Il mistero epidemiologico della Svezia. Un case study che molti, a più riprese e in giro per il mondo, hanno posto a sostegno della propria narrazione di fondo: paradiso per gli aperturisti, catastrofe per i rigoristi. La verità, però, è che da un anno a questa parte ciò che sta accadendo nel Paese scandinavo resta oggettivamente difficile da spiegare in modo analitico.

Com’è noto, per via delle convinzioni dell’epidemiologo dell’Agenzia per la salute pubblica Anders Tegnell, il primus inter pares nella gestione dell’emergenza, la Svezia è uno dei Paesi che sin dall’inizio ha scelto la strategia più “soft” possibile per contrastare la pandemia.
Nessuna imposizione dell’uso di dispositivi di protezione (men che meno all’aperto), nessun lockdown, nessuna autocertificazione. Niente di niente. Solo la raccomandazione al sapiente, nonché genetico a quelle latitudini, ricorso al distanziamento sociale.

Ora, a un anno di distanza dall’inizio dell’epidemia, i dati raccolti dall’esperimento svedese sono a dir poco contrastanti. È vero che il numero di vittime, circa 13mila a fronte di una popolazione di 10 milioni di abitanti, è tra i più alti del Nord Europa, ma ben più contenuto rispetto a Paesi “chiusuristi” come Spagna, Italia e Francia, o “altalenanti” come il Regno Unito. Che infatti dal modello svedese si fece contagiare, è proprio il caso di dirlo, molto presto, salvo poi rettificare l’approccio sanitario dopo la positività di Boris Johnson.

È altresì vero, però, che durante la scorsa primavera i ricercatori dell’Università di Uppsala avevano pubblicato un modello matematico che prevedeva che il 50% degli svedesi sensibili si sarebbe infettato entro trenta giorni, provocando oltre 80mila morti entro luglio. Il virus è effettivamente circolato parecchio, ma meno rispetto alle proporzioni teorizzate e soprattutto con un tasso di mortalità sensibilmente più contenuto.

Un altro dato interessante riguarda il Pil, che ha fatto registrare un -3% nel 2020, piuttosto incoraggiante se confrontato col -8.9% dell’Italia, ma allo stesso tempo non così decisivo rispetto al rendimento in termini macroeconomici degli altri Paesi scandinavi “chiusuristi” (Finlandia -3.3%, -3,5% della Danimarca, -4.1% della Norvegia).

Ciò che è davvero inspiegabile, però, è l’attuale curva dei decessi

Il virus circola che è una bellezza, col tasso di incidenza di nuovi contagi ogni 100mila abitanti a quota 772. In tutta l’Unione europea, secondo i dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, fanno peggio solo Francia (801), Polonia (988), Repubblica ceca (808) ed Estonia (1.007). Anche il numero dei posti letto in terapia intensiva resta elevato, con quasi 400 ricoveri fatti registrare nell’ultimo bollettino, superiori al picco della seconda ondata dello scorso gennaio.

Eppure, attualmente il numero dei decessi è tra i più bassi di tutto il Continente: otto per ogni milione di abitanti. L’Italia, per fare un confronto rapido con una delle maglie nere, è a 102, l’Ungheria, tra i Paesi più colpiti dalla terza ondata, è addirittura a 355. Dall’inizio del mese di aprile la Svezia ha fatto registrare appena 135 morti. Non giornalieri. Totali.

Il merito, secondo Tegnell, sarebbe tutto delle vaccinazioni mirate e sistemiche volte alla protezione delle fasce deboli della popolazione, specie gli anziani ospitati nelle rsa. Il resto della popolazione invece, che pure nel corso dei mesi ha iniziato “in autonomia” a cambiare le proprie abitudini circolando meno e indossando dispositivi di protezione con più continuità, è tecnicamente lasciata libera di contagiarsi.

Potrebbe essere questa una prima risposta in termini di confronto, se si pensa che in Italia al momento sui 4,4 milioni di over 80 totali, meno della metà ha completato il ciclo vaccinale (43,9%) e meno di un terzo ha ricevuto almeno la prima dose (32%). Nella fascia 70-79 anni, addirittura, su oltre 5,9 milioni di persone appena il 3% ha completato il ciclo vaccinale.

Stante questa variabile, comunque, un numero di decessi così basso in proporzione agli “attualmente positivi” (170mila al momento dell’ultima rilevazione) resta a dir poco anomalo. Forse è per via delle varianti meno aggressive, o dell’efficacia delle terapie, o ancora delle differenze nel conteggio delle vittime.

Ma una cosa è certa, quello svedese rappresenterà un modello vincente per alcuni, un inferno in Terra per altri. Ma, per tutti, resta un mistero.

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