Cosa sono i “confini del 1991”

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Dallo scoppio del conflitto in Ucraina nel febbraio scorso, Kiev ha strenuamente richiesto la cessazione delle ostilità ponendo sempre e comunque come condizione il ritorno ai “confini del 1991”. Ma quali sono esattamente questi confini? Cosa prevedevano gli accordi del 1991?

Nel 1991 l’Ucraina, come nuovo stato indipendente, ereditò i confini dell’ex Repubblica Socialista Sovietica di Ucraina. All’epoca, il confine tra Russia e Ucraina era una mera linea amministrativa, che non era stata tracciata tantomeno realizzata materialmente. Da allora l’Ucraina ha cercato di stabilire un confine adeguato.

La fine dell’Urss venne trattata dal diritto internazionale come un caso di smembramento, con il quale lo Stato precedente si estinse per dare vita alla formazione di due o più Stati nuovi, ammessi poi all’Onu in base all’art. 4 della Carta delle Nazioni Unite. Tutti gli Stati sorti dallo smantellamento vennero ammessi ex novo, ad eccezione di Ucraina e Bielorussia, già membri fondatori delle Nazioni Unite. La Dichiarazione del 1942, infatti, aveva qualificato come “Stati” anche alcune entità che non lo erano, per l’assenza del requisito di indipendenza, come l’Ucraina e la Bielorussia, realizzando una presunzione iuris et de iure.

Il processo venne regolato dagli accordi di Minsk dell’8 dicembre del 1991 e dall’Intesa di Alma Ata del 21 dicembre 1991.

L’8 dicembre 1991 il presidente russo Boris Eltsin incontrava i leader di Ucraina e Bielorussia. Assieme finalizzarono quello che divenne noto come l’Accordo di Minsk, che sciolse formalmente l’Unione Sovietica e la sostituì con una Comunità di Stati Indipendenti (Csi). I tre contraenti si impegnarono a garantire ai propri cittadini uguali diritti e libertà, indipendentemente dalla nazionalità o da altre distinzioni. Ciascuna delle parti contraenti si impegnava poi a garantire ai cittadini delle altre parti diritti e libertà civili, politici, sociali, economici e culturali secondo le norme internazionali generalmente riconosciute in materia di diritti umani, indipendentemente da fedeltà nazionale o altre distinzioni. Gli accordi si allargavano alla protezione delle minoranze, assunta come obbligo da ognuno degli Stati contraenti.

Ma soprattutto, all’art. 5, i contraenti riconoscevano e rispettavano reciprocamente l’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini esistenti all’interno del Commonwealth ex sovietico.

Gli accordi di Minsk, pur promettendo una svolta, non furono dettagliati. Il problema del confine fu oscurato da un evento dirompente come la disintegrazione dell’Urss. Eltsin aveva sostenuto l’indipendenza dell’Ucraina al fine di sconfiggere la sua nemesi Mikhail Gorbaciov, ma gli sforzi si erano fermati lì. La dichiarazione di indipendenza dell’Ucraina nell’agosto 1991 e il successivo referendum segnarono una “separazione consensuale” fra le parti, adornata da dichiarazioni di principio molto ampie come il rispetto reciproco dell’integrità territoriale e l’inviolabilità dei confini esistenti “all’interno del Commonwealth”, un impegno che significava promettere di mantenere le frontiere aperte e i controlli transfrontalieri.

Ma nulla fu detto o scritto su come delimitare i confini, fino ad allora puramente interni tra le “province” dell’Urss. Questo declassamento a questione secondaria era intimamente legato al contributo che Kiev diede alla Comunità degli Stati Indipendenti, foraggiando la convinzione-in quel di Mosca-che ciò sarebbe bastato alla neonata nazione che, in questo modo, avrebbe continuato a gravitare attorno all’impero ex-sovietico.

Ci vollero ancora tre anni affinché la Federazione russa mollasse la presa sull’Ucraina, abbandonando, almeno sulla carta, la clausola del “riconoscimento dei confini dell’Ucraina all’interno della CSI”. Servirono l’Accordo Trilaterale del 1994 – tra Russia, Ucraina e Stati Uniti – e il Memorandum di Budapest, per ottenere un impegno formale a garantire i confini e la sovranità dell’Ucraina in cambio della rinuncia al suo arsenale nucleare.

Per Mosca fu quella l’occasione giusta per esercitare un ricatto parallelo, legando indissolubilmente il riconoscimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina alla questione della Flotta del Mar Nero, di stanza nella penisola di Crimea. Il fatto che quest’ultima fosse legata a doppio filo allo status della base navale di Sebastopoli creò il primo vero garbuglio giuridico-diplomatico internazionale post-Guerra Fredda. La convinzione, poi, da parte delle élite politiche russe che la Crimea dovesse restare esclusivamente russa contribuì a creare una zona grigia che ha permesso gli eventi del 2014.

Con il Memorandum di Budapest, la vicenda dell’integrità territoriale ucraina guadagnò nuovamente il palcoscenico internazionale nonché dei garanti d’eccellenza.

Il Memorandum comprende tre accordi politici sostanzialmente identici firmati alla conferenza dell’Osce a Budapest, in Ungheria, il 5 dicembre 1994, per fornire garanzie di sicurezza dai suoi firmatari in relazione all’adesione della Bielorussia, del Kazakistan e dell’Ucraina al Trattato sulla non Proliferazione delle armi nucleari (Npt). I tre memorandum sono stati originariamente firmati da Federazione Russa, Regno Unito e gli Stati Uniti. Cina e Francia fornirono assicurazioni più labili attraverso accordi separati.

I memorandum vietavano alla Federazione Russa, al Regno Unito e agli Stati Uniti di minacciare o usare la forza militare o la coercizione economica contro Ucraina, Bielorussia e Kazakistan, “tranne per legittima difesa o altrimenti in conformità con la Carta delle Nazioni Unite”. A seguito del memorandum e dei suoi corollari, tra il 1993 e il 1996, Bielorussia, Kazakistan e Ucraina rinunciarono ai loro arsenali nucleari.

Negli Accordi di Sochi del 1995, la Russia confermò lo status della Crimea come parte dell’Ucraina, spingendo per i diritti esclusivi su Sebastopoli come parte di un lungo contratto di locazione. È stato solo nel maggio 1997 che Russia e Ucraina hanno finalizzato i dettagli della questione, concordando un contratto di locazione per 20 anni.

Questo accordo ha finalmente aperto la strada al “Grande Trattato” sull’amicizia, la cooperazione e il partenariato firmato a Kiev il 31 maggio 1997 dal presidente dell’Ucraina Leonid Kuchma e dal presidente russo Eltsin. Questo trattato ha assicurato il riconoscimento formale dell’Ucraina come “Stato uguale e sovrano” con i firmatari che si sono impegnati a rispettare l’integrità territoriale dell’altro e l’inviolabilità dei confini “esistenti”.

Il Trattato fissava i principi del partenariato strategico come il riconoscimento dell’inviolabilità dei confini esistenti, il rispetto dell’integrità territoriale e l’impegno reciproco a non utilizzare il proprio territorio per nuocere alla sicurezza reciproca. Il trattato impediva all’Ucraina e alla Russia di invadere rispettivamente l’altro e di dichiarargli guerra.

In base all’accordo, entrambe le parti garantivano i diritti e le libertà dei cittadini degli altri Paesi sulla stessa base e nella stessa misura in cui prevedeva per i propri cittadini, salvo quanto prescritto dalla legislazione nazionale degli Stati o dai trattati internazionali. Ogni Paese avrebbe protetto nell’ordine stabilito i diritti dei suoi cittadini residenti in un altro Paese, in conformità con gli impegni previsti dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, da altri principi e norme universalmente riconosciuti del diritto internazionale, dagli accordi all’interno del Commonwealth degli Stati indipendenti. L’accordo, tra l’altro, confermava-con una certa preveggenza- l’inviolabilità dei confini dei Paesi, indipendentemente dal fatto che Russia e Ucraina non avessero finalizzato materialmente un confine.

Sebbene il “Grande Trattato” sia passato come una vittoria politica per l’Ucraina, gli accordi hanno fornito alla Russia una capacità a lungo termine di minare l’integrità territoriale della controparte, come evidenziato dall’uso della base militare, delle truppe e della Marina in Crimea. Per fare pressione su Kiev, il Cremlino ha bloccato la ratifica del trattato del 1997 al fine di garantirsi la partecipazione dell’Ucraina all’Assemblea interparlamentare della Csi, organo di integrazione parzialmente svuotato ma dall’alta valenza simbolica.

Il Trattato sul confine di Stato Russia-Ucraina, firmato nel gennaio 2003, ha sostanzialmente definito i confini terrestri comuni, sebbene fosse solo la facciata della strategia russa di sostenere il presidente ucraino Kuchma in cambio dell’ottenimento della partecipazione di Kiev a due nuovi progetti di integrazione, la Comunità economica eurasiatica e lo Spazio economico comune nei primi anni Duemila.

Il Trattato tra la Federazione Russa e l’Ucraina sul confine di Stato russo-ucraino è stato firmato il 28 gennaio 2003 dall’allora Presidente Kuchma e da Putin. Questo afferma che il confine di Stato russo-ucraino sarebbe stato la linea e la superficie verticale che si realizza “seguendo quella linea che divide i territori statali delle parti del Trattato dal punto in cui i confini statali di Ucraina, Russia e Bielorussia si incontrano fino a un punto situato sulla costa del Golfo di Taganrog”.

Il punto in cui si incontrano i confini statali di Ucraina, Russia e Bielorussia avrebbe dovuto essere definito da un trattato separato. Il 14 maggio 2010, il governo della Federazione Russa ha emesso la risoluzione n. 720-r, ordinando al Ministero degli Affari Esteri della Federazione di iniziare a lavorare per concludere un accordo con il governo ucraino sulla demarcazione del confine.

Al dicembre 2014 nessun lavoro sulla definizione del confine era stato realizzato. Fino ad allora l’Ucraina aveva posizionato un paio di centinaia di segnali di confine a fronte di almeno una decina di migliaia necessari, essendo il confine Russia-Ucraina lungo più di 1.200 miglia.