Nel cuore della Cina, lontano dai riflettori della geopolitica muscolare e dalle basi missilistiche del Fujian, si sta giocando un’altra partita. Più silenziosa, ma non meno strategica. La chiamano “Global Excellent Scientists Fund 2025”, ed è solo l’ultima di una serie di iniziative con cui Pechino punta ad attrarre — o meglio, cooptare — i migliori cervelli del mondo scientifico occidentale.
Dietro la facciata di un programma accademico con base a Wuhan, c’è una macchina di reclutamento ben oliata, in grado di offrire stipendi annuali fino a 255.000 euro, alloggi gratuiti, istruzione scolastica per i figli in scuole internazionali e, soprattutto, libertà di ricerca totale nei settori ritenuti prioritari dal governo cinese: intelligenza artificiale, informatica quantistica, bioingegneria, nanotecnologie, nuove energie. Ma non si tratta di filantropia accademica. È geopolitica pura. E l’Europa, immersa nel proprio provincialismo regolamentare, rischia ancora una volta di accorgersene troppo tardi.
La scienza come arma sovrana
La Cina non nasconde più il proprio obiettivo: costruire una piena autonomia scientifica e tecnologica entro il 2030, liberandosi dalla dipendenza nei confronti di Stati Uniti, Giappone ed Europa in settori critici. Lo ha detto chiaramente Xi Jinping in più di un discorso pubblico, e lo hanno ribadito i piani quinquennali approvati dal Comitato centrale del Partito comunista: chi possiede la tecnologia, domina il secolo.
In questo contesto, il reclutamento dei ricercatori stranieri diventa un’arma a basso costo ma ad altissimo rendimento. Non servono spie o hacker per acquisire competenze strategiche: basta un biglietto aereo in business class, un laboratorio attrezzato, e una cattedra ben pagata. E non si tratta di promesse: già centinaia di ricercatori occidentali, anche provenienti da Paesi UE e USA, lavorano sotto contratto in Cina, in parte presso università civili, ma in molti casi anche in centri di ricerca a doppio uso (civile-militare), legati all’industria della difesa.
Il laboratorio di Wuhan come modello globale
L’epicentro di questa operazione è Wuhan, città che il mondo ha imparato a conoscere nel 2020 per il Covid ma che, nel frattempo, si è trasformata nel cuore pulsante della nuova Cina tecnologica. Qui, Università e poli industriali vivono in simbiosi con l’apparato politico-militare. I contratti offerti dal Global Excellent Scientists Fund prevedono non solo condizioni economiche ineguagliabili, ma anche protezione giuridica, facilitazioni fiscali, e — in certi casi — accelerazione nella naturalizzazione per i cittadini stranieri ritenuti “strategici”.
Per molti ricercatori occidentali, giovani e precari, bloccati tra borse di studio a termine e burocrazie universitarie sempre più aggressive, l’offerta è irresistibile. E spesso, dietro la retorica della “libertà scientifica”, si cela una realtà in cui le linee di ricerca vengono tracciate direttamente da Pechino, in linea con gli obiettivi della difesa nazionale e della competizione globale.
L’Europa osserva, ma non reagisce
Il paradosso è che mentre Pechino costruisce il proprio arsenale tecnologico reclutando professori di Oxford, ingegneri del Politecnico di Milano o specialisti in cyber warfare da Parigi, le democrazie occidentali continuano a finanziare centri di ricerca cinesi attraverso programmi di cooperazione scientifica, scambi Erasmus+, joint-ventures universitarie, senza alcuna analisi strategica dei rischi.
Nel 2023, un rapporto del Servizio Europeo per l’Azione Esterna aveva già lanciato l’allarme: almeno 60 programmi di collaborazione UE-Cina coinvolgevano settori sensibili per la sicurezza, e oltre 30 progetti erano riconducibili ad attori cinesi con legami diretti all’Esercito Popolare di Liberazione. Eppure, le misure di controllo rimangono deboli, frammentarie, e lasciate alla discrezione dei singoli Stati membri.
Verso un soft power militarizzato
Quella cinese non è una fuga di cervelli. È una raccolta selettiva e strategica di capitale umano, calibrata per potenziare la macchina statale. È soft power che serve il potere duro, ricerca che alimenta deterrenza, innovazione che diventa sovranità.
E mentre in Occidente si discute di limiti etici all’intelligenza artificiale, in Cina si pubblicano brevetti militari ogni giorno. Il rischio non è solo di perdere competenze. È di scoprire, tra cinque anni, che l’arma quantistica, il drone invisibile o il sistema di sorveglianza perfetto è stato progettato da un fisico europeo che aveva solo bisogno di uno stipendio stabile.
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