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Esistono ormai poche cose al mondo che la scienza e la tecnologia non consentono di fare, dal far fiorire il deserto al concepimento di un bambino. Qualcosa che ci fa sentire onnipotenti, in barba alle conseguenze futuribili. Si tratta della stessa scienza che ha salvato vite e donato la vista, che fa arrivare internet in Africa e curare malattie che un tempo non lasciavano scampo. E come sarebbe bello se quella stessa scienza onnipotente potesse fare il più grande dei miracoli: riportare in vita chi amiamo. Un traguardo che permetterebbe di sanare tutto lo scibile dei dolori umani, da quello fisico alla perdita emotiva. Sebbene orde di scienziati e di matti ci provino da tempo, la tecnologia di cui disponiamo sembrerebbe aver trovato un surrogato a base di sua maestà l’intelligenza artificiale.

Il meccanismo, di per sé semplice, combina audio, foto e video per creare un clone virtuale della persona perduta, con la quale poter dialogare attraverso chatbot. Un’idea i cui primi prototipi sembrano funzionare, che fa ridere e accapponare la pelle allo stesso tempo. Nell’immediato, ancor prima dei problemi etici, si era pensato alle questioni legali legate allo sfruttamento dell’immagine di personaggi famosi non più in vita. Risulta difficile, infatti, barcamenarsi in una giungla giuridica come quella del diritto del web, in cui dover pensare a come tutelare l’immagine di un defunto, tutelandone la dignità e i diritti degli eredi. Il John Lennon ricreato digitalmente in Forrest Gump o l’ologramma anima di Amy Winehouse hanno dimostrato che i diritti dei morti sono facilmente ignorati dal mondo dei vivi. Lo sa bene anche il povero Elvis Presley, che nel 2024 “sta affrontando” un tour in giro per il mondo: milioni di persone disposte a pagare cifre esorbitanti per il biglietto, per scatenarsi sulla musica di un cantante-ologramma. Con tanto di emozione, euforia e sensazioni, reali: con la differenza che, quando si spegneranno le luci, anche le pelvi più famose della storia del rock scompariranno nell’etere. Ancor prima di Elvis ci avevano pensato gli Abba, che ancora vivi, hanno realizzato un live virtuale a Londra nel maggio 2023. Un milioni di biglietti venduti per illudersi di qualcosa che non è. Quanto è sano tutto questo?

Andando oltre i lustrini e le paillette dei beniamini, l’effetto shock riguarda noi comuni mortali. Il lutto: un condensato di malinconia, dolore, abbattimento, incredulità. Un distacco fisico dai cari che non ha rimedio alcuno se non il tempo che, tuttavia, non chiude mai il cerchio del dolore. Fino a questa sconvolgente possibilità, l’unico contatto tra vivi e morti restavano i sogni (nel 1998 Vincent Ward fece del tema un capolavoro con Robin Williams, Al di là dei sogni), quel mondo misterioso in cui poter esperire, nel bene e nel male, anche l’impossibile. Una terra franca attorno alla quale il popolo partenopeo, in barba a Freud, ha costruito una narrazione a suon di Smorfia e vincite al Lotto. Ma al di là di abbracci evanescenti che albergano nel sonno, i “contatti” con chi non c’è più restano mere carezze su una foto, un video conservato in un telefono o su una vecchia VHS, oppure ancora una tomba, limes ultimo tra vivi e morti.

Ormai molti servizi con intelligenza artificiale generativa come Replika e December Project consentono già conversazioni con chatbot che replicano le personalità reali. Il servizio You, Only Virtual, ad esempio, consente agli utenti di caricare messaggi di testo, email e conversazioni vocali di qualcuno per creare un chatbot personalizzato. Nel 2020, fra l’altro Microsoft ottenne un brevetto per creare chatbot da dati di testo, voce e immagini per persone ancora in vita, ma anche per personaggi storici e di fantasia con la possibilità di animazioni in 2D e 3D.

Nel 2017 la società Etermine aveva messo su una sorta di “Skype per morti”, creando l’avatar di un defunto a partire dalla sua impronta digitale. Fortunatamente non ebbe successo. Era il 2021, invece, quando un uomo utilizzò GPT-3 per riprodurre la voce della sua fidanzata morta due anni prima. Un tentativo disperato che può avere delle ripercussioni mentali gravissime. O ancora la funzionalità Deep Nostalgia (il cui nome fa già rabbrividire) del sito My Heritage, che consente di creare video con i propri antenati defunti. In Cina, questo particolare tipo di tecnologia viene già impiegato in occasione dei funerali, ove si assistono ad aberrazioni come il defunto che parla o che ringrazia i presenti. Sono metodi per scacciare via il dolore, palliativi per la non accettazione, che “assunti” una volta rischiano di mettere in piedi un legame patologico tra esseri umani in vita e ologrammi. Lutto viene da lūctus -us, derivato del tema di lugere, ovvero “piangere”. Un meccanismo importante si accompagna a una fase delicatissima, la famigerata “elaborazione del lutto”, che consente agli esseri umani di digerire la perdita, rielaborare i vissuti per poter proseguire.

Nel 1970, una grande psichiatra del calibro di Elisabeth Kübler-Ross, teorizzò quelle che ancora oggi vengono considerate le cinque fasi del lutto: negazione, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione. La resurrezione digitale dei propri cari ci confinerebbe a restare nella fase di negazione, regalandoci delle sensazioni appaganti che rimandano a data da destinarsi il distacco emotivo dalla persona cara, annullando il confine tra i vivi e i morti, fino a far perdere il contatto con la realtà. In attesa che l’intelligenza artificiale ci trovi una cura al dolore, abbiamo pensato di utilizzarla per non viverlo. Peccato, era l’unica cosa che ci rendeva ancora umani.

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