La strage di Utøya del luglio 2011

Sviluppò il suo piano nei dettagli e lo portò a compimento con freddezza, nel giro di poche ore. In tribunale disse di aver agito “per mandare un messaggio forte al popolo, per fermare i danni del Partito laburista” e per arrestare “la decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione di massa dei musulmani”. Con il suo attacco uccise 77 persone e ne ferì 319 (alcune delle quali in modo grave), ma Anders Behring Breivik, l’uomo ritenuto l’autoredegli attentati del 22 luglio del 2011 a Oslo e sull’isola di Utøya, in Norvegia, al momento del suo arresto non tentò nemmeno di difendersi. Ma, anzi, confermò con convinzione le motivazioni dietro ai suoi gesti.

È stato riconosciuto come unico responsabile delle due azioni che, per gravità e in un certo senso importanza, hanno segnato il peggior momento storico per la Norvegia dagli accadimenti della Seconda guerra mondiale. Breivik non è stato condannato all’ergastolo, perché la giustizia norvegese non prevede questo tipo di pena. Negli anni, la sua figura è diventata centrale per i terroristi di estrema destra, i quali hanno individuato in lui un idolo da emulare.

Gli attacchi perpetrati da Breivik furono due azioni coordinate, che avevano come obiettivo quello di colpire il governo norvegese, il campo estivo del Partito laburista a Utøya e la popolazione civile della capitale. Il primo dei due attentati si concretizzo alle 15.25, quando un’autobomba, posizionata di fronte al palazzo che ospitava l’ufficio del primo ministro, Jens Stoltenberg, esplose nel quartiere Regjeringskvartalet, dove sono ubicati diversi palazzi governativi. A causa di quell’esplosione morirono le prime otto persone. Meno di due ore dopo, il bilancio salì ancora, quando Breivik arrivò all’isola di Utøya, nel Tyrifjoreden, dove si stava svolgendo un seminario organizzato dalla sezione giovanile del Partito laburista norvegese. Vestito in uniforme, Breivik, che allora aveva 32 anni, giunse sull’isola armato a bordo di un traghetto, grazie a una serie di documenti falsi, e lì iniziò ad aprire il fuoco, uccidendo in poco tempo 69 persone. Quello all’isola di Utøya è considerato ritenuto l’atto più violento sul suolo norvegese dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Il primo attentato, realizzato con l’esplosione di una bomba all’interno del bagagliaio di un’auto, aveva coinvolto non solo l’edificio che ospitava gli uffici di Stoltenberg, ma anche altri palazzi del governo. L’impatto fu tale che l’eco della deflagrazione arrivò a circa sette chilometri di distanza. Almeno all’inizio, la dinamica dell’evento non riultava così chiara. Alcuni media internazionali, per esempio, attribuirono l’azione ai fondamentalisti islamici e nelle ore successive al boato, le autorità norvegesi chiesero ai cittadini di non intasare le reti telefoniche e di rimanere in luoghi sicuri, lontano dalle strade. Ma il secondo attacco, il più grave e quello che all’opinione pubblica risultò più impressionante, si svolse lontano dalle vie della capitale. Si consumò al campo estivo dell’isola di Utøya dove, come in un videogioco, Breivik prese le sue armi e, fingendosi un poliziotto inviato per cercare di individuare ordigni inesplosi, mise in atto il suo piano. I primi a essere colpiti, con una pistola Glock, furono i direttori del campo che, insospettiti dalle armi portate dal 32enne, avevano iniziato a fargli delle domande. Alla morte dei responsabili della colonia laburista, seguirono quelle dei ragazzi, tutti dai 10 ai 20 anni, che si erano raccolti in un punto di ristoro e che furono uccisi con un fucile automatico.

L’isola di Utoya dove, nel luglio 2011, si svolgeva la scuola estiva del partito laburista (Foto LaPresse)

L’attacco durò circa un’ora e mezza, quando la Delta, cioè l’Unità norvegese anti-terrorismo, corpo d’élite della polizia, fece irruzione sull’isola e lo fermò. Il 32enne si consegnò agli agenti senza opporre alcuna resistenza e in seguito, davanti ai giudici, confermò il suo piano che, secondo lui, serviva a fermare l’islamizzazione dello Stato. Chi fu in grado di accorgersi di quanto stava accadendo cercò di scappare e di nascondersi. Secondo le testimonianze di chi è sopravvissuto, Breivik, sull’isola, appariva tranquillo: camminava con calma e per tutto il tempo dell’attacco non ha corso, né ha mai urlato.

L’arresto avvenne in flagranza di reato e Christian Hatlo, che nel 2011 era responsabile delle indagini sugli attentati, stabilì che Breivik aveva agito da solo, sia nel piazzare le bombe nel cuore della capitale, sia nel compiere il massacro sull’isola di Utøya. Rinviato a giudizio, il processo contro di lui iniziò il 16 aprile 2012 al palazzo di giustizia di Oslo.

Anders Breivik a processo, nell’aprile del 2012 (Foto LaPresse)

Il 24 agosto dello stesso anno, Breivik venne giudicato sano di mente e riconosciuto colpevole di tutti i capi di imputazione a suo carico. Fu condannato a 21 anni di carcere, pena massima in Norvegia (che da tempo ha abolito l’ergastolo dal proprio ordinamento), prorogabili di altri cinque per un numero indefinito di volte se, a pena scontata, fosse ancora ritenuto socialmente pericoloso.

Secondo quanto riportato da un articolo della Bbc, Breivik si è sempre definito nazionalsocialista, anti-multiculturalista, anti-marxista e anti-islamista ma, soprattutto il “salvatore del cristianesimo” e “il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa dal 1950”. Appartenente alla massoneria norvegese e membro della loggia St. Olaus til de tre Søiler, alla notizia del suo arresto fu immediatamente espulso. Nato a Oslo il 13 febbraio del 1979, figlio di un’infermiera e di un economista, che lavorava come diplomatico all’ambasciata reale norvegese a Londra e a Parigi, Breivik trascorse i primi anni della sua vita nella capitale britannica, fino al divorzio dei genitori. Secondo alcune ricostruzioni, a 21 anni decise di sottoporsi ad alcuni interventi di chirurgia estetica per rimodellare fronte, naso e mento. Per un certo periodo lavorò nel dipartimento di assistenza clienti di una società e secondo le testimonianze di alcuni colleghi, Breivik appariva come un dipendente gentile con tutti e un lavoratore eccezionale. Tuttavia, un amico dell’attentatore, definì l’ego del giovane smisurato e ostile nei confronti degli stranieri. In base alle prime ricostruzioni dopo l’attentato, Breivik si era avvicinato all’English Defence League (Edl), un gruppo inglese di estrema destra che lo aveva affascinato per il linguaggio e i metodi utilizzati.

Secondo quanto riportato dal Guardian, Breivik avrebbe affermato di aver pianificato gli attacchi per oltre nove anni, quando nel 2002 partecipò a una specie di incontro segreto a Londra per la costituzione di un movimento di resistenza armata a un’ipotetica “invasione islamica” per la difesa del retaggio culturale europeo. Il terrorista, davanti ai giudici, dichiarò di aver agito con convinzione per contenere i danni del Partito laburista e per fermare “l’islamizzazione” della società norvegese. Nelle sue prime dichiarazioni disse sia di non aver agito da solo, ma grazie anche all’aiuto di due cellule della sua organizzazione, sia di aver fatto tutto in autonomia. La polizia norvegese, alla luce delle prove e delle testimonianze, escluse la presenza dei complici e ritenne Breivik fosse l’unico responsabile degli attentati. Dopo i fatti, il terrorista venne trasferito nel carcere di massima sicurezza di Skien, in qualità di detenuto speciale. Il 15 marzo del 2016, intentò una causa contro il sistema carcerario norvegese, riguardo a una presunta violazione dei suoi diritti umani nel periodo di detenzione in isolamento e per il mancato rispetto del suo diritto alla privacy e alla vita in famiglia.

Il tribunale di Oslo gli diede ragione, ma respinse le ultime due accuse. Spiegando la sua decisione, il giudice Helen Andenaes Sekulic disse che “il divieto a un trattamento inumano e degradante è un valore fondamentale di ogni società democratica e che si applica in ogni caso, anche a terroristi e assassini”. In diverse circostanze, nelle aule giudiziarie, Breivik si presentava facendo il saluto nazista. Altri attentatori di estrema destra, dopo di lui, dichiararono di essersi ispirati alla sua storia prima di colpire. Uno su tutti fu Brenton Tarrant, l’uomo che nel marzo del 2019 uccise decine di fedeli musulmani a Christchurch, in Nuova Zelanda.


È un momento difficile
STIAMO INSIEME