Storia e numeri per capire l’ascesa e la caduta dell’Isis

Bandiere nere, Daesh, Stato islamico, Califfato. La furia jihadista sprigionata tra Siria e Iraq è stata chiamata in molti modi. Quattro anni fa, il 29 giugno del 2014, Abu Bakr al Baghdadi , salendo sul pulpito della Grande moschea al Nuri a Mosul, annunciava al mondo la nascita di un nuovo Califfato, una sorta di enorme Stato sunnita che scavalcava la storica linea di demarcazione di Sykes-Picot che divideva Siria e Iraq. La cavalcata verso quella proclamazione fu a tratti travolgente. Una macchina bellica, ma soprattutto mediatica, capace di inghiottire deserto, villaggi e vallate a una velocità impressionate. Nel giro di poco meno di tre anni alcune delle principali città della Siria e dell’Iraq caddero nelle mani dei miliziani e il terrore del grande Califfato sunnita ebbe inizio.

L’origine dell’Isis è stata spiegata in molti modi. Quello che è certo è che gli ingredienti sono stati mescolati nell’Iraq dell’occupazione americana. Molti dei vertici dell’organizzazione, compreso l’attuale leader Al Baghdadi, erano infatti combattenti iracheni imprigionati nel carcere americano di Camp Bucca. Una stima dell’analista iracheno Hisham al-Hashimi raccolta dal Guardian ha parlato addirittura di 17 capi su 25 imprigionati a Bassora. Ma non fu solo questo ovviamente ad accelerare quel percorso. Da qualche parte nel nord del Paese occupato dalle truppe americane, c’era un giordano, si chiamava Aḥmad Fāḍil al-Nazāl al-Khalāʾil, ma tutti lo conoscevano con uno pseudonimo, Abu Musab al-Zarqawi. Si era fatto chiamare così per la sua provenienza, il centro di Zarqa a nord di Amman, dove sorge un grande campo profughi palestinese creato nel 1948 e aperto ancora oggi.

Qualche anno prima aveva fondato un’organizzazione chiamata Jama’at al-Tawhid wa al-Jihad e nel 2003 si trovava in Iraq per condurre la sua personale battaglia: creare un nuovo regno, un califfato che sorgesse dalle ceneri dell’Iraq di Saddam Hussein. Le sue operazioni contro l’esercito americano arrivarono ad attirare l’attenzione di al Qaeda. In realtà il legame tra Al Zarqawi e Osama bin Laden era nato diversi anni prima, ai tempi dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Il giordano era volato tra i mujaheddin per addestrarsi insieme ad altri compatrioti, così come il ricco saudita. Fin da subito i due avevano mostrato punti di disaccordo, soprattutto per l’efferatezza di Al Zarqawi, aspetto questo che avrebbe segnato tutti i passaggi della sua organizzazione.

La svolta arrivò comunque nel 2004 con la diretta affiliazione al gruppo di Bin Laden e il cambio di nome in al-Qaeda in Iraq (Aqi). Per i successivi due anni la formazione fu una spina nel fianco per gli statunitensi, almeno fino al 2006 quando il leader e fondatore venne ucciso da un missile teleguidato americano. A quel punto la guida del gruppo passò a un egiziano, tale Abu Ayyub al-Masri che lo rinominò in Isi, (Stato islamico in Iraq). Al-Masri cresciuto alla corte di Bin Laden continuò le operazioni fino alla sua morte nel 2010. Al suo posto venne quindi nominato Abu Bakr al Baghdadi che fece ampio uso dei contatti creati a Camp Bucca. L’anno successivo, con lo scoppio della guerra civile siriana, fu la sua grande occasione.

A quel punto l’Isis spostò le sue attività in terra siriana acquisendo sufficiente potere, uomini e denaro per tornare vittorioso in Iraq nel 2013, quando riuscì a conquistare vaste porzioni della provincia dell’Anbar, anche grazie al supporto ex ufficiali del partito Baath e delle tribù sunnite locali, escluse e vessate dai governi sciiti di Baghdad. A quel punto lanciò il suo progetto di unire le forze con il fronte di al Nusra, l’unica emanazione di al-Qaeda riconosciuta in Siria. Il fronte però si rifiutò e nel 2014 i qaedisti decisero di recidere definitivamente i legami con l’organizzazione di Al Baghdadi, che nel frattempo aveva acquisito il nome che tutti conoscono: Isis.

Da quel momento il suo potere continuò a crescere sino a superare la notorietà di al Qaeda. Grazie a un messaggio semplice e diretto, l’Isis è riuscita ad attirare migliaia di combattenti da tutto il Medio Oriente e dall’Europa. La rapida ascesa e l’altrettanto rapida caduta hanno segnato gli ultimi anni dello scenario Medio Orientale. Secondo i dati dell’Armed Conflict Location & Event Data Project tra il 2011 e il 2018 l’Isis e tutte le sue affiliazioni create in franchising hanno provocato la morte di almeno 68 mila persone. Il dato va considerato senza conteggiare gli attacchi fuori dalla cornice mediorientale.

Secondo un conteggio separato effettuato dal Chicago Project on Security and Threats dell’Università di Chicago tra il 2004 e 2016 sono stati condotti 800 attacchi suicidi in tutto il mondo da tutte le varie emanazioni dello Stato islamico per un totale di oltre 10mila morti e il ferimento di altri 21mila persone. Non facile però avere dei conteggi precisi. Già nel 2014 diverse agenzie umanitarie avevano fatto molta fatica a rilevare le vittime dell’Isis. A causa dell’eccessiva ferocia del gruppo, infatti, il numero di vittime saliva a una velocità tale che era fisicamente impossibile verificare i decessi e i numeri.

Ora che il Califfato è crollato, che molti dei foreign fighter sono morti o hanno fatto ritorno nei Paesi di origine, la formazione di Al Baghdadi non è morta. Già durante l’evacuazione delle roccaforti di Raqqa e Mosul, il gruppo si preparava a cambiare pelle. Oggi l’Isis si prepara a tornare alle origini, alla guerriglia e insorgenza locale, nascosta nelle pieghe del deserto siriano e iracheno. Poco prima di perdere le sue roccaforti lo Stato islamico ha decentralizzato la sua struttura di comando, creato cellule dormienti e scavato vasti tunnel nel deserto siro-iracheno. Ma non solo. I semi dell’ideologia delle bandiere nere si è sparsa ovunque e punta ad altri scenari: la competizione in Afghanistan contro i talebani, la penetrazione del sud est asiatico, e le nuove campagne in Africa in cui contende lo scettro con Aqim. Senza dimenticare i rischi per l’occidente che si trova a gestire i miliziani tornati nei paesi d’origine.

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