L’attentato di Monaco del 1972

Furono uccisi tutti e morirono in meno di 24 ore. Quello alle Olimpiadi estive di Monaco di Baviera, nel 1972,  fu un attacco terroristico “perfetto”, studiato (a lungo) nei minimi particolari. Venne portato a compimento da otto membri del movimento Settembre nero, un gruppo affiliato all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che, in poche ore, uccise gli 11 atleti israeliani ospiti del villaggio olimpico e un agente di polizia tedesco, intervenuto per fermare l’attacco.

Fu un evento enorme, dal grande impatto mediatico e dall’imponente significato simbolico: 11 sportivi israeliani erano stati uccisi nello Stato in cui, fino a qualche anno prima, gli ebrei erano perseguitati dal regime nazista e, anche per questo motivo, l’attentato non passò inosservato. Perché, quelli della Germania Ovest del 1972 furono i giochi olimpici con più partecipanti fino a quel momento storico, con 7mila sportivi in rappresentanza di 120 Stati del mondo. L’intento tedesco era quello di riabilitare l’immagine della nazione e di consolidare la pace dopo i fatti della Seconda Guerra mondiale.

Il commando che irruppe negli alloggi degli sportivi israeliani cambiò, però, ogni prospettiva e anche se le olimpiadi non furono annullate ma “soltanto” sospese (nel giorno in cui si svolse la commemorazione delle vittime), quell’attacco terroristico, con uno schema del tutto nuovo, ancora una volta, alterò gli equilibri in Medio Oriente, tra israeliani e palestinesi.

Per comprendere la dinamica che portò al compimento di quell’attacco, è necessario conoscere l’organizzazione che ideò l’attentato, nota all’opinione pubblica internazionale con il nome di Settembre nero. Il gruppo, di stampo socialista e laico, venne fondato nel 1970 da alcuni giovani guerriglieri totalmente votati alla causa palestinese, noti come feddayyin. L’organizzazione scelse di chiamarsi “Settembre nero” a ricordo dalle terribili conseguenze del conflitto in Giordania tra re Hussein, intenzionato a riprendere il controllo del suo territorio con delle azioni militari, e alcuni profughi palestinesi residenti nel Paese, accusati di essere gli autori di diversi attentati. Nella guerra civile che si scatenò, l’esercito di Amman riuscì a prevalere sui militanti, che si videro costretti a chiedere una serie di cessate il fuoco. Durante le azioni militari, i soldati giordani attaccarono i campi profughi dei civili e le vittime di quella battaglia furono migliaia. Il nome, quindi, che identifica sia quel periodo, sia l’organizzazione terroristica, deriva da quei fatti. Il gruppo all’inizio si costituì come una piccola cellula, in qualche maniera legata ad al-Fatah (la creatura politica di Yasser Arafat), e chiarì da subito le sue intenzioni: vendicarsi dell’esercito giordano e delle violenze che, costantemente, i palestinesi erano costretti a subire. La loro azione più nota rimase l’attentato di Monaco di Baviera del 1972, ma Settembre nero fu ritenuto responsabile anche dell’assassinio del primo ministro giordano (nel novembre del 1971), del tentato omicidio di un ambasciatore giordano a Londra, di vari sabotaggi, del dirottamento di un aereo, di un attentato dinamitardo a Trieste, dell’attacco all’ambasciata saudita a Khartum e, infine, nel 1973 della strage di Fiumicino, in Italia, dove persero la vita 32 persone.

Il 15 luglio del 1972, due esponenti di al-Fatah, Muhammad Dawud Awda (noto anche con il nome di Abu Dawud) e Salah Khalaf (noto come Abu Iyad) incontrarono in Italia Abu Muhammad, dirigente di Settembre nero. In base ad alcune ricostruzioni, i tre si videro in un bar di piazza della Rotonda, a Roma, e in quella circostanza discussero dell’esito del dirottamento di un aereo della compagna belga Sabena, in volo da Vienna a Tel Aviv, che l’8 maggio dello stesso anno si era concluso con l’uccisione (e la cattura) dei terroristi e la liberazione di tutti gli ostaggi. L’episodio, che fu per l’organizzazione motivo di grande disonore, convinse i vertici della cellula a pensare a un’azione diversa, in grado di restituire slancio alla causa palestinese. E l’occasione delle Olimpiadi in Germania sembrò la circostanza perfetta. L’operazione, non a caso, prese il nome di “Biraam e Ikrit”, i due villaggi palestinesi fatti evacuare dagli israeliani nel 1948.

Il 17 luglio, Abu Dawud si recò a Monaco per una ricognizione all’interno del villaggio olimpico, che ancora doveva essere terminato. Ci tornò il 7 agosto, accompagnato da uno dei membri del commando (che si costituiva di otto persone). In quell’occasione venne stabilito che l’ingresso dei terroristi sarebbe avvenuto scavalcando i cancelli degli alloggi sportivi, salendo uno sulle spalle dell’altro. A due giorni dall’apertura delle Olimpiadi, il 24 agosto, Abu Iyad arrivò a Francoforte con un volo proveniente da Algeri, accompagnato da un uomo e una donna, che lo aiutarono a eludere i controlli alla dogana. Giunto nella città tedesca, riuscì a trasportare in treno verso Monaco sei fucili d’assalto Kalashnikov, due pistole mitragliatrici e vari caricatori. Il tutto utilizzando soltanto due bagagli. Nei giorni seguenti, il carico di armi si completò di altri due fucili mitragliatori e alcune bombe a mano. Abu Dawud tornò al villaggio olimpico, questa volta accompagnato da una donna siriana (sposata con un professore tedesco) e riuscì a entrare con una scusa. Vari giri di ricognizione gli permisero di studiare, nel dettaglio, l’interno della struttura. Dalla posizione dei telefoni alle finestre, dalle televisioni alle varie camere. Il 4 settembre, Abu Dawud, riempì otto borse sportive di bombe a mano, caricatori, pezzi di corda per legare gli ostaggi, alcune calze di nylon utili a nascondere i loro volti e delle compresse di un’anfetamina utilizzata per evitare i colpi di sonno. Alle 21 della stessa sera, i membri del commando e Abu Dawud si incontrarono in un ristorante per ricevere gli ordini finali. L’operazione, molto delicata, doveva portare su Settembre nero l’attenzione di tutto il mondo: gli atleti israeliani sarebbero dovuti rimanere in vita per lo scambio di prigionieri e le armi avrebbero dovuto essere utilizzate soltanto in caso di difesa. Le bombe a mano erano state pensate per fare pressione sulle autorità tedesche e come arma da tenere presente in casi estremi. A ogni membro del gruppo vennero consegnati un maglione, una tuta sportiva (con il nome di una nazione araba) e una borsa, decorata con i motivi delle Olimpiadi.

La priorità della Germania, durante quella manifestazione sportiva, fu quella di non apparire come lo Stato che il mondo aveva imparato a conoscere nel corso del Novecento. E per scrollarsi di dosso quell’immagine, le autorità avevano deciso di mantenere la sicurezza a livelli piuttosto bassi. La sorveglianza del villaggio olimpico venne affidata a dei volontari, gli Olys, che muniti soltanto di una divisa e di una radio ricetrasmittente, erano stati addestrati a intervenire solo in caso di risse. La sera prima dell’attentato, buona parte della delegazione israeliana aveva passato la serata a teatro, in città. Alle 4 del mattino del 5 settembre, il commando di terroristi si avvicinò alla recinzione del villaggio olimpico e, aiutato da un gruppo di atleti canadesi alterati dall’alcol, riuscì a penetrare nel cortile degli alloggi, con le borse piene di armi. Fu l’inizio di tutto.

Due poliziotti davanti al villaggio olimpico

Settembre nero fece irruzione nella palazzina degli atleti israeliani, uccidendo subito Moshe Weinberg, allenatore di lotta greco-romana, e Yossef Romano, specializzato nel sollevamento pesi, che avevano tentato di fermare gli attentatori. Poi ne sequestrarono altri nove. Il primo ad accorgersi della loro presenza però, alle 4.30, fu Yossef Gutfreund, uno degli allenatori, che si era svegliato per i rumori. Lo sportivo cercò di tenere fuori dalla porta i terroristi e permise al suo compagno di stanza, l’allenatore di sollevamento pesi, Tuvia Sokolovski, di sfondare una finestra e di scappare, attraversando il giardino posto sul retro dell’edificio. Il commando, però, riuscì a fare leva con le canne dei fucili ed entrò nel palazzo, cominciando a fare i primi ostaggi.

Alle 4.47, dopo diversi scontri dentro la struttura olimpica, una donna delle pulizie, che stava andando al lavoro, telefonò all’ufficio preposto alla sicurezza dichiarando di aver sentito il rumore di alcuni colpi d’arma da fuoco. Un addetto venne mandato sul posto e notò un terrorista incappucciato e armato di Kalashnikov. Alla domanda su cosa stesse succedendo, il feddayyin non rispose, ma il corpo senza vita di Moshe Weinberg venne esposto sulla strada. Poco dopo le 5, due fogli di carta furono gettati da uno dei balconi del primo piano e raccolti da un poliziotto tedesco. L’istanza era chiara: il commando richiedeva la liberazione di 234 detenuti nelle carceri israeliane e di due terroristi tedeschi della Rote Armee Fraktion, Andreas Baader e Ulrike Meinhof, entrambi in Germania. L’ordine avrebbe dovuto essere eseguito entro le 9 del mattino (in caso contrario, la minaccia prevedeva l’uccisione di un ostaggio per ogni ora di ritardo).

L’allora cancelliere tedesco, Willy Brandt, contattò immediatamente il primo ministro israeliano, Golda Meir, per informarla di quanto stava accadendo. La presidente si oppose fermamente a qualsiasi tipo di trattativa con i terroristi, ma offrì di inviare una squadra speciale (un’unità della Sayeret Matkal) per effettuare un blitz e mettere in salvo gli sportivi. La Germania, però, scelse di declinare l’offerta israeliana e iniziò un lungo negoziato con il commando, che ora dopo ora avanzava nuove richieste. L’unità di crisi fece diverse controproposte, ma i feddayin le respinsero tutte.

Un poliziotto tedesco vestito da atleta vicino all’appartamento degli ostaggi

Nel pomeriggio, le autorità tedesche decisero di avviare un nuovo tentativo di salvataggio, con l’utilizzo di un nucleo di 13 agenti di polizia, che si sarebbero introdotti negli appartamenti utilizzando i condotti di ventilazione sul tetto del palazzo. Ma siccome l’intera operazione venne ripresa dalle telecamere, i terroristi, sintonizzati sui canali televisivi che la stavano trasmettendo, minacciarono di uccidere gli ostaggi se l’azione fosse stata portata a compimento. Nel pomeriggio, i membri del commando chiesero il trasferimento (insieme agli atleti israeliani) al Cairo, da dove avrebbero proseguito con le trattative. Ma l’Egitto non autorizzò l’operazione.

Nelle ore successive, le autorità tedesche provarono a salvare gli ostaggi per un’ultima volta. Terroristi e atleti avrebbero dovuto raggiungere un piazzale del villaggio olimpico, per salire su due elicotteri diretti all’aeroporto, dove avrebbero trovato un Boeing 727 di Lufthansa. Le intenzioni dell’unità di crisi erano quelle di provare a eliminare i feddayyin mentre percorrevano a piedi il tragitto verso i velivoli oppure di compiere un’azione dentro l’aeroporto. Niente di tutto ciò accadde, perché i membri di Settembre nero, pieni di sospetti, chiesero di compiere il tragitto a bordo di minibus e non a piedi (temendo la mossa tedesca). Intorno alle 22, il gruppo lasciò l’edificio e subito dopo salì su due elicotteri. Il piano prevedeva che i due velivoli atterrassero vicini al Boeing, all’interno del quale era stata posizionata una squadra della polizia tedesca (con addosso uniformi della compagnia aerea). Intorno alla pista e sulla torre di controllo erano posizionati cinque agenti con fucili di precisione che avrebbero dovuto uccidere i membri del commando.  Alle 22.30 gli elicotteri con gli ostaggi atterrarono alla base. Scesero i piloti e i terroristi, i quali corsero a ispezionare il Boeing, che però era vuoto. Vicino all’aereo, la polizia tedesca avrebbe voluto liberare gli atleti in un’operazione complicata e fallimentare, vista l’insufficienza di agenti addestrati (che, infatti, sulla pista erano soltanto cinque) e delle attrezzature necessarie. L’area, in quel momento, venne illuminata a giorno e le autorità tedesche aprirono il fuoco. La sparatoria durò circa un’ora, mentre un terzo elicottero, con dei rinforzi che non arrivarono mai a destinazione, atterrò a circa un chilometro di distanza. Quando alla base aerea arrivarono i veicoli corazzati tedeschi, i terroristi capirono che fuggire era impossibile e uccisero gli ostaggi rimasti in vita. Nell’operazione morirono tutti gli atleti israeliani, cinque terroristi del commando e un poliziotto tedesco.

Mentre si consumava ancora lo scontro a fuoco alla base aerea, venne diffuso un comunicato che annunciava la liberazione di tutti i sequestrati e l’uccisione del commando di Settembre nero e per motivi di fuso orario i giornali israeliani andarono in stampa con questa notizia (sbagliata). Dopo la giornata di sospensione dei Giochi, le Olimpiadi non si fermarono, ma il comitato organizzò una commemorazione per chi aveva perso la vita. L’8 settembre l’aviazione israeliana effettuò una seria di raid aerei su alcune basi dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina in Libano e in Siria. Tre membri del commando, arrestati in quella circostanza, vennero rilasciati il 29 ottobre del 1972 nella trattativa per il dirottamento sopra Zagabria di un aereo di Lufthansa. Furono inviati in Libia, dove organizzarono una conferenza stampa, che venne trasmessa dalle televisioni di tutto il mondo. Settembre nero e la causa palestinese avevano, a quel punto, tutti i riflettori puntati addosso e l’obiettivo era stato raggiunto.

Golda Meir, dopo quei fatti, ordinò al Mossad (i servizi segreti dello Stato ebraico) di cercare tutte le persone coinvolte in quel massacro. L’operazione venne denominata “baionetta” e sette anni dopo, nel 1979, come “ritorsione”, durante un intervento chiamato “Operazione Ira di Dio”, almeno un’unità dell’intelligence israeliana aveva già assassinato otto membri dell’Olp. Tra cui Ali Hasan Salama, facoltoso rampollo di una famiglia importante e comandante  di Forza 17, la squadra di sicurezza personale di Arafat, sospettato di essere dietro al dirottamento del volo Sabena del 1972. Venne ucciso da un’autobomba a Beirut. Nell’aprile del 1973, nel corso dell’ “Operazione Primavera di Gioventù”, gli israeliani uccisero tre membri anziani di Settembre nero. E nel luglio dello stesso anno, sei agenti dello Stato ebraico vennero arrestati per l’omicidio di  Ahmed Bouchiki, un cameriere marocchino, scambiato per Ali Hasan Salama. Nei mesi successivi, il governo dello Stato ebraico autorizzò una serie di operazioni (condotte da gruppi militari e paramilitari) per eliminare fisicamente alcuni esponenti palestinesi, sospettati di essere coinvolti nei tragici fatti di Monaco.

Abu Iyad fu ucciso a Tunisi nel 1991, mentre Abu Dawud (morto a nel 2010, in Siria) riuscì a sfuggire, nel 1981, a un attentato in Polonia, nel quale rimase soltanto ferito. Nel 1993, in seguito alle trattative per gli accordi di Oslo, ricevette un salvacondotto dalle autorità israeliane per partecipare all’assemblea dell’Olp. Negli anni, sono stati in molti a chiedersi del ruolo di Arafat in questa vicenda: spesso accusato di aver agevolato il terrorismo, il leader palestinese ha sempre negato la sua partecipazione. Abu Dawud, però, sostenne che il capo dell’Olp fosse stato informato del piano e che, nonostante non avesse preso parte alla pianificazione dell’attentato, avesse dato il suo assenso. Il terrorista, inoltre, menzionò anche Mahmoud Abbas come colui che si adoperò per reperire i fondi per l’operazione, benché non fosse al corrente del loro scopo.

A tenere in ostaggio gli atleti israeliani furono otto persone, ognuna delle quali aveva un ruolo preciso, che gli era stato assegnato dai vertici di Settembre nero. A capo del gruppo venne messo Luttif Afif, nominato anche negoziatore. Il suo volto divenne famoso grazie alle immagini televisive, che lo ritraevano con gli occhiali da sole e con il volto coperto da lucido da scarpe. Nato a Nazaret da madre ebrea e padre palestinese di religione cristiana, si era laureato a Berlino, dove aveva lavorato come ingegnere per la costruzione del villaggio olimpico. I membri “meno importanti” del commando furono reclutati, invece, nel campo profughi di Shatila e inviati in Libia per un periodo di addestramento. Secondo le ricostruzioni, nessuno di loro sarebbe stato al corrente della missione che avrebbero dovuto portare a termine fino al loro arrivo in Germania.

Secondo quanto riportato da un articolo de Il Post, nel 2012, il settimanale tedesco Der Spiegel pubblicò un lungo articolo sulle Olimpiadi del 1972, accusando l’allora governo e gli organizzatori della manifestazione di aver ignorato l’allarme di possibili azioni terroristiche e di non aver rafforzato le misure di sicurezza nel villaggio. Nello stesso anno, Israele rese pubblici 45 documenti ufficiali sulla vicenda, dai quali sarebbe emersa l’impreparazione dei servizi di sicurezza tedeschi nell’affrontare un’operazione così complessa e la gestione degli ostaggi. Tra gli atti comparve anche il resoconto, pubblicato su Haaretz, dell’ex capo dei servizi segreti israeliani, Zvi Zamir, il quale denunciò l’inadeguatezza delle armi dei tiratori scelti, il ritardo dei mezzi corazzati e l’assenza di un piano alternativo per mettere in salvo i sequestrati.

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