La strage di Bologna

Il 2 agosto 1980 la stazione di Bologna centrale fu colpita da una violentissima esplosione che portò al collasso dell’ala ovest dell’edificio e travolse il treno Adria Express 13534 Ancona-Basilea, che al momento sostava sul primo binario, portando al collasso anche il limitrofo parcheggio dei taxi e un ampio tratto di pensilina della lunghezza di 30 metri. L’esplosione fu causata da un ordigno di 23 chili contenete cinque chili di esplosivo posizionato in una valigia abbandonata in una sala d’aspetto della stazione.

Bologna si fermò alle 10.25 di quel caldo sabato agostano, ora esatta in cui andò in scena quello che risultò essere il più grave attentato della storia repubblicana. L’onda d’urto dell’esplosione, unitamente al collasso della struttura in una giornata di grande affollamento della stazione per i flussi turistici, contribuì a un tragico bilancio di 85 morti e 200 feriti: la vittima più giovane fu Angela Fresu, di appena tre anni, la più anziana Antonio Montanari, 86 anni.

Un numero di morti superiore a quello di qualunque altro attentato o strage della turbolenta stagione inaugurata nel 1969 dalla bomba di Piazza Fontana a Milano e proseguita negli anni successivi dapprima nella forma della strategia della tensione (la cui fine è indicata da storici come Aldo Giannuli nell’attentato di Brescia del 1974) e in seguito nella forma dell’assalto allo Stato degli opposti estremismi, quello rosso resosi responsabile dell’omicidio di Aldo Moro, e quello nero che si sporcò le mani del sangue delle vittime di Bologna.

Alla strage di Bologna sono stati associati nomi e volti dei responsabili, dopo che come successo con altre stragi della storia d’Italia processi e indagini erano stati inquinati da un’ampia serie di depistaggi e la strage era stata associata a grandi partite in corso sullo scenario internazionale, che si apprestava a vedere l’inizio del decennio conclusivo della Guerra fredda.

Dopo le prime condanne, datate 1995, di Francesca Mambro e “Giusva” Fioravani, terroristi del gruppo neofascista dei Nuclei armati rivoluzionari, ritenuti dalla Corte di Cassazione responsabili “come appartenenti alla banda armata che ha organizzato e realizzato l’attentato di Bologna” nella sentenza che impose loro la detenzione a vita, e di Luigi Ciavardini, condannato a 30 anni di galera negli anni Duemila, le indagini sono proseguite fino ai giorni nostri. Con l’obiettivo di fare piena luce laddove permangono ancora coni d’ombra: ed è così che si è arrivati nel 2020 alla condanna all’ergastolo di Gilberto Cavallini e a un nuovo processo a cura della Procura di Bologna per cercare di capire se oltre a queste quattro persone esistono altri responsabili ancora perseguibili.

Entrare nel ginepraio delle inchieste giudiziarie sulla strage risulterebbe impresa oltremodo complessa, specie considerato il fatto che scriviamo questo resoconto mentre un’inchiesta è ancora in corso; più funzionale a comprendere con chiarezza il contesto della strage di Bologna è la spiegazione del quadro politico italiano e internazionale al momento della strage.

La strage è ritenuta da numerosi esperti “anomala” per la veemenza dell’attacco e per la sua apparente estraneità cronologica rispetto alle serie di attentati dell’era della strategia della tensione, a cui Bologna è stata più volte impropriamente accostata. Fattispecie che rende un difficile esercizio, individuati i responsabili materiali, scoprire i mandanti. Nel contesto delle stragi degli anni Sessanta e Settanta, infatti, è stato individuato un fil rouge che porta a una terra di mezzo costituita da apparati deviati dei servizi e dei corpi di sicurezza italiani, gruppi eversivi aventi da questi ultimi coperture e sostegno e frange degli apparati militari di potenze Nato governate da regimi dittatoriali come Grecia e Portogallo. Dopo la morte di Aldo Moro, la politica italiana era rapidamente tornata agli assetti primigeni, con la Dc saldamente al governo e il Pci all’opposizione, dunque anche la più semplificatoria delle cause potenzialmente in grado di essere addotte come movente, il timore di questi gruppi di pressione per un’ascesa comunista al potere, era tramontata.

Luigi Cipriani, deputato di Democrazia proletaria, batté sul tasto della riproposizione della “pista atlantica” anche per Bologna, sostenendo che la bomba avrebbe dovuto servire a fungere da diversivo per distrarre l’attenzione da un recente, tragico accadimento come l’esplosione del Dc-9 dell’Itavia nei cieli di Usticaprecedente di soli due mesi l’attentato. La presunta correlazione tra Ustica e Bologna è stata anche tirata in ballo dal terrorista Vincenzo Vinciguerra, ma si è rivelata una suggestione non provata giudiziariamente.

Assimilabile a un depistaggio è stata invece considerata a lungo la cosiddetta pista palestinese, che vedrebbe i responsabili nei guerriglieri anti-israeliani di ispirazione marxista-leninista del Fplp (Fronte popolare per la liberazione della Palestina), e la possibile giustificazione nel fatto che la bomba fosse in realtà esplosa per un incidente durante il trasporto di materiali appartenenti gruppi della resistenza palestinese operanti in Italia e coperti dal famoso “lodo Moro”. L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in più interviste e nell’autobiografia La versione di K, ha sostenuto l’innocenza di Mambro e Fioravanti e la realtà della pista palestinese. L’ex parlamentare Enzo Raisi, nel saggio Bomba o non bomba, sostiene che il carico detonato a Bologna fosse in realtà diretto a colpire un obiettivo più simbolico per la causa palestinese.

Nessuna conferma giudiziaria ha mai dato credito a queste due piste, e al contempo la cosiddetta “pista palestinese” è stata sempre osteggiata dal presidente dell’associazione delle vittime Paolo Bolognesi. Nel 2019 un certo clamore mediatico è stato suscitato in questo contesto dalla scoperta di  alcuni dispacci inviati al Sismi dal colonnello dei carabinieri Stefano Giovannone, nome in codice “Maestro”, ex capo scorta di Aldo Moro e, in seguito, capo stazione per i nostri servizi in Medio Oriente, in cui si definivano i palestinesi pronti a colpire in Italia qualora non fosse stata chiarita la vicenda dell’arresto a Ortona, nel 1979, dei corrieri di un carico d’armi riconducibile al Fplp.

Nel febbraio 2020 la procura di Bologna, che indaga sulle responsabilità di un possibile quinto esecutore, Paolo Bellini, ha messo per la prima volta nero su bianco i nomi di coloro che sono ritenuti essere dai giudici i reali mandanti della strage e ritenuti aver avuto un ruolo nell’arruolamento dei terroristi e nella catena di depistaggi. I quattro nomi in questione corrispondono alla figura sulfurea di Licio Gelli, capo della Loggia P2, del direttore de Il Borghese Mario Tedeschi, dell’imprenditore al centro degli intrighi finanziari della loggia P2 Umberto Ortolani e di una figura chiave dei servizi segreti italiani della Prima Repubblica, Federico Umberto d’Amato. Questi fu tra gli Anni Sessanta e Settanta a capo dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno e risultò tra i fondatori del “Club di Berna”, il coordinamento delle polizie politiche d’Europa che escludeva sia la Cia che i servizi militari.

“In particolare il gran maestro della P2 pagò cinque milioni di dollari, presi da conti svizzeri derivanti anche dal crac del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, per finanziare il gruppo esecutore dei terroristi di estrema destra Nar”, scrive Avvenire nell’introduzione a un’intervista a Libero Mancuso, pm della prima inchiesta che portò alla condanna di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti. Per Mancuso, “la vicenda del depistaggio per cui vennero condannati Licio Gelli e i vertici del Sismi, tutti iscritti alla P2, fu solo uno, anche se il più eclatante, dei numerosi avvelenamenti delle indagini” che miravano a “salvare gli esecutori materiali, anche perché non si individuassero i mandanti, i soli in grado di scatenare, dalle sedi occulte del loro straordinario potere […] un’offensiva contro la verità con una forza intossicante mai prima conosciuta”.

Bologna, la strage più sanguinosa, il massacro più sanguinoso della Repubblica, insegna molto sull’assalto alla diligenza continuamente condotto da fine anni Sessanta in avanti alla macchina dello Stato da parte di un’infame alleanza tra suoi membri deviati, gruppi terroristici e, in certi casi, criminali. La destabilizzazione continua degli apparati democratici, che avrebbe dovuto fornire la giustificazione a una possibile svolta autoritaria il cui presupposto ispirò episodi mai pienamente chiariti come il golpe Borghese, passò anche attraverso le bombe e il sangue di centinaia di innocenti, che assieme a quello delle vittime di mafia ha rappresentato il tributo versato dall’Italia repubblicana per resistere ai più drastici tentativi di minarne la legittimità. Il monito di stragi come quella di Bologna, a quarant’anni di distanza, è un invito a non dare mai per scontati gli assetti e le conseguenze del modello democratico e pluralista in cui la società italiana si è sviluppata.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME