Ibn al-Khattab, il “Che musulmano”

È esistito un tempo in cui la frammentazione è sembrata alla Russia una realtà prossima e inevitabile. È stato un tempo di guerre, terrorismo e misteri, che alcuni credevano fosse destinato a eliminarla dal mappamondo. È stato il tempo dei ruggenti anni Novanta di Boris Eltsin.

Scrivere dell’era eltsiniana, breve ma intenso ottennato di umiliazione, equivale a raccontare del remake del periodo dei torbidi, della reincarnazione dei sette boiardi nei sette banchieri e, soprattutto, dell’insorgenza etno-separatistica nel Caucaso settentrionale. Equivale a raccontare della prima guerra cecena e dei suoi protagonisti: Šamil Basaev e Ibn al-Khaṭṭāb.

Le origini di Ibn al-Khaṭṭāb sono rimaste avvolte da un manto di mistero a prova di indagine sino al 2002, anno di un’intervista-verità rilasciata da suo fratello maggiore, Mansour, alla stampa saudita. Fino a quel momento si era creduto che al-Khaṭṭāb fosse stato un arabo di origini circasse, forse nato in Giordania nel 1963, arrivato negli altopiani del Caucaso settentrionale per seguire il richiamo del paragrafo russo del Jihad globale. Ma la sua storia e i suoi moventi, secondo Mansour, sarebbero stati molto più complessi e degni di comprensione.

La storia del comandante Khaṭṭāb, come ricostruita dal fratello Mansour, comincia nei bollenti deserti di ‘Ar’ar, Arabia Saudita profonda, nel 1969. Figlio di una coppia mista – il padre un beduino, la madre una turkmena – nelle terre degli arabi purosangue, Khaṭṭāb sarebbe cresciuto con un profondo senso di inadeguatezza. Inadeguatezza che, negli anni successivi, sarebbe stata la ragione della fuga verso l’Afghanistan.

Studente modello, con un’intelligenza sopra la media, Khaṭṭāb fu sul punto di diplomarsi col massimo dei voti. Aveva in programma di trasferirsi negli Stati Uniti per proseguire gli studi all’università, ma l’idealismo e l’impulsività della gioventù avrebbero preso il sopravvento. Non si diplomò mai. Perché nel 1987, non ancora ventenne, imbevuto di propaganda wahhabita e alla ricerca del proprio io, prese la decisione di recarsi in Afghanistan con un gruppo di coetanei per combattere le truppe sovietiche. La fine di Sāmir Ṣālaḥ ʿAbd Allāh al-Suwaylim. L’inizio del comandante Ibn al-Khaṭṭāb, il mujāhid che sognava di seguire le orme del secondo califfo della umma.

L’arrivo a Kabul fu dei più traumatici. L’aspirante comandante perse la capacità di utilizzare la mano destra, perdendo alcune dita, nel corso della preparazione di alcuni ordigni esplosivi improvvisati. Ma l’evento non lo scoraggiò. Anzi. Il futuro comandante sarebbe rinato tra i dolori dell’handicap permanente, dedicando più tempo allo studio e meno tempo al combattimento sul campo. La nascita di uno stratega.

In Afghanistan sarebbe rimasto fino al 1993, o al 1994. Un tempo lungo abbastanza da permettergli di vedere la ritirata sovietica, di conoscere Osama bin Laden, di imparare russo e pashtu e di appassionarsi alla causa del separatismo ciscaucasico. Nel corso degli anni, invero, Khaṭṭāb aveva addestrato centinaia di combattenti provenienti dal Caucaso settentrionale, in particolare dalla Cecenia.

Le conversazioni davanti al fuoco coi mujāhidīn ceceni e i servizi televisivi sulla prima guerra cecena lo avrebbero convinto, ad un certo punto del 1993 o del 1994, ad abbandonare la liberata Kabul e a trovare un nuovo posto nel mondo. Posto che trovò sulle alture della Cecenia dopo aver trascorso un breve periodo in Tagikistan, a fianco del fronte islamista nella guerra civile, e in Azerbaigian.

Khaṭṭāb era l’uomo del quale i ceceni aveva bisogno. Fluente in lingua russa. In contatto con l’Internazionale del jihadismo, perciò magnete di combattenti stranieri, armi e denaro. Stratega militare e mediatico. Mosso da un ideale, il panislamismo, e dunque incorruttibile. Gli aspiranti separatisti lo accolsero alla stregua di un uomo della provvidenza.

L’integrazione nel microcosmo ciscaucasico fu fulminea. L’ingresso nella Brigata internazionale islamica in qualità di capo. Il matrimonio con una casicumucca, sorella dell’allora capo dell’Unione dei musulmani di Russia. E, soprattutto, la nascita di un’amicizia destinata a diventare fratellanza con il capofila dell’insorgenza cecena: Șamil Basaev.

Insieme, Basaev e Khaṭṭāb, contribuirono in maniera determinante a sconfiggere i russi sul campo, annullandone il vantaggio della potenza di fuoco attraverso l’applicazione di tecniche e tattiche della guerriglia irregolare e semi-simmetrica afgana alla realtà cecena. Fondamentali al fine del raggiungimento dell’armistizio tra Mosca e Groznyj, siglato nel 1997, la sanguinosa imboscata di Vedeno e la battaglia di Yarysh-mardy – entrambe combattute (e vinte) dalle unità arabo-cecene del comandante Khaṭṭāb.

La figura di Khaṭṭāb uscì incredibilmente rafforzata dall’esito della prima guerra cecena. In termini di prestigio, il comandante fu soprannominato il “Che Guevara musulmano” e il “Leone della Cecenia” e, grazie alla fama di capo-guerrigliero nobile e imbattibile, fu in grado di ivi attrarre centinaia di aspiranti combattenti, provenienti un po’ da tutta l’islamosfera, preparandola meglio per il secondo capitolo bellico in dirittura d’arrivo. In termini materiali e di potere, Khaṭṭāb diventò un signore della guerra, un trafficante di armi e il comandante di una piccola armata multinazionale alle sue uniche dipendenze.

Con l’approssimarsi della riapertura del teatro ceceno, ritenuta inevitabile anche a Groznyj, Khaṭṭāb sarebbe andato incontro ad una progressiva radicalizzazione. Dovuta, probabilmente, alla crescente dipendenza dal capitale qaedista e all’onda emotiva suscitata dal risultato della prima guerra cecena. L’involuzione della liberazione nazionale sotto la bandiera del panislamismo in crudo terrorismo jihadistico.

Alla vigilia della seconda guerra cecena, secondo i resoconti di Fawaz Gerges e Abu Walid al Masri, Khaṭṭāb avrebbe cercato di ricambiare i tanti favori di bin Laden – armi, combattenti e denaro – provando a procurargli armi di distruzione di massa o elementi utili a costruire delle bombe sporche. Ma i contatti con il crimine organizzato russo, infiltrato dai servizi segreti moscoviti, e gli assalti nei laboratori militari sparsi nel Caucaso settentrionale si rivelarono infruttuosi.

Nel 1998, al culmine del processo di radicalizzazione, Khaṭṭāb trascina la guerriglia cecena verso il terrorismo. Il 1998 sarebbe passato alla storia come l’anno della fondazione della Brigata internazionale, del Reggimento islamico per scopi speciali e del temibile Battaglione degli Shaheed – un gruppo, quest’ultimo, composto da attentatrici suicide. Circolo vizioso sfociato, l’anno successivo, nell’invasione del Dagestan e nel ciclo di attentati agli edifici residenziali, i due casus belli della seconda guerra cecena.

Proclamatosi sempre innocente per gli attentati del 1999, fonte di 307 morti e oltre 1000 feriti, Khaṭṭāb sarebbe diventato, a partire dal settembre 1999, il nemico pubblico numero due della Russia, subito dopo Basaev. Ma a scagionare i due da ogni responsabilità per le vicende del 1999, anni dopo, ci avrebbe pensato Aleksandr Litvinenko, secondo il quale gli attentati sarebbero stati una false flag del FSB utile a legittimare l’accensione del fronte ceceno e a catalizzare l’ascesa al potere di Vladimir Putin.

Le prime fasi della seconda guerra cecena videro Khaṭṭāb impegnato a riproporre il formato della guerriglia semi-simmetrica simil-afgana testato con successo qualche anno prima. Coi medesimi risultati: dalla “battaglia della montagna” alla celebre “imboscata di Zhani-Vedeno”. Ma la permanenza a capo del fronte antirusso sarebbe stata breve.

Khaṭṭāb era entrato nel mirino del FSB, sulla sua testa era stata posta una “x”. Era un obiettivo da neutralizzare, cioè da eliminare fisicamente. E i cacciatori di teste inviati da Putin provarono ad adempiere alla missione più volte. Un cecchino professionista lo ferì allo stomaco. Una bomba piazzata in uno dei luoghi da lui abitualmente frequentati rischiò di ucciderlo. Ma sarebbe stato il tradimento di un amico, come nelle migliori storie, a costar la vita al Che Guevara musulmano.

I servizi segreti russi, nel 2002, erano venuti a conoscenza di una debolezza di Khaṭṭāb: la mancanza della madre. Il capo-guerrigliero scriveva alla madre, residente in Arabia Saudita, a cadenza regolare. A gestire la posta di Khaṭṭāb era un dagestano, tal Ibragim Alauri, che si occupava di inviare e ricevere le lettere. Il 20 marzo di quell’anno, dopo sei mesi di preparativi, ad Alauri fu affidata la consegna di una falsa lettera, intrisa di un agente nervino ad azione rapida, forse del sarin, alla cui esposizione Khaṭṭāb non sopravvisse. Sarebbe morto in qualche ora.

L’assassinio di Khaṭṭāb non rimase impunito. Poco più di un mese dopo, in quel di Baku, il fuggitivo Alauri fu raggiunto e crivellato di proiettili da un commando. L’azione fu rivendicata da Basaev, l’amico fraterno di Khaṭṭāb. Il luogo di sepoltura è rimasto ignoto. Mentre le sue idee continuano a vivere attraverso un libro di memorie che finì qualche tempo prima di morire: Memories of Amir Khattab.