La geopolitica della corsa allo spazio
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I suoi confini sono chiusi dal gennaio 2020, in pratica da quando il Covid-19 ha iniziato a diffondersi in tutto il mondo. Più che chiusi potremmo dire blindati, visto che nessuno può assolutamente entrare e nessuno può assolutamente uscire dal Paese. Oltre alle persone, anche le merci e i prodotti importati dall’estero. Fino a pochi giorni fa, tra lo stupore generale e la diffidenza degli esperti, la Corea del Nord vantava ancora zero casi di Sars-CoV-2. Le rigide misure attuate con tempismo pressoché perfetto, spiegavano le autorità locali, avevano consentito alla nazione di neutralizzare la minaccia sanitaria globale più grave degli ultimi decenni.

L’annuncio di Pyongyang del primo infetto, arrivato a metà maggio, ha colto di sorpresa la comunità internazionale. Eppure, di tanto in tanto, negli ultimi due anni non sono mancati momenti misteriosi. Come quando il presidente Kim Jong Un è più volte sparito dalla circolazione, secondo alcuni per motivi di salute, a detta di altri per scongiurare il rischio di eventuali contagi. Oppure come quando, nell’ottobre 2020, i dati raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) spiegavano che la Corea del Nord aveva registrato 5.368 casi sospetti di Covid-19 “in seguito a una sorveglianza intensificata”, e che otto di questi riguardavano persone straniere.

In quello stesso periodo, tra l’altro, il governo nordcoreano continuava con una certa insistenza a mettere in guarda i lavoratori sul virus, mentre gli stessi operai venivano istruiti sulla sanificazione degli ambienti e la produzione di mascherine all’interno delle fabbriche aumentava del 120%. Per quale motivo, se Pyongyang sosteneva di non avere infezioni sul proprio territorio? Che si trattasse di semplice prevenzione?



Da zero casi alla diffusione del virus

Fatto sta che in tempi più recenti, parliamo del giugno 2021, Kim aveva svelato che nel Paese si era verificato un “grave incidente” relativo agli sforzi di contenimento del Covid-19 che avrebbe potuto minacciare la sicurezza dei cittadini. Il presidente nordcoreano aveva rivolto il suo avvertimento al Paese nel corso di una riunione allargata del politburo, cuore pulsante del Partito del Lavoro di Corea. Tema della discussione: “L’inosservanza del dovere da parte di alcuni alti funzionari nell’attuazione dei principali compiti politici del Partito e dello Stato”.

Nel mirino del Grande Leader, dunque, erano finiti non meglio specificati alti funzionari accusati di esser venuti meno ai loro obblighi nel campo delle misure per la prevenzione della pandemia. Non sappiamo nient’altro: né l’esito dei casi sospetti rilevati nel 2020, né le motivazioni delle assenze del presidente e neppure quale fosse il grave incidente citato da Kim in persona.

Nessuno ha più parlato di Covid-19 in merito alla Corea fino a quando, a metà maggio, Pyongyang ha annunciato il primo caso. L’ultimo bollettino – e qui siamo tornati nel presente – parla di circa 220.000 nuovi casi di “febbre” che si sospetta siano infezioni da Covid, il che porterebbe a 2,46 milioni il numero totale di possibili infezioni da quando il virus ha iniziato a circolare. Più di 219.030 persone hanno mostrato sintomi di febbre nelle ultime 24 ore secondo l’agenzia statale Kcna che ha anche riportato un nuovo decesso che si ipotizza causato dal Covid per un totale che sale a 66.

Kcna ha anche riportato che rimangono 692.480 persone in cura, mentre altri 1,76 milioni sono guarite. I dati indicano una rapidissima diffusione del Covid in un Paese di circa 25,5 milioni di abitanti dove la mobilità geografica è molto bassa, il tasso di vaccinazione nazionale è pari allo 0% ma dove è presente anche una mortalità eccessivamente bassa rispetto ad altre nazioni che hanno subito l’assalto della variante Omicron.

Il possibile ingresso del Covid in Corea del Nord

Due sono le possibili ipotesi. La prima è che il Covid fosse in realtà già entrato da tempo all’interno del Paese, che avesse circolato in lungo e in largo in una popolazione sostanzialmente vergine e non vaccinata, ma che soltanto adesso la situazione sanitaria sia peggiorata al punto tale da non poter più rimandare ulteriori annunci.

La seconda ipotesi è che effettivamente il virus sia entrato in Corea del Nord tra la fine di aprile e il maggio 2022. In che modo? I media nordcoreani sono molto vaghi. I resoconti dei quotidiani parlano di una “febbre” che si sarebbe diffusa “in modo esplosivo” a partire dalla fine di aprile, provocando sei morti, 350mila malati e 187.800 persone in quarantena. A una delle sei vittime sarebbe stata diagnosticata la variante Omicron. Non sappiamo chi sia il paziente zero né come abbia portato il Covid-19 in Corea del Nord.

Il virus potrebbe aver superatole frontiere da nord, attraversando il confine settentrionale con la Cina grazie ad un commerciante o ad un contrabbandiere. Ricordiamo, infatti, che lo scorso gennaio Pyongyang aveva riaperto il traffico commerciale con la Cina, salvo blindarlo nuovamente dopo la comparsa delle prime infezioni.

La diffusione del virus

Lo scoppio della pandemia in Corea del Nord, ipotizzano gli esperti, potrebbe essere collegato a una massiccia parata militare risalente allo scorso 25 aprile, la stessa in cui il leader Kim Jong Un ha parlato delle sue armi nucleari di fronte a decine di migliaia di residenti e truppe di Pyongyang.

Certo è che il Paese non ha abbastanza test Covid per confermare che tutti i pazienti sospetti hanno il virus. E in una nazione abitata da poco meno di 26 milioni di persone non vaccinate, e con un sistema sanitario non all’altezza della pandemia, questo è un bel problema. Come se non bastasse, il fatto che non ci siano osservatori esterni all’interno della Corea del Nord rendono estremamente difficile ottenere un quadro accurato di ciò che sta accadendo nel Paese e confermare che tutti i casi di febbre sono effettivamente il coronavirus.

“Kim Jong Un sta dipingendo questo come il primo focolaio di Covid in Corea del Nord, ma lo trovo molto difficile da credere perché la Corea del Nord condivide un confine molto lungo con la Cina e ci sarebbero state molte persone che avrebbero attraversato il confine tra la Cina e La Corea del Nord nelle prime settimane dell’epidemia nel 2019 e all’inizio del 2020”, ha spiegato alla radio statunitense Npr il giornalista Jean Lee. Vedremo se da qui ai prossimi giorni emergeranno nuove indiscrezioni. La battaglia della Corea del Nord contro il Sars-CoV-2, intanto, è appena entrata nel vivo.

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