L’11 settembre russo

Il 1999 è stato quello che in ambito geofilosofico si suol definire anno del destino. Perché è nel 1999, all’alba del Terzo Millennio, che furono i gettati i semi dell’odierna Terza guerra mondiale a pezzi e della sete di revisionismo dell’asse Mosca-Pechino, da qualche parte tra il bombardamento di Belgrado e l’incidente di Pristina.

Ma il 1999 fu storicamente importante, o meglio determinante, anche per un’altra ragione. Quell’anno, invero, ebbe luogo la più grande e sanguinosa sequenza di attentati terroristici nella storia della Russia, casus belli della seconda guerra cecena e catalizzatore dell’ascesa al Cremlino di Vladimir Putin.

La sequela di attentati terroristici di stampo jihadistico che sconvolse la Federazione russa nel settembre 1999 fu anticipata da un’estate bollente – e non in senso meteorologico. Il carismatico terrorista Shamil Basayev, con l’aiuto di Ibn al-Khattab, aveva radunato un’armata di mujaheddin e stava minacciando la permanenza del Caucaso settentrionale all’interno della Federazione russa. Prima aveva aiutato l’autoproclamata repubblica di Ichkeria a espellere il dispositivo militare russo da Groznyj, poi era entrato nel Dagestan allo scopo di farne cadere il governo e instaurare una teocrazia wahhabita.

Putin, diventato primo ministro il 9 agosto di quell’anno, rispose all’inarrestabile avanzata di Basayev ordinando un duro bombardamento a tappeto della Cecenia verso fine mese. Un gesto che i terroristi, forse aiutati dai servizi deviati, non avrebbero lasciato impunito. Perché a partire dal 4 settembre, per dodici giorni, una pioggia di attentati terroristici contro obiettivi residenziali avrebbe insanguinato Russia europea e Caucaso settentrionale, lasciando a terra 307 morti e più di 1000 feriti.

Il 4 settembre, a Buynaksk (Dagestan), una miscela esplosiva uccise 64 persone e ne ferì 133. Cinque giorni dopo a Mosca, nel quartiere Pečatniki, altre 94 persone persero la vita in una tremenda esplosione, mentre 249 ne uscirono ospedalizzate.

Nonostante l’allarme rosso, il 13, dell’esplosivo posto al di sotto dell’autostrada Kashira provocò la morte di 118 persone. Altre stragi furono evitate grazie alla corsa contro il tempo dell’antiterrorismo, che quel giorno sequestrò tonnellate di esplosivi e sei bombe a tempo nell’area della capitale.

Tre giorni dopo, il 16, fu il turno di una palazzina residenziale a Volgodonsk, nell’oblast’ di Rostov, la cui esplosione causò il decesso di 18 persone e il ferimento di 288. Un attentato destinato a far discutere, molto più dei precedenti, perché “anticipato” tre giorni prima dal portavoce della Duma, Gennadij Seleznyov.

La sera del 22, infine, dei cittadini particolarmente vigili sventano un attentato in un edificio residenziale a Ryazan. Dopo aver notato l’inusuale andirivieni di un gruppo di individui sconosciuti, allertano le forze dell’ordine che, giunte sul posto, trovano delle bombe a base di ciclonite pronte a esplodere.

Ryazan fu lo spartiacque di quel settembre nero: il casus belli della seconda guerra cecena, annunciata da un Putin esasperato dall’ennesimo tentativo di spargere il sangue sul suolo russo, e l’inizio di una stagione di depistaggi, morti sospette e teorie del complotto relative al coinvolgimento dello stato profondo in quella catena di attentati. Perché le indagini della polizia locale sui fatti di Ryazan portarono all’arresto di due agenti del FSB, rei confessi, e al loro tempestivo scagionamento su ordine di Mosca, per la quale non erano degli attentatori, e quelle bombe non sarebbero mai esplose, perché si trattava di una prova per saggiare il livello di vigilanza dei cittadini.

Poco dopo l’annuncio del ritrovamento di esplosivo in grado di far cedere un intero edificio a Ryazan, l’allora primo ministro Putin, oramai il reale decisore della politica del Cremlino, comunicava l’intenzione di voler riaprire le ostilità con la Cecenia, in quanto ritenuta la principale base operativa di quei terroristi che stavano seminando sangue e terrore nella Russia europea.

Il 24 settembre, dopo venti giorni di attentati intermittenti, le forze armate russe entravano in Cecenia per rovesciare l’autoproclamata Repubblica di Ichkeria e neutralizzare la galassia terroristica ruotante attorno al duo Basayev-Khattab e appoggiata esternamente da una variegata costellazione di attori statuali e nonstatuali: dai Talebani ad Al-Qāʿida.

Poco importava che Basayev si fosse dichiarato estraneo ai fatti e che gli attentati fossero stati rivendicati da un gruppo ceceno, l’Esercito di Liberazione di Dagestan (ELD), perché il Cremlino era convinto che Basayev stesse mentendo e che l’ELD – sigla sino ad allora sconosciuta – fosse un camuffamento per depistare le indagini degli inquirenti.

La storia, ad ogni modo, avrebbe dato ragione alla linea dell’intransigenza di Putin: le operazioni militari in Cecenia sarebbero terminate con la ri-vassallizzazione della ribelle repubblica – la cui guida fu affidata alla famiglia Kadyrov –, il paragrafo russo dell’emergente (e globale) Guerra al terrore sarebbe culminato con l’azzeramento del pericoloso Emirato del Caucaso – incluse le eliminazioni di Basayev e al-Khattab – e, nel complesso, lo stato più profondo capitalizzò lo stato d’emergenza per riappropriarsi del Cremlino e porre fine all’era eltsiniana.

L’opinione pubblica russa non si è mai dimenticata delle tante ombre aleggianti sul settembre nero del 1999, che il tempo ha accentuato sino all’inverosimile a causa di una scia più che sospetta di testimonianze ritrattate, giustificazioni contradditorie, omicidi, suicidi e strani incidenti.

Nel febbraio 2000, uno dei primi a rompere il velo dell’omertà, nonostante la seconda guerra cecena in corso e il sangue ancora fresco per le strade, fu il disinnescatore della bomba di Ryazan: Yurij Tkachenko. Il poliziotto, intervistato dalla Novaya Gazeta, dichiarò di non aver mai creduto alla tesi governativa dell’esercitazione: l’esplosivo era vero – ciclonite –, come vero era il detonatore da lui disattivato. Un mese più tardi, dallo stesso giornale, fu pubblicata la testimonianza di Aleksei Pinyaev, un soldato che ai tempi dei fatti di Ryazan scoprì dell’esplosivo contenuto in sacchi recanti la scritta “zucchero” in un magazzino militare nei pressi della città.

Un anno più tardi, però, sia Tkachenko sia Pinyaev avrebbero cambiato improvvisamente (e radicalmente) le loro versioni: il primo dichiarò che a Ryazan non era stato trovato del vero esplosivo e quel detonatore non poteva innescare nessuna esplosione, il secondo dichiarò di aver inventato l’intera storia.

Le stranezze e i misteri relativi all’11 settembre russo non nacquero e finirono a Ryazan. Ad esempio, il presunto capo del commando terroristico, tal Achemez Gochiyaev, non è mai stato catturato e di lui non si hanno notizie dal 1999. E la commissione indipendente sugli attentati di settembre, presieduta da Sergei Kovalyov e inaugurata nel 2002, non ha mai potuto produrre nulla di concreto a causa della morte prematura, e talvolta violenta, dei suoi membri-chiave:

  • Sergei Yushenkov, assassinato il 17 aprile 2003;
  • Yuri Shchekochikhin, assassinato il 3 luglio 2003;
  • Artyom Borovik, morto a causa dello schianto al suolo di un aereo privato sul quale viaggiava il 9 marzo 2000;
  • Otto Latsis, sopravvissuto ad una brutale aggressione da parte di ignoti nel novembre 2003 e successivamente morto in un incidente stradale il 3 novembre 2005;

La morìa avrebbe privato la commissione indipendente dei suoi principali elementi, comportando prima il rallentamento e poi il blocco definitivo dei lavori. Con le morti violente di Anna Politkovskaya e di Aleksandr Litvinenko, i più eminenti membri esterni della commissione, si sarebbe infine interrotto ogni tentativo di fare luce sui punti d’ombra di quel settembre di sangue. Quel poco che è noto, anche se la verità non è mai emersa e i dubbi continuano a prevalere sulle certezze, è che il corso storico della Russia è cambiato per sempre a partire da quei tragici giorni del dimenticato 1999.