Negli ultimi mesi ha fatto ampiamente discutere la questione della proprietà dei brevetti dei vaccini contro il Covid-19, che in diverse analisi e commenti è stata ritenuta la questione chiave per accelerare la produzione di sieri e rafforzare la campagna di immunizzazione su scala globale. La recente richiesta del presidente statunitense Joe Biden rivolta alle case farmaceutiche di liberalizzare i brevetti per i vaccini ha aumentato ulteriormente il clamore mediatico sulla questione.

La narrazione dominante vede come presupposto necessario per l’accelerazione delle campagne vaccinali il via libera definitivo e totale da parte delle case farmaceutiche produttrici dei sieri anti-Covid alla distribuzione dei brevetti per i loro vaccini. Questa tematica può avere un senso per quanto riguarda le campagne di immunizzazione di determinati Paesi in via di sviluppo, ma se applicata a diversi Paesi occidentali non centra il punto della questione. Anzi, appare chiaro che la questione dei brevetti sia apparsa a lungo come un comodo paravento per i decisori occidentali, europei in particolare, con cui schermarsi dalle critiche.

Non è passato ad esempio nel dibattito mediatico il fatto che Moderna, una delle case produttrici dei vaccini a mRna negli Stati Uniti, abbia dall’autunno scorso rilasciato liberamente buona parte dei suoi brevetti proprietari per la tecnologia vaccinale o che l’Università di Oxford che ha contribuito a sviluppare il vaccino Astra Zeneca abbia aperto a ridottissime condizionalità per l’accesso alle sue tecnologie e brevetti, resi disponibile dietro la mera copertura del costo vivo. In entrambi i casi, infatti, a fare la differenza è stata la natura della tecnologia proprietaria, finanziata con fondi pubblici sia negli Stati Uniti, ove Moderna ha ricevuto circa 2,5 miliardi di dollari in finanziamenti governativi da diversi organismi nel quadro dell’operazione Warp Speed per coprire i costi dei test e acquisire materie prime sul mercato, che nel Regno Unito, ove l’Università di Oxford è stata inondata di finanziamenti nel quadro del programma pubblico impostato dal governo di Boris Johnson, che nel definire il successo vaccinale di Londra come frutto di “capitalismo e avidità” ha pronunciato affermazioni in parte in contraddizione con la prassi seguita dall’esecutivo.

Il nodo sulla disponibilità di dosi e sulla crisi dei primi mesi del 2021 è stato in tutto e per tutto politico. Per una duplice ragione. In primo luogo, come noto, Stati come Usa, Regno Unito e Israele hanno spinto fortemente sul sovranismo vaccinale promuovendo il primato della politica sugli accordi commerciali di fronte a una vera e propria questione di vita o di morte, mentre l’Unione europea, fattispecie tragica e ironica al tempo stesso, ha applicato alla lettera i principi sul capitalismo mercantile e neoliberista fondato sulla rule of law e sull’economicismo che troppo spesso ha ingenuamente sostituito alle ordinarie logiche della politica di potenza. Persino la Germania, che ha portato al consorzio Pfizer-Biontech gli unici finanziamenti pubblici, non ha potuto fare a meno di cavalcare questa logica dannosa. Questo ha, secondo punto, portato l’Ue a ritardare ogni discorso sull’ampliamento della capacità produttiva che, come più volte sottolineato dal Commissario all’Industria Thierry Breton, avrebbe rappresentato la vera questione-chiave.

Anche oggi, dopo che Biden ha segnato un gol a porta vuota su una questione d’immagine, dimenticarsi questa fattispecie e non dare seguito a programmi come Hera Incubator, a progetti quali quello per l’hub produttivo di Marburgo in Germania o quelli lanciati dal governo Draghi in Italia dopo i catastrofici ritardi del governo Conte II e a una visione chiara e strategica rischia di produrre danni in vista dell’avvenire. Nella consapevolezza che nuova tornate di vaccinazione anti-Covid si renderanno necessarie e che dunque i Paesi europei non possono farsi trovare impreparati. Per le autorità del Vecchio continente, oggigiorno, “il focus deve restare la creazione di partnership e l’investimento in strutture per aumentare la capacità produttiva e venire incontro alle esigenze dei cittadini in Europa e nel mondo”, ha spiegato a Politico Nathalie Moll, direttore generale della federazione europea delle industrie farmaceutiche.

Senza un serio ragionamento di politica industriale, insomma, si tornerebbe al punto di partenza. Quello dei brevetti è un paravento mediatico che cela questioni più complesse. Ne è convinto anche l’eurodeputato di Forza Italia e membro della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia dell’emiciclo di Strasburgo Massimiliano Salini, che ha recentemente puntualizzato in un comunicato: “Ad oggi non ci sono evidenze secondo le quali l’abolizione o sospensione dei brevetti possa accelerare la capacità produttiva”. Si possono avere tutti i brevetti disponibili: ma senza la possibilità di mettere in campo la produzione nei complessi impianti richiesti per i sieri anti-Covid la questione non sarebbe risolta. “La gravità della situazione”, sottolinea Salini, “ci impone di agire in modo pragmatico, partendo dalla strada che ad oggi sembra dare maggiori opportunità di successo: togliere le barriere commerciali, tutelare le filiere e accrescere la disponibilità di materie prime, aumentare la condivisione delle dosi e sostenere al massimo la produzione nei paesi con maggiore necessità, favorendo accordi volontari tra le aziende”. Stati come Usa e Regno Unito hanno sospeso molte logiche del libero mercato già nella fase di sviluppo di tecnologie finalizzate alla vaccinazione di massa contro il Covid-19, hanno messo in campo forme di intervento pubblico nell’economia guidate da chiari e precisi obiettivi politici, hanno fatto della forza delle filiere industriali e della proprietà delle tecnologie la chiave di volta del loro successo. Per l’Europa e i suoi Paesi membri la chiave di volta sta nel consolidare questo percorso:  nella consapevolezza che per gli Stati partecipare in futuro alla corsa alla produzione vaccinale sarà un elemento di autonomia strategica e geopolitica di non secondaria importanza.

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