti dal virus, le autorità sono state costrette ad estendere i crematori nei parcheggi a causa del virus. Ma quanto sarebbe accaduto in altre località non è altro che pura propaganda. Nessuno ha scelto di bruciare i cadaveri nelle strade per una motivazione logistica, ma soltanto per adempiere nel migliore dei modi ai suddetti riti post mortem.

Uscire dalle sabbie mobili

Cosa può fare l’India per uscire dall’incubo? L’ondata è partita e gli esperti non possono far altro che mitigare gli effetti negativi in attesa che il picco venga superato al più presto. Le uniche risposte plausibili sono due: incrementare le vaccinazioni e aspettare che il peggio sia alle spalle. L’Elefante indiano deve poi fare i conti con un sistema sanitario vecchio. Il primo ministro Narendra Modi ha cercato di modernizzarlo, ma ci sono almeno 50-60 anni di cattiva gestione alle spalle che pesano come macigni.

Le strutture sanitarie, oltre che esser sature, stanno finendo le scorte di ossigeno, mentre i forni crematori non bastano più. Fino a una decina di giorni fa non c’erano domande elevate, e così nessuno si è organizzato in tempo pensando al peggio. Altro aspetto da considerare, a conferma del fatto che l’India sta combattendo una battaglia difficilissima: Nuova Dehli non è chiamata a fronteggiare la forma tradizionale del Sars-CoV-2, bensì una sua variante particolarmente contagiosa e resistente ai vaccini: la cosiddetta “variante indiana“.