La terza ondata del coronavirus ha fatto toccare picchi più bassi rispetto alla precedente. Questo tuttavia non è dipeso da un decorso naturale del virus ma dall’intervento dell’uomo che, con azioni mirate, ha impedito una peggiore diffusione dei contagi. Ma non sarà sempre così: anche il Sars-CoV-2 è destinato a fermarsi in via naturale.

Gli indicatori della corsa del virus

Anche se ancora è difficile conoscere fino in fondo le mosse del coronavirus, è pur vero che dopo più di un anno si è imparato un po’ ad interpretare alcuni indicatori che spiegano la velocità della sua propagazione fra le popolazioni. Fra questi ci sono i prospetti che segnalano tutti i dati di contagio e dai quali si può analizzare quali sono i periodi delle nuove fasi di ondata e dei picchi. Da questi ultimi emerge come il coronavirus, nella terza ondata, abbia perso forza rispetto alla precedente. Se infatti nella seconda fase il momento di massima diffusione dei contagi è stato raggiunto il 13 novembre con 40.902 casi, il 13 marzo, fase acuta della terza ondata, sono stati segnati 26.031 contagi. La differenza fra questi numeri è emblematica nell’individuazione dell’attuale diverso comportamento del Sars-CoV-2  rispetto ai precedenti mesi.

Nonostante il virus circoli rappresentando un’importante fonte di pericolo, ha rallentato leggermente la sua corsa. Eppure, tra la seconda e la terza ondata, a dar man forte alla sua contagiosità è intervenuta la capacità di mutare manifestatasi attraverso le varianti. Un percorso del tutto naturale per un virus che però, come ha affermato su InsideOver il virologo del San Raffaele di Milano, Massimo Clementi, “ha reso il virus potenzialmente ancora più contagioso”. E di variazioni ce ne sono state diverse partendo da quella inglese per poi arrivare alla sudafricana, alla brasiliana, alla nigeriana e alla giapponese, giusto per citare quelle maggiormente sequenziate.

“Il virus non si replicherà all’infinito”

“L’attuale virus si è mostrato molto contagioso e ha trovato anche terreno fertile per colpire più persone rispetto al Sars-CoV-1 e al Mers-CoV. Questo gli ha consentito di propagarsi e di mutare con maggiore velocità nel mondo”: con queste parole il virologo Massimo Clementi ha spiegato la dinamicità del Sars-Cov-2 rispetto agli altri virus che lo hanno preceduto rimanendo però molto più circoscritti. “Il virus – ha avvertito poi il professore – non si replicherà però all’infinito”. Detto in termini più chiari, arriverà il momento in cui il coronavirus si insinuerà da solo dentro ad un vicolo cieco. Le mutazioni del virus, come hanno fatto osservare diversi esperti, sono sintomo del fatto che il morbo sta cercando di diffondersi ancora in una popolazione che già lo conosce o perché, dopo averlo contratto, ha sviluppato l’immunità naturale o perché, essendosi vaccinata, ha già potuto sviluppare gli anticorpi.

In tal modo il virus si troverà “combattuto” tra due fronti. Da un lato ha infatti la necessità di legarsi al recettore Ace2 che è la porta di ingresso per accedere dentro le cellule dell’uomo. Le varianti, in tal senso, rappresentano un modo per arrivare meglio a questo accesso. Dall’altro lato invece il virus vuole sfuggire dagli anticorpi che si sono sviluppati in via naturale o grazie al vaccino. Di fronte al bivio, il coronavirus non potrà per sempre modificarsi. Arriverà il momento in cui questo “gioco” volgerà al termine.

Necessaria la mano dell’uomo

La natura quindi metterà prima o poi il suo zampino. Il virus non è un nemico invincibile e, al contrario, ci sono tutte le condizioni per assistere in futuro al ridimensionamento del suo assedio. Questo però non vuol dire che l’uomo deve stare ad aspettare. La corsa ai vaccini non è stata attuata soltanto per permettere il prima possibile il ritorno alla normalità. Il punto è che prima si raggiungerà un’ottimale immunizzazione della popolazione e prima il Sars-Cov-2 troverà barriere nella sua corsa contagiosa. L’immunità di gregge “delegata” esclusivamente alla natura, alla luce della capacità del coronavirus apparso a Wuhan nel 2019 di mutare e di dare vita a nuove varianti, potrebbe richiedere tempi molto lunghi.

Con l’immunizzazione indotta dal vaccino ovviamente, il processo selettivo del virus troverebbe da subito molti ostacoli: “Più sono le persone vaccinate – ha dichiarato il virologo Massimo Clementi – meno sono le possibilità che il virus si evolva in altre varianti”. Ogni singola dose iniettata in questo contesto rappresenterebbe un bastone in più nella corsa dell’agente patogeno, un freno in grado di dare tempo all’uomo per organizzarsi nella battaglia contro i contagi e, allo stesso tempo, maggior spinta alla natura affinché sia essa stessa a ridimensionare la portata dell’epidemia. Quest’ultima può essere paragonata a un vasto incendio: arriva sempre un momento in cui le fiamme non trovano più il terreno adatto per la loro propagazione, ma l’intervento esterno dell’uomo è vitale per evitare il maggior numero di danni.

Le rassicurazioni sui vaccini

Ma se gli estintori non dovessero più funzionare? Se cioè il mezzo messo in campo dall’uomo, in questo caso il vaccino, a un certo punto non avesse più il potere di arginare il fuoco dell’epidemia? È questa la domanda che più inquieta i cittadini a proposito della diffusione delle varianti. In realtà, ad oggi, non esistono prove certe di mutazioni del virus in grado di resistere ai vaccini. Su questo fronte si naviga solo sul campo delle ipotesi: “Tuttavia – ha però puntualizzato Massimo Clementi – c’è la possibilità di aggiornare i vaccini. Le aziende produttrici si stanno già muovendo in questa direzione: qualora dovesse emergere una variante più insidiosa, oggi c’è la tecnologia adatta ad avere un nuovo vaccino in poche settimane”.

Un risultato non scontato fino a pochi mesi fa: “Credo che è anche per questo che dobbiamo essere orgogliosi della scienza – ha proseguito Clementi – in un anno sono stati fatti grandi passi e potrebbero arrivarne ancora altri”. Chiaro però che, in questa fase, ulteriori problemi potrebbero essere evitati sempre grazie all’azione combinata di uomo e natura. Più vaccini saranno somministrati e meno spazio avrà il virus per replicarsi e trovare nuove varianti. Anche perché, come detto, il Sars-Cov-2 non potrà mutare all’infinito.