Chi è Mauricio Macri

Presidente dell’Argentina dal 2015, Mauricio Macri è il politico liberale che ha messo fine a 12 anni di “kirchnerismo” – i governi prima di Néstor Kirchner, e poi della moglie Cristina Fernández de Kirchner. Cerca la rielezione per un secondo mandato, ma la strada per lui sembra decisamente in salita.

Mauricio Macri nasce l’8 febbraio del 1959 a Tandin, cittadina di più di centomila abitanti nella provincia di Buenos Aires.

Il maggiore di sei fratelli, Macri è figlio di uno dei più importanti e più ricchi imprenditori del paese, l’italiano Franco Macrì, che arrivò in Argentina a 18 anni e fondò e diresse il gruppo Macri – Socma, oggi presente nel settore automobilistico, della costruzione, delle poste e delle comunicazioni.

Critici come La Izquierda diario fanno notare come il gruppo crebbe proprio durante gli anni della dittatura, beneficiando della statalizzazione del debito privato e di numerosi contratti con lo stato.

El Cronista ricorda però come fra padre e figlio il rapporto non sia mai stata semplice. “La relazione con mio padre va e viene,” ha risposto una volta Macri. Suo padre aveva appena dichiarato, in una intervista per la rivista Noticias, che “il figlio aveva la testa per essere presidente, ma non il cuore.”

Franco Macri, morto a marzo di quest’anno, è stato inoltre  in vari momenti vicino al kirchnerismo. Il legame con la politica è d’altronde stato sempre di famiglia: secondo il giornalista Horacio Verbitsky il nonno, Giorgio Macri, fu tra i fondatori del Fronte dell’Uomo Qualunque in Italia.

Macri si è sposato tre volte.

Ha avuto tre figli dalla prima moglie, Ivonne Bordeu.

Dopo il divorzio, si sposa nel 1994 con la modella Isabel Menditeguy, da cui divorzia nel 2005.

Dal 2010 si è unito a in matrimonio a Juliana Awada,  di 25 anni più giovane, imprenditrice del settore della moda e proprietaria di varie catene di negozi a livello nazionale, con cui ha avuto la sua ultima figlia, Antonia.

Ora il mio stato civile è felice,” ha dichiarato durante le nozze, secondo El Clarín.

Macri inizia la sua carriera come analista nell’impresa Sideco Americana, specializzata in costruzioni civili.

Come ha ricordato lui stesso su Facebook, si è laureato in ingegneria civile nel 1984. Dopo un breve periodo passato nel dipartimento di credito della banca Citibank, entra a testa bassa dentro il gruppo di famiglia Socma, di cui è stato gerente generale dal 1984.

Da allora la sua scalata è stata inarrestabile: pochi anni più tardi diventa presidente di compagnie come la costruttrice Sideco e Vipcom e vicepresidente di Performar SA e  Fernando Marín Producciones Publicitarias SA.

Nel 1991 viene rapito sulla porta di casa e tenuto in ostaggio per dodici giorni. Il sequestro finisce solo dopo che il padre acconsente a pagare un riscatto di sei milioni di dollari.

Successivamente, la polizia appura che i rapitori sono per la maggior parte membri della Polizia Federale, da cui il nomignolo di “Banda dei Commissari”. Vengono arrestati e condannati a pene tra i dieci anni e l’ergastolo.

Il giornale La Nación riporta vari dettagli della durezza del rapimento: Macri trascorre quei giorni nella “cassa”, una stanza di tre metri per due costruita sotto un’altra abitazione, e riceve gli alimenti da un buco nel soffitto di 20 cm.

Il vero e proprio trampolino politico è la sua gestione del Boca Junior, la più celebre squadra di calcio di Buenos Aires, dal 1995 al 2007. Come ricorda El Cronista, è il primo ad amministrare la società con una visione imprenditoriale e commerciale.

E con successo: la Federazione Internazionale di Storia e Statistica del Calcio riconosce il Boca di quegli anni come la miglior squadra sudamericana della prima decade del 2000.

La sua gestione non è però priva di ombre: tanto Jorge Bermúdez, ex difensore e capitano del Boca, come l’attaccante Marcelo Delgado, lo accusano di intascare una percentuale personale sul passaggio di ogni giocatore.

Sotto Macri, il Boca vince 17 titoli, e lui viene lanciato al centro del dibattito pubblico.

Macri si inizia a interessare attivamente alla politica nel 2001, quando fonda il think-tank Fondazione Credere e Crescere. 

Secondo lo storico e giornalista Pablo Stefanoni, il discorso di Macri si differenzia da quello dei neoliberisti degli anni ‘90 per il suo accento sull’imprenditoria e la meritocrazia, insieme alla retorica sulla costruzione di un “paese normale” e integrato con il resto del mondo.

Il primo tentativo con la politica arriva nel 2003, quando fonda il fronte Compromiso para el Cambio e tenta di strappare il governo della città di Buenos Aires al presidente uscente Aníbal Ibarra. 

Compromiso para el cambio era una coalizione di diversi partiti, tra cui quello Giustizialista, quello Federale, quello Democratico, Azione per la Repubblica e quello Democratico Progressista, formata per sostenere la candidatura di Macri.

Secondo Cronica, Macri è stato il candidato che ha raccolto più voti durante il primo turno, ma viene messo in secondo piano da Ibarra durante il dibattito televisivo che lo segue, e perde quindi il ballottaggio. 

Nel 2005, in contemporanea con l’incarico sportivo, viene eletto al Parlamento, dove rimane per un paio di anni. Pagina 12 riporta che è tra i deputati con maggiori assenze durante le votazioni.

Nel 2007, Compromiso para el cambio diventa Propuesta Republicana (PRO), un partito nato dopo la crisi Argentina del 2001, con l’obiettivo di unire a diverse tendenze del centro-destra un gruppo di impresari e giovani professionista che fino a quel momento non avevano avuto alcun legame con la politica nazionale.

L’intento era di portare un’aria di rinnovamento e proporre una nuova alternativa al fronte kirchnerista, che allora controllava tanto il potere esecutivo come buona parte del potere legislativo del paese.

A dicembre arriva il primo salto in avanti: Macri viene eletto come capo di governo della città di Buenos Aires, incarico che mantiene fino al 2015.

Durante i suoi anni alla testa della città, promosse la costruzione di nuove scuole, la liberalizzazione del mercato del suolo e l’investimento in tecnologia per le strutture sanitarie.Secondo uno studio dell’osservatorio La Fábrica Porteña, però, il debito pubblico in valuta straniera della città si triplicò, arrivando a quasi 1.8 miliardi di dollari.

Il 24 novembre 2015, Mauricio Macri sconfigge il rivale alla presidenza del paese Daniel Scioli, ponendo fine a 12 anni ininterrotti di governi dominati dalla famiglia Kirchner. Secondo BBC Mundo, buona parte del risultato è dovuto alla rete di accordi con partiti locali su tutto il territorio, e a una campagna elettorale con toni pacificatori, condotta porta a porta.

Per i suoi sostenitori, Macri rappresenta la possibilità di superare un governo da loro giudicato altamente corrotto, il cui supporto era mantenuto in piedi solo grazie a una rete di sussidi e programmi sociali insostenibili.

La sfida per lui era però rompere l’immagine del candidato dell’élite, pronto a promuovere una politica neoliberista ortodossa, termine che per molti argentini fa ancora eco con la disoccupazione e i tagli ai servizi sociali degli anni ’90.

Per non alienarsi il voto dei settori popolari, Macri promette quindi di mantenere e migliorare alcuni dei programmi sociali della sua predecessora, Cristina Fernández.

Allo stesso modo, durante la campagna elettorale cambia radicalmente opinione su alcune misure economiche chiave del kirchnerismo, come il mantenimento in mano pubblica di imprese rinazionalizzate come YPF o Aerolíneas Argentinas.

Ciononostante, El País nota come la sua fu una vittoria di misura, raggiunta con una differenza di 700.000 voti in un paese con 32 milioni di persone chiamate alle urne.

Macrì arriva al potere con la promessa di placare l’inflazione e l’incertezza che dominano l’economia.

Sotto i Kirchner, l’Argentina aveva infatti portato avanti una politica economica eterodossa, costruita attorno a un chiaro protezionismo, con l’obiettivo di sostenere l’industria locale e mantenere un controllo ferreo della vendita di dollari.

Queste scelte hanno portato anche però a violente polemiche sui mercati internazionali, con molti critici che hanno accusato Cristina Fernández di falsificare e distorcere a propria vantaggio i dati economici ufficiali.

L’azione di Macri è quindi volta a ripristinare un clima di tranquillità, saldando i conti con gli investitori stranieri, incluso con i fondi speculativi che avevano rifiutato la ristrutturazione del debito argentino proposto dagli interiori governi, e puntando sul debito estero come una delle fonti principali per il finanziamento dello stato.

Questo è un punto importante per l’Argentina, dato che il paese soffre storicamente di deficit pubblico. Il Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas dell’Università di Buenos Aires ha infatti calcolato che per ben 107 degli ultimi 117 anni, la spesa pubblica in beni e servizi ha superato le entrate dello stato.

Durante i primi anni di riforme di Macri, i dollari piovono a fiumi, e l’economia torna a crescere.

L’indice finanziario per l’Argentina di MSCI registra, ad esempio, una crescita del 50% delle azioni delle banche locali nel 2017.

La BBC ha però sottolineato come molti degli investimenti rispondessero alla cosiddetta manovra finanziaria del carry trade, o bicicletta.

In sostanza, gli investitori avrebbero investito i propri dollari nel mercato argentino, convertendoli in pesos locali per comprare buoni emessi dalla banca centrale argentina con tassi di interessi molto alti, per poi, grazie alla tassa di cambio stabile, riconvertirli in dollari e sottrarli all’economia del paese.

Tra le polemiche misure implementate dal governo, Macri mette fine ai sussidi per l’energia e il trasporto, che rendevano questi servizi molto economici ma hanno aumentato  il deficit fiscale del paese e disincentivato gli investimenti nella rete elettrica.

Gli aumenti enormi che sono stati applicati – i “tarifazos”, come li hanno ribattezzati gli argentini – hanno generato un diffuso malumore sociale e azzoppato la popolarità di Macri, ma anche rimesso il paese sulla strada dell’autosufficienza energetica.

Macri ha posto inoltre fine ai controlli di capitali che limitavano la possibilità di acquisto di dollari americani. Secondo lui, le cosiddette “restrizioni K” avevano infatti convertito l’Argentina “in un socio in cui non puoi confidare”. Eppure, per la BBC, l’eliminazione ha portato a una svalutazione di quasi il 40% del peso nel giro di una settimana.

Nonostante queste politiche impopolari, il successo della coalizione di governo nelle elezioni di metà mandato a fine 2017 sembra riconfermare un vasto appoggio all’esecutivo.

Cambiemos, la coalizione di Macri,  ottiene infatti il 41% dei voti nelle elezioni del congresso nazionale, crescendo, secondo il quotidiano La Nación, in quasi tutto il paese.

Forte di un simile risultato e con l’opposizione peronista in completo disarmo, Macri decide di varare una nuova ondata di norme volte a ridurre il debito pubblico. Tra queste, una contestata riforma delle pensioni che introduce un nuovo metodo per adeguare all’inflazione gli assegni di anzianità e di sostegno sociale.

Sindacati, studenti e partiti di opposizione diedero vita a una imponente mobilitazione per fermare la riforma, scontrandosi con la polizia proprio di fronte al Congresso.

Per il portale Infobae, infatti, l’aumento degli assegni sociali diminuirebbe dal 12 al 5.7%. Con una inflazione che è aumentata del 20% negli ultimi sette anni, la riforma si è quindi di fatto tradotta in un impoverimento dei beneficiari.

La diffusione dei Panama Papers nel 2016 porta qualche grattacapo al presidente Argentino, che risulta avere partecipazioni in società offshore come Fleg Trading LTD e Kagemusha, con sede nei paradisi fiscali delle Bahamas e di Panama.

In seguito alle rivelazioni, Macrì si impegna a far amministrare tutti i suoi beni a un fedecommesso “cieco”, ovvero senza alcun contatto con lui, fino alla fine del mandato.

“Nessun presidente lo ha mai fatto, mentre io ho deciso di dimostrare che non siamo tutti uguali e che la nostra vocazione è lavorare per far star meglio gli argentini,” ha dichiarato Macri a El Clarín. L’intento era ancora una volta quello di marcare le distanza dalla sua predecessora, proprio nei giorni in cui la sua amministrazione finiva sotto accusa per i casi di corruzione di Ricardo Jaime e dell’imprenditore Lázaro Baéz.

Per il il giornale finanziario Ámbito, però, a fine 2016 solo il 40% dei beni di Macri era stato affidato al fedecommesso.

Il piano economico di Macri era sì di ridurre la spesa pubblica, ma gradualmente. Finisce però in frantumi all’inizio del 2018, quando l’Argentina entra in una congiuntura fortemente negativa. 

Da un lato, le economie emergenti che dipendono da finanziamenti esterni si trovano in un contesto economico internazionale sfavorevole.

Dall’altro, i mercati perdono confidenza nel programma economico di Macri, e i risparmiatori migrano in massa verso il dollaro. Risultato: il valore del peso crolla del 57%. Sia il governo che le imprese hanno così difficoltà a ripagare precedenti debiti valutati in dollari, e il paese entra di nuovo in crisi.

A giugno 2018, il governo deve bussare alla porta del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ricevendo un prestito di 50 miliardi, a cui se ne aggiungono altri 7 in settembre. Dato il ruolo giocato dal FMI nel collasso economico del 2001, l’ente è ancora oggi visto come il fumo negli occhi da molti argentini.

A cambio del prestito, Macri scarta ogni possibilità di un default, e si impegna ad azzerare il deficit fiscale primario nel 2019 con un duro programma di austerity che include aumenti alle tasse sulle esportazioni e dimezzando il numero di ministeri.

Il Presidente ha descritto questi mesi come “i peggiori cinque della mia vita” da quando fu rapito.

Ma l’intervento non sembra produrre i risultati sperati. Ad aprile 2019, il “rischio paese” argentino,  secondo la Bbc, arriva al livello record di 945 punti. Investire in Argentina è più rischioso che in qualsiasi altro mercato al mondo.

Il “rischio paese” è infatti uno degli standard utilizzate dalla banca JP Morgan per misurare la capacità di una nazione di pagare il suo debito pubblico.

Parte della turbolenza viene anche dal fatto che, durante gli ultimi tre anni, praticamente tutti gli indicatori economici rilevanti come crescita, inflazione, consumo e povertà sono peggiorati.

Secondo dati aggiornati a giugno, 14 milioni gli argentini vivono infatti in condizioni di povertà. Per l’osservatorio dell’Università cattolica argentina, a fine anno i poveri saranno il 40% della popolazione, mentre negli ultimi dodici mesi il loro numero è aumentato di tre milioni di persone (l’otto percento degli argentini).

Il ricercatore Mark Weisbrot ha sottolineato come le politiche di Macri abbiano portato a un drastico calo del reddito personale, la disoccupazione sia aumentata e il debito pubblico sia cresciuto all’86% del PIL.

Weisbrot ha anche duramente criticato il patto con l’ FMI, sostenendo che la strategia di recuperare la fiducia degli investitori attraverso una politica fiscale e monetaria di austerity non ha fatto altro che rallentare l’economia e ottenere gli effetti opposti, come successo altre volte nel continente.

In vista delle nuove elezioni presidenziali del 27 ottobre e consigliato dal guru della comunicazione ecuadoriano Jaime Durán Barba, Macri elabora un discorso secondo cui, nonostante tutte le difficoltà attuali, l’Argentina starebbe costruendo le “fondamenta reali” per la crescita.

La lotta al deficit fiscale portata avanti dal suo governo sta invece ponendo le premesse per un nuovo paese, che ancora non si vede, ma che emergerà se la popolazione gli darà altri quattro anni di tempo.

La crisi mette però fortemente in dubbio quella che sembrava una riconferma scontata. Tanto che l’11 agosto, giorno delle elezioni primarie, Macri soffre una monumentale sconfitta contro Alberto Fernández, il rivale alla presidenza della coalizione peronista-kirchnerista Frente de Todos, in ticket proprio con l’ex presidente Cristina Fernández Kirchner.

Macri si ferma al 33% con 7,2 milioni di voti, mentre il rivale tocca 10,7 milioni di voti e il 48%.Una percentuale che, se mantenuta anche al primo turno, gli consentirebbe di conquistare direttamente la Casa Rosada, evitando il ballottaggio.

Il giorno dopo le primarie, tutti gli indici economici crollano: la borsa valori cade del 78%, il peso soffre una svalutazione del 38% e l’inflazione inizia a galoppare.

Macri punta il dito sul terrore degli investitori per un possibile ritorno della Kirchner, mentre i rivali attribuiscono la nuova crisi al fallimento delle sue politiche economiche.

In seguito al crollo, Macri riesuma però una serie di misure del precedente governo che lui stesso si era affrettato ad abrogare, come il congelamento delle tariffe, il default selettivo e il controllo di capitali.

Per tentare una disperata rimonta, Macri si imbarca in una maratone elettorale, organizzando e partecipando a 30 diversi atti in 30 città negli ultimi 30 giorni, terminando con una moltitudinaria chiusura di campagna a Cordoba, con, secondo fonti del governo, 100.000 persone presenti.

“Siamo la enorme maggioranza, ma durante molti anni siamo stati in silenzio, con paura,” ha proclamato di fronte alla folla, “e questo è stato un errore, perché abbiamo lasciato uno spazio vuoto, che è stato occupato da quelli che si credono padroni dello Stato e del pubblico.”

Insieme alla mobilitazione, il portale di informazione Infobae riporta che Macri ha annunciato un pacchetto di promesse elettorali che includono un piano per contrastare i femminicidi e connessione a internet per tutte le scuole.

Nell’ultimo dibattito della campagna elettorale, Macri ha poi attaccato duramente Alberto Fernández, il principale rivale e anche il capo di gabinetto dei governi di Néstor Kirchner e del primo anno di sua moglie, accusandolo di tollerare i molteplici casi di corruzione di quegli anni. “E’ difficile che lei non abbia visto nulla,” lo ha punzecchiato.

L’obiettivo dichiarato non è di recuperare voti su Fernández, ma di conquistarne di nuovi, puntando sulla paura di un governo divisivo come quello della Kirchner, e ampliando la base dei votanti.

Se saranno sufficienti a far arrivare Macri al ballottaggio, saranno gli argentini a deciderlo.