Le indagini sulle origini del Sars-CoV-2 sono ferme ormai da mesi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), dopo aver formulato quattro ipotesi, compresa l’eventuale fuga del virus dal laboratorio di Wuhan, e aver comunque lasciato aperta ogni possibilità, non ha più battuto ciglio. Al tempo stesso, istituzioni e media americani sono tornati a parlare con insistenza della teoria della fuoriuscita accidentale del patogeno dal Wuhan Institute of Laboratory (WIV).

Che la mossa di Washington faccia parte di una strategia politica di Joe Biden per mettere sotto pressione la Cina, sia effettivamente basata su informazioni riservate collezionate dall’intelligence statunitense o che si tratti semplicemente di indiscrezioni non supportate da solide controprove, tanto è bastato per (ri)accendere i riflettori sul laboratorio.

Una nuova prospettiva

Eppure, da qualunque prospettiva si guardi, la vicenda mostra evidenti zone d’ombra. Lasciando perdere per un momento il punto interrogativo più grande, ovvero l’origine del Sars-CoV-2, vale la pena chiedersi se ci sia altro da scoprire. Ad esempio: che cosa si studiava all’interno del WIV? A quanto pare, ricerche sui coronavirus anche mediante l’attuazione di studi gain-of-function. Questi ultimi, come hanno sottolineato i media statunitensi, sono gli stessi effettuati in alcuni laboratori americani. Gli stessi, tra l’altro, che sarebbero stati finanziati da una ong Usa, la EcoHealt Alliance di Peter Daszak.

Dunque, al netto dell’ipotetica fuga del patogeno dal laboratorio, ci sarebbe un sottile filo rosso che unirebbe laboratori e strutture dislocati da una parte all’altra dell’emisfero. Un filo rosso che nessuno sembra essere intenzionato a maneggiare. Altro punto saliente: stando ad alcune indiscrezioni, qualche anno fa lo US Army Medical Research Institute of Infectious Diseases (USAMRIID) di Fort Detrick, nel Maryland, avrebbe lavorato di sponda con altri laboratori stranieri, tra cui, probabilmente, anche alcune strutture cinesi.

Un’indagine spinosa

Scoprire le origini del Covid sarebbe utilissimo per la scienza, ma si rivelerebbe anche un potente volano geopolitico. I media americani si sono soffermati su un aspetto interessante. Nonostante il laboratorio di Wuhan si trovi nell’occhio del ciclone, indagare su questa struttura potrebbe rivelarsi sconveniente tanto per gli Stati Uniti quanto per la Cina. Il motivo è semplice: le ricerche scientifiche sui coronavirus effettuate all’interno del WIV, partendo dai pipistrelli, verrebbero effettuate in due soli altri laboratori al mondo. Entrambi si troverebbero in America, precisamente in Texas e Carolina del Nord. Non solo: questi tre centri effettuerebbero ricerche correlate su temi spinosissimi e, come dimostra la vicenda EcoHealth Alliance, condividerebbero pure i finanziamenti.

Approfondire le indagini sul laboratorio di Wuhan potrebbe quindi rivelarsi “sconveniente” per Washington. In ogni caso, nei giorni scorsi la Cina ha risposto alle indiscrezioni americane. “L’Istituto di virologia di Wuhan ha chiarito di non aver rilevato il nuovo coronavirus prima del 30 dicembre 2019. Gli Stati Uniti dovrebbero invitare gli esperti dell’Oms nel loro Paese per studiare le origini del virus e spiegare i loro oltre 200 laboratori biologici in tutto il mondo, incluso Fort Detrick”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, dopo che l’esperto di malattie infettive statunitense Anthony Fauci ha invitato Pechino a mostrare le cartelle cliniche di nove persone da cui potrebbero emergere indizi sull’origine del Covid-19.

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