Scienza /

A pochi passi dal poroso confine con il Myanmar, in mezzo al polmone verde del sud-est asiatico, c’è una città cinese che ha richiamato l’attenzione delle autorità. A Ruili, centro di circa 200 mila abitanti, Cina meridionale, è scattato il lockdown di almeno una settimana dopo un “picco” di contagi da Covid-19. Abbiamo volutamente usato le virgolette, dal momento che stiamo parlando di una manciata di infezioni. Lo scorso 31 marzo sono stati registrati 9 contagi, mentre il 2 aprile ci sono stati 6 casi confermati e 23 asintomatici, 12 dei quali cittadini del limitrofo Myanmar.

Tanto è bastato per far scattare i sigilli nell’intera città e decretare il via di una campagna di vaccinazione di cinque giorni per tutti i residenti, previa l’effettuazione di tamponi a tappeto. I controlli hanno inevitabilmente fatto emergere nuovi casi, e tutta la provincia dello Yunnan è finita sotto la luce dei riflettori. A Ruili il governo locale ha disposto la chiusura degli esercizi commerciali, tranne supermercati, farmacie e mercati di generi agroalimentari, oltre al divieto per gli spostamenti. Per lasciare la città è inoltre richiesto un certificato che attesti un tampone negativo eseguito entro le ultime 72 ore dalla partenza. Non solo: è scattato il controllo capillare di tutti coloro che hanno lasciato Ruili negli ultimi 14 giorni. Queste persone dovranno sottoporsi ad adeguati test anti Covid.

La situazione a Ruili

La situazione a Ruili, in teoria, è sotto controllo. Il punto è che la città si trova al confine con il Myanmar, dove la situazione politica è tesissima in seguito alla presa del potere da parte dell’esercito birmano. È per questo motivo che le autorità locali cinesi hanno ordinato il pugno duro contro tutte le persone che dovessero attraversare il confine sino-birmano in maniera illegale, ma anche contro chi dovesse dar loro rifugio e organizzare valichi di frontiera. Il governo ha così intensificato gli sforzi di controllo lungo il confine per arginare il flusso di persone in entrata e in uscita dalla Cina.

Il primo caso, ha comunicato la Yunnan Health Commission, è stato identificato lunedì. In seguito alla verifica dei suoi contatti, sono emersi gli altri casi, molti dei quali cittadini del Myanmar. Nell’arco di una settimana, tutti i residenti di Ruili dovranno subire una quarantena preventiva, essere testati e vaccinati. In un secondo momento, la campagna vaccinale si estenderà nel resto della provincia. Ma come si è originato il focolaio? Stando a quanto riportato dai media cinesi, il virus potrebbe essere stato importato dal Myanmar tramite persone o merci. Il sequenziamento genico ha dimostrato infatti che il virus riscontrato nei casi di Ruili è molto simile alle sequenze precedentemente riportate dalle autorità sanitarie birmane.

Una lezione da imparare

La Cina ha subito tranquillizzato gli animi. Il focolaio di Ruili non ha avuto e non avrà conseguenze in altre aree del Paese. Grazie ai rigidi ed efficaci metodi di prevenzione e controllo dell’epidemia, il Covid quasi certamente non sarà diffuso in altre province, e tutto dovrebbe rientrare nel giro di qualche settimana. Tutto questo è possibile perché ci troviamo in Cina. Ma che cosa sarebbe accaduto se un focolaio del genere fosse esploso in un Paese occidentale, dove tracciamenti e controlli hanno spesso dimostrato di essere a dir poco blandi?

Probabilmente – ragioniamo per ipotesi – una piccola scintilla come questa, periferica e di carattere locale, con il passare del tempo avrebbe potuto generare un’enorme ondata a livello nazionale. La lezione da imparare è quindi semplice. Anche nel caso in cui un Paese riuscisse a frenare la corsa del virus e abbattere i contagi, le autorità dovrebbero comunque esser pronte a intervenire chirurgicamente di fronte a “colpi di coda” locali. In caso contrario, quello stesso Stato rischierebbe di vanificare la sua lotta contro il virus. La Cina ha imparato pure questa lezione. Da qui ai prossimi mesi, anche l’Occidente dovrà farsi trovare pronto a ogni possibile evenienza.