Il terrorismo islamico in Africa

Il terrorismo di matrice islamica in Africa è molto diffuso e, nel corso degli ultimi anni, ha assunto sempre più centralità nella galassia jihadista. Abu Bakr Al Baghdadi, il leader dell’Isis catturato e morto il 27 ottobre 2019, nell’ultimo suo video ha esortato i terroristi operanti in Africa ad aumentare gli attacchi. Poco prima della scoperta del suo ultimo rifugio in Siria, in molti accreditavano Al Baghdadi proprio nel continente nero. Questo per dimostrare l’importanza assunta dal terrorismo jihadista in Africa. La crescita e la diffusione dell’islamismo africano destano preoccupazione soprattutto in Europa.

Il terrorismo jihadista nel continente nero è presente sia con gruppi vicini ad Al Qaeda, l’organizzazione fondata da Osama Bin Laden arrivata agli onori delle cronache per l’organizzazione dell’attentato dell’11 settembre 2001 negli Usa, sia con milizie ritenute affiliate all’Isis.

Fino a pochi anni fa, Al Qaeda era l’organizzazione terroristica che aveva più seguaci. La situazione adesso viene ritenuta molto più equilibrata: l’Isis è riuscito infatti a fare breccia nel continente e molti gruppi adesso operano sotto le insegne delle bandiere nere.

Complessivamente, anche in Africa sussistono le stesse differenze ideologiche ed operative tra Al Qaeda ed Isis riscontrate in medio oriente. Esse riguardano soprattutto l’idea di un Califfato islamico, che per l’Isis è stato realtà per 5 anni tra Siria ed Iraq mentre per Al Qaeda è soltanto l’approdo finale a lungo termine della lotta contro l’occidente, e gli obiettivi colpiti durante gli attacchi.

A destare particolare preoccupazione è la situazione in Libia e questo per due motivi: da un lato il paese nordafricano è molto vicino geograficamente all’Europa e soprattutto all’Italia, dall’altro lato la destabilizzazione imperante dalla caduta di Gheddafi nel 2011 rendono il terreno molto fertile per l’emersione del fenomeno jihadista.

Negli anni ’90 soprattutto nell’est della Libia, grazie ad un contesto politico – sociale storicamente più sensibile alle ideologie islamiste, si erano diffusi gruppi estremisti non lontani da quanto propagandato dalla nascente Al Qaeda. Nel 1998 il governo di Gheddafi è stato il primo ad emettere un mandato di cattura internazionale per Osama Bin Laden. Le autorità di Tripoli ha perseguitato le varie cellule islamiste presenti nel paese, all’inizio degli anni 2000 la minaccia terroristica in Libia sembrava debellata.

La guerra del 2011 e la fine dell’era Gheddafi, hanno cambiato le carte in tavola. Sono emersi infatti molti gruppi islamiste e diverse milizie salafite, attive ancora una volta soprattutto nella Cirenaica. Nel 2015 invece, hanno fatto la loro comparsa le prime bandiere nere dell’Isis. Il movimento di Al Baghdadi ha avuto i suoi primi seguaci in Libia nella zona di Sabratha.

Successivamente, l’Isis è invece risultato attivo soprattutto nella zona di Sirte, città natale di Gheddafi. Qui i terroristi sono riusciti a mettere in piedi un vero e proprio piccolo califfato, sullo stesso modello di quello attivo tra Siria ed Iraq. Nell’estate del 2016 il nuovo governo guidato a Tripoli da Fayez Al Sarraj, ha chiesto l’aiuto internazionale per poter spodestare l’Isis da Sirte.

Nell’agosto del 2016 sono iniziati i primi raid Usa, mentre sul campo le operazioni via terra erano guidate dalle milizie di Misurata fedeli al governo di Al Sarraj. Nel giro di poche settimane, Sirte è stata liberata dall’Isis ed il piccolo califfato sconfitto.

Tuttavia la minaccia terroristica in Libia è ancora incombente ed anzi per certi versi ancora più forte. L’Isis risulta essersi riorganizzato nel sud del paese, sfruttando la totale mancanza di controllo di vaste province desertiche. Negli ultimi mesi, i seguaci di Al Baghdadi hanno compiuto diversi attentati sia a Tripoli che in altre località del paese. La guerra per il controllo della capitale, in corso tra le milizie vicine ad Al Sarraj e l’esercito di Haftar, sta dando ulteriormente modo all’Isis di rafforzarsi.

Il caos in Libia nel 2011 ha agevolato anche la destabilizzazione di alcune aree tra Magreb e Sahel già provate dalla diffusione di alcuni gruppi radicalizzati. La questione relativa alla presenza jihadista in questa regione ha grande rilevanza già dagli anni ’90, quando in Algeria è scoppiata una cruenta guerra civile proprio a causa della propagazione di gruppi islamisti.

La situazione è diventata più incandescente nel 2012, quando nel nord del Mali alcuni gruppi jihadisti, approfittando del caos successivo alla secessione proclamata dalle province Tuareg, hanno proclamato la nascita di veri e propri emirati islamici.

Qui già da tempo erano attivi gruppi, alcuni di questi avevano firmato attentati nella regione del Sahel. Tra il 2012 ed il 2013, come detto, si è assistito ad una maggiore ramificazione delle milizie jihadiste: tra queste spicca senza dubbio quella guidata dal terrorista algerino Mokhtar Belmokhtar, chiamata Al Murabitun. Attualmente la sigla, che ha compiuto diversi attacchi tra Mali, Burkina Faso ed Algeria, risulta affiliata ad Al Qaeda.

L’organizzazione fondata da Osama Bin Laden, può contare nella regione soprattutto sul sostegno di Aqmi, acronimo di Al Qaeda nel Magreb Islamico. Si tratta di uno dei gruppi jihadisti più radicati tra Sahara e Sahel, attivo già dai tempi della guerra civile algerina con il nome di Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (GSPC). A partire dal 2005 l’organizzazione si è affiliata ad Al Qaeda, assumendo la denominazione attuale.

Nella regione però è ben presente il dualismo tra Al Qaeda ed Isis. I gruppi affiliati alle bandiere nere sono sempre più numerosi e, sfruttando anche in questo caso il caos libico, dal 2015 risultano sempre più in crescita. Il califfo Al Baghdadi, fondatore dell’Isis, ha citato il disegno del “Grande Sahara” nel suo ultimo discorso video prima di essere scovato nel blitz del 27 ottobre 2019. Segno di un’importante attenzione data all’espansione dell’Isis in Africa e, soprattutto, tra Sahel e Sahara. A capo del “Grande Sahara” dell’Isis vi è Abu al-Walid al-Sahrawi, citato dallo stesso Al Baghdadi e spronato a compiere attacchi contro la Francia e contro obiettivi occidentali nella regione.

Attualmente il Grande Sahara dell’Isis è impegnato tra Algeria, Libia, Mali, Burkina Faso, Mauritania e Ciad.

Un gruppo che negli anni 2000 ha iniziato a creare grossi grattacapi nell’Africa occidentale, è quello che ha preso poi la denominazione di “Boko Haram”. In lingua hausa, il termine sta ad indicare “l’istruzione occidentale è bandita”. A fondare il movimento è stato il nigeriano Ustaz Mohammed Yusuf.

Il raggio d’azione iniziale è il nord della Nigeria, lì dove la popolazione è in maggioranza musulmana e dove le condizioni di povertà di molti cittadini hanno aiutato Boko Haram a trovare molti adepti e molti miliziani. L’organizzazione nasce con l’intento di imporre la Sharia, la legge islamica, nel nord del paese. Per tal motivo, a partire soprattutto dal 2009, Boko Haram ha abbracciato la causa jihadista: in quell’anno, le azioni terroristiche del gruppo e le risposte militari da parte del governo nigeriano causano molte vittime. Tra queste, lo stesso fondatore Yusuf.

A succedergli è l’attuale leader Abubakar Shekau: è lui, nel 2015, a decidere per l’affiliazione di Boko Haram all’Isis. L’obiettivo dunque del gruppo è quello di instaurare un vero e proprio califfato nel nord della Nigeria e nelle altre aree dove i miliziani si sono diffusi, tra Camerun, Ciad e parte del Niger.

Boko Haram in questo periodo compie diversi attacchi, causando stragi sia tra i militari che tra i civili. La più famosa azione rimane quella compiuta a Chibok, dove 276 ragazze sono state rapite provocando sdegno nella comunità internazionale. Molte di loro ancora nel 2019 non risultano essere state rilasciate.

 

Altro gruppo molto pericoloso per la stabilità del continente nero, è quello dei terroristi somali di Al Shabaab. Tuttavia tale milizia appare molto diversa rispetto a Boko Haram. In primo luogo per il raggio d’azione: Al Shabaab compie le proprie attività nel corno d’Africa, soprattutto tra Somalia, Kenya ed Etiopia.

In secondo luogo, l’organizzazione somala è affiliata ad Al Qaeda e non all’Isis. E questo porta a significative differenze anche sotto un profilo prettamente ideologico: mentre Boko Haram, in ossequi ai dettami dell’Isis, ha come obiettivo immediato la fondazione di un califfato, Al Shabaab considera tale obiettivo, come del resto vale per la stessa Al Qaeda, come un qualcosa da realizzare a lungo termine.

Inoltre, Al Shabaab ha una particolarità che la rende in parte diversa rispetto agli altri gruppi vicini al movimento fondato da Bin Laden: al suo interno ha una componente che sembra mettere al primo posto la difesa del territorio somalo, prima ancora degli obiettivi da realizzare sotto il profilo religioso. Una sorta di piccola costola “nazionalista” somala che vede nell’Islam la chiave per ribaltare le attuale istituzioni somale considerate un vero e proprio braccio armato e politico dei “crociati” occidentali.

Lo si evince ad esempio dall’ultimo discorso del leader di Al Shabaab, Abu Ubaidah, il quale ha esortato a compiere un attacco contro gli americani in quanto invasori prima ancora che in quanto infedeli.

Del resto, Al Shabaab è nata nel 2006 come movimento giovanile delle Corti Islamiche somale, gruppo che in quell’anno era arrivato a controllare il territorio del paese africano ed anche la stessa Mogadiscio. Con la sconfitta delle Corti dopo l’intervento aereo degli Usa e quello a terra di truppe di una coalizione guidata dall’Etiopia, Al Shabaab ha preso le redini del terrorismo islamico nella regione.

Nel 2013 il gruppo è responsabile dell’attacco contro un centro commerciale a Nairobi, mentre nel 2015 a Garissa Al Shabaab causa una strage di giovani studenti a seguito dell’assalto contro il locale campus universitario. Ad oggi il gruppo è ancora molto attivo, soprattutto nel sud della Somalia.

Non solo Sahel e Corno d’Africa, il terrorismo nel continente nero è ben presente anche nella parte centrale ed australe. In Congo ad esempio, di recente l’Isis ha annunciato la nascita dello Stato Islamico dell’Africa Centrale (Iscap), che a sua volta ha tratto la propria base da un altro gruppo fondato nel 1995: l’Alliance Democratic Force (Adf).

Quest’ultima milizia risulta ben radicata tra le regioni dell’Ituri e del North Kivu, in cui da anni porta avanti una guerriglia appoggiata poi dall’Isis a partire dal 2015, con sconfinamenti anche in Uganda. Proprio l’arrivo delle bandiere nere al fianco dell’Adf, ha ridato forza ad un gruppo che negli anni era stato decimato dall’intervento ugandese e ruandese. Oggi l’Iscap e l’Afd appaiono molto attive e creano tensione in regioni dal 2018 flagellate dall’epidemia di ebola.

Nell’Africa australe cellule jihadiste sono presenti anche in Sudafrica, mentre sta destando molta preoccupazione l’avanzata di un gruppo, definito Al Sunna, in Mozambico. Nell’ultimo anno sono diversi gli attacchi portati a termine nel nord del paese africano, con decine di vittime tra le popolazioni ed il rischio di attivare un effetto emulazione anche nei paesi confinanti.


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