Omar Nasiri, un infiltrato in Al Qaeda

Questa è la storia di un uomo che si è infiltrato, per anni, in una delle organizzazioni più pericolose del pianeta. E ha assunto una nuova identità, fingendosi qualcuno che non è e rischiando la vita ogni giorno, per uno degli ideali più elevati che esistano: la volontà di rendere il mondo un posto migliore.

Potrebbe essere la storia di Joe Pistone, l’agente della FBI che ha contribuito in maniera determinante a provocare il declino di Cosa nostra americana, ma non lo è. Perché questa è la storia di Omar Nasiri, un uomo rimasto senza nome né volto che ha infiltrato Al-Qāʿida durante i turbolenti anni Novanta.

Di Omar Nasiri non si sa molto, a parte che Omar non è il suo nome e che Nasiri non è il suo cognome. Non ha un nome, non ha un volto, di lui si sa soltanto che è nato nel 1967 a Tangeri (Marocco) e che ad un certo punto degli anni Ottanta si è trasferito in Belgio.

In Marocco era stato un criminale di piccola taglia, per lo più dedito a furti e borseggi, ma di quella vita non ne poteva più. Nasiri voleva una famiglia, un’occupazione stabile, un’esistenza onesta, e avrebbe cercato di trovarle nell’opulenta Europa degli anni Ottanta.

Il Belgio, secondo Nasiri, era il luogo ideale in cui ricominciare da zero: si parlava la lingua francese, era uno dei mercati del lavoro più vibranti d’Europa e ospitava una folta diaspora marocchina. Una volta messo piede in Belgio, però, Nasiri avrebbe trovato le porte del lavoro sbarrate e una società chiusa.

La scelta di emigrare in una nazione con un’ampia diaspora alla quale rivolgersi si sarebbe rivelata utile nel momento del bisogno, ma in una maniera che avrebbe sorpreso Nasiri. Alcuni connazionali, colpiti dal suo carisma e dalla sua attitudine, gli proposero un posto di lavoro. Non un lavoro qualsiasi, bensì un ruolo all’interno di una cellula terroristica stabilita nelle periferie di Bruxelles da un’organizzazione chiamata il Gruppo Islamico Armato.

Nasiri, che non aveva lasciato il crimine per darsi al terrorismo, decise di denunciare tutto alle forze dell’ordine, le quali, a loro volta, ricevettero una bizzarra richiesta proveniente dai piani alti: trasformare quel giovane in un infiltrato. Fu spiegata a Nasiri la differenza tra informatore e infiltrato, cioè che sarebbe dovuto diventare un terrorista a tutti gli effetti, e gli fu proposto un accordo di collaborazione. E fu così che in un giorno sconosciuto di un anno ignoto degli irrequieti Novanta, mettendo la firma su un foglio mai esistito, l’uomo senza volto sarebbe divenuto ufficialmente Omar Nasiri.

Nasiri non aveva esperienza sotto copertura, non aveva mai avuto a che fare con dei terroristi, ma era stato un criminale e aveva conosciuto il lato duro e brutale della vita. E quel diploma in sopravvivenza conseguito all’università della strada gli avrebbe permesso di scalare i ranghi della cellula belga-marocchina, di stregare i superiori e di ottenere incarichi prestigiosi.

Dopo aver utilizzato Nasiri per sgominare la cellula bruxellese del Gruppo Islamico Armato, i servizi segreti francesi gli affidarono una nuova missione, molto più rischiosa, consistente nell’infiltrazione dei campi qaedisti in Afghanistan. Si fidavano di lui: era impavido, di carattere, ambizioso: qualità rare. Qualità che, se ben coltivate, avrebbero potuto renderlo un vero mujahid agli occhi della Base.

Nasiri stupì i servizi segreti francesi, di nuovo, riuscendo ad attraversare il confine tra Pakistan e Afghanistan e a trascorrere diversi mesi nei campi di addestramento del Parapamiso. Mesi durante i quali gli fu insegnato tutto: come costruire esplosivi artigianali, come produrre armi chimiche, come curare un ferito, come uccidere un uomo in decine di modi, come vincere ogni paura, come pianificare un attentato.

A stretto contatto con mujaheddin provenienti da ognidove, uniti dal comune obiettivo di instaurare un califfato universale, Nasiri venne a conoscenza dei piani di un uomo all’epoca semisconosciuto ai più, un emiro chiamato Osama bin Laden, ed ebbe l’opportunità unica di ispezionarne i spaventosi arsenali, costruiti con le armi lasciate dai sovietici in fuga da Kabul e provenienti da oscuri trafficanti, che Al-Qāʿida progettava di utilizzare per la sua Jihad globale.

Superata la prova del fuoco, quella dell’addestramento sul campo, Nasiri aveva ormai ottenuto la piena fiducia dell’Al-Qāʿida profonda. Fiducia che lo avrebbe condotto fino a Londra, l’«hub islamista d’Europa», per esperire una missione di lungo termine all’interno di una cellula dormiente. Missione che, i qaedisti non potevano saperlo, Nasiri avrebbe in realtà volto contro di loro.

Nasiri, ad un certo punto dei Novanta, era diventato l’uomo di cui Al-Qāʿida non poteva fare a meno. I terroristi non sapevano, però, che Nasiri era tutto meno che uno dei loro: era un infiltrato. Un infiltrato in origine assoldato dalla Direction générale de la sécurité extérieure francese e in seguito al servizio anche del britannico MI6. Un infiltrato di cui, da un giorno all’altro, non avrebbero più avuto notizie.

Nasiri era entrato nella cerchia della fiducia dei qaedisti di alto rango, ma questo non era per forza un bene: lo esponeva ancora di più. Era arrivato al punto di passare più tempo coi terroristi che da solo e dei servizi segreti ai quali passava informazioni a cadenza regolare, nella speranza di vedere quella gente dietro le sbarre, iniziava a non fidarsi più.

Nasiri stava fornendo faldoni dettagliati, prove concrete ed evidenze incontestabili della pericolosità di Al-Qāʿida e dei suoi referenti sparsi tra Londra e Bruxelles, ma non vedeva arrestare nessuna di quelle persone. Iniziò a provare una strana sensazione: l’abbandono. Iniziò a pensare che i servizi segreti volessero sbarazzarsi di lui.

In un giorno sconosciuto di un anno anonimo dei concitati Novanta, impaurito dalla possibilità che Al-Qāʿida potesse scoprire la sua vera identità e deluso dalla condotta degli 007 francesi e britannici, Nasiri disse basta a quella vita e chiese di porre termine all’operazione. Per poi decidere, nel 2006, di raccontare quella straordinaria esperienza in un libro a metà tra la biografia e la denuncia politica: “Infiltrato. La mia vita in Al Qaeda”.

Nelle pochissime interviste che ha rilasciato da quando l’operazione Nasiri è finita, Nasiri ha sempre utilizzato parole dure nei confronti dei servizi segreti occidentali: belgi e francesi accusati di aver ignorato gli allarmi relativi al radicamento dell’estremismo religioso nelle loro periferie, tedeschi accusati di totale incapacità, britannici accusati di aver sottovalutato la pericolosità di Al-Qāʿida e di averne permesso il fiorire in Inghilterra con le loro leggi permissive e con un eccessivo politicamente corretto.

Nasiri non ha risparmiato neanche gli americani, che, a suo dire, sarebbero stati tratti in inganno dalle dichiarazioni mendaci di Ibn al-Shaykh al-Libi, uomo da lui descritto come un maestro nella manipolazione degli interrogatori, sui presunti legami di Saddam Hussein col terrorismo islamista. Gli americani, ha sempre dichiarato Nasiri, sarebbero stati consapevoli dell’inconsistenza delle confessioni di al-Libi, ma scelsero di credergli per avere una giustificazione all’invasione dell’Iraq. Compiendo inconsapevolmente i piani di Bin Laden, che parlava dell’importanza di innescare la Jihad globale dall’Iraq da quando Nasiri era stato un mujahid nei campi afgani.

Nasiri, che non ha mai rivelato la sua vera identità, oggi sembra che viva in Germania e che, soprattutto, sia riuscito a realizzare il sogno che lo aveva condotto in Europa: è sposato e ha una famiglia.

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